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«Dare il meglio di sé». Documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, 01.06.2018


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Testo in lingua italiana

Dare il meglio di sé.

Sulla prospettiva cristiana
dello sport e della persona umana

1. Le ragioni e le finalità del documento

Per dare il meglio di sé
Dare il meglio di sé stessi è un aspetto fondamentale nello sport, per qualsiasi atleta che, individualmente o in squadra, gareggi con tutte le forze per ottenere il proprio risultato sportivo. Quando si dà il meglio di sé stessi, si sperimenta la soddisfazione e la gioia della realizzazione personale. Accade nella vita così come accade nel vivere la fede cristiana. Ciascuno vorrebbe dire un giorno, come san Paolo, “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (2 Tm 4,7). Questo documento intende aiutare a comprendere la relazione tra dare il meglio di sé stessi nello sport e la fede cristiana vissuta ogni giorno.

1.1 Le motivazioni del documento

La Chiesa come Popolo di Dio ha un’esperienza ricca e profonda dell’umano e con grande umiltà vuole condividerla e metterla a disposizione di tutto il mondo dello sport. La Chiesa è vicina al mondo dello sport perché desidera contribuire alla costruzione e allo sviluppo di uno sport autentico e orientato alla promozione umana.

Infatti, “nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco”[1] nei cuori dei discepoli di Cristo. Lo sport è fenomeno universale che nel nostro tempo ha assunto un’importanza nuova, trovando un’eco nei cuori del Popolo di Dio.

La Chiesa ha una visione della persona, come unità di corpo, anima e spirito, e rifugge idee di riduzionismo nello sport che sviliscono la dignità della persona. “La Chiesa si interessa di sport perché le sta a cuore l’uomo, tutto l’uomo, e riconosce che l’attività sportiva incide sulla formazione della persona, sulle relazioni, sulla spiritualità”.[2]

Questo documento intende offrire una breve presentazione della visione della Santa Sede e della Chiesa Cattolica sullo sport. Recentemente si era affermata una tendenza, in parte dovuta al modo in cui è stata interpretata la storia dello sport, a ritenere che la Chiesa Cattolica abbia avuto esclusivamente un pensiero e un approccio ostile rispetto allo sport, soprattutto nel Medioevo e nella prima parte dell’epoca moderna, a causa di un atteggiamento negativo verso la corporeità. Questo in realtà è un fraintendimento dell’atteggiamento cattolico verso la corporeità avuto in queste epoche storiche e trascura le influenze positive che la tradizione cattolica ha apportato allo sport, dal punto di vista teologico, spirituale e educativo, valorizzandolo a pieno titolo dal punto di vista culturale.[3]

“L’atteggiamento cristiano, dinanzi allo sport come alle altre espressioni delle facoltà naturali della persona, quali la scienza, il lavoro, l’arte, l’amore, l’impegno sociale e politico, non è un atteggiamento di rifiuto o di fuga, ma di rispetto, di stima, semmai di riscatto e di elevazione: in una parola, di redenzione”.[4] Nello sport è presente un aspetto di redenzione quando il rispetto della dignità della persona è la priorità e lo sport è a servizio della crescita e dello sviluppo integrale della persona. Come dice papa Francesco, “Il legame tra la Chiesa e lo sport è una bella realtà che si è consolidata nel tempo, perché la comunità ecclesiale vede nello sport un valido strumento per la crescita integrale della persona umana. La pratica sportiva, infatti, stimola a un sano superamento di sé stessi e dei propri egoismi, allena allo spirito di sacrificio e, se ben impostato, favorisce la lealtà nei rapporti interpersonali, l’amicizia, il rispetto delle regole”.[5]

La Chiesa Cattolica rivolge questo documento a tutte le persone di buona volontà. In particolare, la Chiesa intende dialogare con tutte le persone e le organizzazioni che si impegnano a difendere i valori presenti nell’esperienza sportiva.

Inoltre, la Chiesa vuole indirizzare questo documento a tutti i fedeli cattolici, partendo dai vescovi e dai sacerdoti, ma soprattutto ai laici, che sono maggiormente impegnati nel mondo sportivo. È un documento che vuole parlare a tutti coloro che amano e promuovono lo sport, siano essi atleti, insegnanti, allenatori, genitori, persone per cui lo sport è una professione o una vocazione.

Si vogliono inoltre promuovere queste riflessioni pensando ai fratelli e sorelle nella fede che da oltre cinquanta anni sono impegnati nell’evangelizzazione e promozione dei valori cristiani attraverso lo sport.[6]

Come potrebbe la Chiesa disinteressarsene?
Nel corso della sua storia la Chiesa è stata una sostenitrice della bellezza nelle arti, nella musica e in molti altri ambiti di attività della persona. Il motivo fondamentale è che la bellezza proviene da Dio e perciò, come creature da Lui amate, anche noi ne godiamo. Lo sport ci offre l’opportunità per essere attori partecipi di questa bellezza o spettatori ammirati. In questo modo, lo sport ha il potere di ricordarci che la bellezza è una delle strade per poter incontrare Dio.

Del resto, oggi, l’universalità dell’esperienza dello sport, la forza comunicativa e simbolica, le grandi potenzialità educative e formative, sono riconosciute e evidenti. Lo sport è ormai un fenomeno di civiltà che abita a pieno titolo la cultura contemporanea, che permea gli stili e le scelte di vita di molte persone. Questo ci spinge a riproporre l’interrogativo retorico di Pio XII: “Come potrebbe dunque la Chiesa disinteressarsene?”[7]

Pio XII e poi Paolo VI aprirono con forza il dialogo tra la Chiesa e il mondo dello sport nel ventesimo secolo, valorizzando gli aspetti che avvicinano e accomunano gli ideali dello sport alla vita cristiana: “Sforzo fisico, qualità morali, amore per la pace: su questi tre punti il dialogo che la Chiesa intrattiene con il mondo dello sport è sincero e cordiale. Il nostro desiderio è che sia sempre più ampio e fecondo”.[8]

L’importanza della pastorale nello sport: un compito essenzialmente educativo
Il dialogo tra Chiesa e sport ha prodotto e continua a produrre una variegata proposta di pastorale sportiva, in particolare nel mondo scolastico, parrocchiale e associativo. Giovanni Paolo II ha sostenuto questo processo, sia nel magistero che nella scelta di aprire per la prima volta all’interno della Santa Sede un ufficio dedicato allo sport.

“La Chiesa deve essere in prima fila per elaborare una pastorale dello sport adatta alle domande degli sportivi e soprattutto per promuovere uno sport che crei le condizioni di una vita ricca di speranza”.[9] La Chiesa non si limita a incoraggiare una qualificata pratica sportiva, ma vuole essere “dentro” lo sport, considerato come un moderno Cortile dei Gentili e un areopago dove annunciare il Vangelo.

Il magistero della Chiesa richiama continuamente alla necessità di promuovere “uno sport per la persona” in grado di dare senso e pienezza alla vita, in grado di valorizzare integralmente la persona, la sua crescita personale e morale, sociale, etica e spirituale. L’interesse della Chiesa per lo sport si concretizza in una presenza pastorale variegata e diffusa, avendo come punto di partenza e di fine l’interesse per l’essere umano.

1.2 La Chiesa e lo sport sino ai nostri tempi

La Chiesa ha dialogato con lo sport sin dai primi anni di esistenza. È noto che san Paolo usasse metafore sportive per spiegare la vita cristiana ai Gentili. Durante il Medioevo, laici cattolici partecipavano a giochi e attività sportive durante i giorni di festa, che non erano pochi, oltre che di domenica. Questa attività ludica trovò supporto teologico nel pensiero di Tommaso D’Aquino il quale scrisse che esiste una “virtù nei giochi”, poiché la virtù deve essere esercitata con moderazione. Una persona virtuosa, per questo motivo, non avrebbe dovuto lavorare in continuazione, ma necessitava di un tempo per il gioco e la ricreazione. Gli intellettuali umanisti del Rinascimento, così come i primi Gesuiti, fecero proprie le riflessioni sulle virtù di Tommaso d’Aquino evidenziando l’importanza che all’interno della giornata scolastica ci fosse il tempo per il gioco e la ricreazione. Questa fu l’origine dell’inclusione del gioco e dello sport all’interno delle istituzioni scolastiche del mondo occidentale.[10]

Inoltre, dall’inizio della Modernità, la Chiesa ha manifestato interesse per il fenomeno sportivo, apprezzandone il potenziale educativo e condividendone molti valori. La Chiesa si è attivamente spesa per promuovere lo sviluppo dello sport stesso, in modo organizzato e strutturato.

Lo sport moderno è frutto della rivoluzione industriale, trovando nei cambiamenti sociali, politici e economici di questo tempo un terreno fertile per la diffusione e l’affermazione a livello globale. Lo sport è un frutto della modernità e della modernità se ne è fatto portabandiera.

Oggi lo sport sta profondamente cambiando e sta subendo pressioni forti di cambiamento. La speranza è che lo sport sappia governare il cambiamento e non semplicemente subirlo, riscoprendo e tenendo saldi i principi tanto cari allo sport antico e moderno: essere esperienza di educazione e promozione dell’essere umano.

Nel 1904, Pio X aprì le porte del Vaticano allo sport ospitando una manifestazione giovanile di ginnastica. Le cronache del tempo non nascosero lo stupore per questa apertura. C‘è un aneddoto nel quale si narra che Pio X, di fronte alla perplessa domanda di un sacerdote di curia: “dove andremo a finire?”, avrebbe risposto: “mio caro, in Paradiso!”.[11]

Tuttavia, senza ombra di dubbio, fu san Giovanni Paolo II a portare l’impegno e il dialogo con il mondo dello sport ai livelli più alti della Chiesa e delle sue gerarchie. Dopo il Giubileo del 2000, in seguito all’incontro con ottantamila giovani atleti radunati allo Stadio Olimpico di Roma, decise di creare la Sezione Chiesa e Sport, che dal 2004 ha studiato e promosso una visione cristiana dello sport, incentrata sulla costruzione di una società sempre più a misura della persona, volta alla pace e alla giustizia, e orientata all’evangelizzazione.

Non uno sport cristiano, ma una visione cristiana di sport
Quand’anche nacquero federazioni e associazioni sportive di carattere internazionale o nazionale di matrice dichiaratamente cattolica, la finalità non fu quella di creare uno sport “cristiano”, diverso, separato o alternativo allo sviluppo dello sport, ma di offrire un modo di vivere lo sport fondato sulla idea cristiana dell’essere umano e della società.

Questa attenzione ha maturato ben presto una visione di sport. In uno dei suoi documenti sullo sport, la Conferenza Episcopale Italiana scrisse che “se non esiste uno sport cristiano, è invece pienamente legittima una visione cristiana di sport, che non si limita a conferire a esso i valori etici universalmente condivisi, ma avanza una prospettiva propria, innovativa e coerente, nella convinzione di fare un servizio sia allo sport che alla persona e alla società”.[12]

“Senza in alcun modo pregiudicare e invalidare la specificità propria dello sport, il patrimonio della fede cristiana libera questa attività da ambiguità e deviazioni, favorendone una piena realizzazione”.[13] Il cristianesimo non è pertanto un “marchio di qualità etica” dello sport, una etichetta giustapposta ma esterna a esso. Il cristianesimo si propone come valore aggiunto, in grado di dare pienezza all’esperienza sportiva.

1.3 L’obiettivo del documento

La Chiesa valorizza lo sport in sé, come una palestra di vita in cui le virtù della temperanza, dell’umiltà, del coraggio, della pazienza possono essere interiorizzate e fatte proprie, in cui è possibile incontrarsi con ciò che è bello, buono e vero, in cui è possibile testimoniare la gioia di vivere. Questa esperienza può essere vissuta da persone di nazioni e comunità di tutto il mondo, senza differenze di livello o tipologia di sport. È questo che rende lo sport un fenomeno moderno di portata globale e per questo la Chiesa ne è vivamente interessata.

Essa intende incrementare la propria voce a servizio dello sport e si sente corresponsabile nello sport, nel salvaguardarlo da derive che lo minacciano quotidianamente, come la corruzione e la disonestà, le manipolazioni e lo sfruttamento commerciale.

“Lo sport è gioia di vivere, gioco, festa, e come tale va valorizzato e forse riscattato […] dagli eccessi del tecnicismo e dal professionismo mediante il recupero della sua gratuità, della sua capacità di stringere vincoli di amicizia, di favorire il dialogo e l’apertura degli uni verso gli altri, come espressione della ricchezza dell’essere, ben più valida e apprezzabile dell’avere, e quindi ben al di sopra delle dure leggi della produzione e del consumo e di ogni altra considerazione puramente utilitaristica e edonistica della vita”.[14] Su questi temi, la collaborazione tra Chiesa e sport porterà grandi frutti.

La Chiesa desidera essere a servizio di tutti coloro che operano nel mondo dello sport, da coloro che sono professionisti e lavoratori, fino a tutti coloro che sono impegnati come volontari, ufficiali di gara, allenatori, insegnanti, dirigenti, genitori e atleti.

Dopo aver descritto le motivazioni e le finalità di un dialogo tra la Chiesa e il mondo dello sport nel Capitolo 1, il documento illustrerà nel Capitolo 2 il fenomeno dello sport dalle sue origini fino a oggi, riflettendo sulla definizione di sport e sulla rilevanza dello sport nel contesto mondiale. Il documento continuerà con il Capitolo 3 entrando in profondità nella riflessione antropologica sullo sport e in particolare sull’importanza della persona come unità di corpo, anima e spirito. Quindi il documento parlerà di come lo sport possa dare risposta alla ricerca sul significato ultimo della vita e di come possa promuovere la libertà e la creatività della persona. In questa ricerca di senso, la pratica sportiva è esperienza di giustizia, sacrificio, gioia, armonia, coraggio, uguaglianza, rispetto e solidarietà. Nella comprensione cristiana, questo significato profondo è la piena felicità che si vive nell’esperienza dell’amore e misericordia totalizzante di Dio, in relazione con Gesù Cristo nello Spirito Santo, vissuta nella comunità dei fedeli.

Nel successivo Capitolo 4, saranno presentate alcune sfide alla promozione di uno sport giusto e pienamente umano, tra cui lo svilimento del corpo, il doping, la corruzione e le eventuali influenze negative degli spettatori. La Chiesa condivide con i protagonisti dello sport la responsabilità di individuare le devianze e i comportamenti negativi e a orientare lo sport sulla strada della promozione umana. Infine, nel Capitolo 5, verrà presentato l’attuale impegno della Chiesa per l’umanizzazione dello sport nel mondo di oggi. Lo sport, nei suoi vari ambiti, rappresenta un efficace strumento di educazione e formazione ai valori.

Molti temi riguardanti le potenzialità e le sfide allo sport non sono state affrontate in questo documento, ma esso non intende essere una summa esaustiva della teoria e della prassi dello sport, quanto raccontare il rapporto tra lo sport e l’esperienza di fede.

2. Il fenomeno dello sport

Lo sport è un fenomeno universale. In qualsiasi luogo e in qualsiasi epoca gli uomini hanno vissuto in comunità, dilettandosi con giochi, con pratiche motorie, godendo nel perfezionamento delle proprie abilità fisiche e gareggiando tra di loro. Probabilmente da sempre l’essere umano ha praticato forme di attività che noi oggi definiremmo sportive. Partendo da questo scenario, è possibile dire che lo sport è una costante antropologica dell’umanità. La parola “sport” è certamente molto più recente: deriva dall’antica espressione francese desporter o se desporter, che a sua volta è una derivazione dal latino de(s)portare – che significa divertimento. Infine, in epoca moderna, fu coniata l’abbreviazione “sport” e da allora questo termine è usato per descrivere la moltitudine di attività che appassionano così tante persone, sia in veste di atleti che di spettatori.[15]

Come già precedentemente detto, con questo documento la Chiesa intende esplicitare la propria idea di sport, a servizio dello stesso movimento sportivo. Intende perciò diffondere luce sul significato antropologico dello sport, porre evidenza alle sfide da affrontare e alle opportunità per la pastorale. Prima di tutto ciò, è utile approfondire la riflessione sul fenomeno dello sport in sé stesso, partendo per esempio da come nasce lo sport e quali siano le sue principali caratteristiche. Inoltre, sarà importante capire le molteplici relazioni esistenti tra lo sport e il più ampio contesto sociale in cui si sviluppa.

2.1 La nascita dello sport moderno

Tutte le culture hanno storicamente sviluppato attività di tipo ludico, fisico e competitivo, che potremmo riconoscere in qualche modo come attività sportive. Lo sport, quindi, esiste sin dall’alba della storia della persona. Detto questo, san Giovanni Paolo II descrisse lo sport come “uno dei fenomeni tipici della modernità, quasi un “segno dei tempi” capace di interpretare nuove esigenze e nuove attese dell'umanità”. Lo sport, continuava, “è diffuso in ogni angolo del mondo, superando diversità di culture e di nazioni”.[16] Ciò che il Papa intendeva sottolineare era che lo sport, pur trasversale alle epoche storiche, aveva subito un radicale cambiamento negli ultimi due secoli. Nei periodi storici precedenti, lo sport si era plasmato e adeguato alla cultura di appartenenza. Lo sport moderno, invece, è penetrato in quasi tutte le culture, andando oltre i confini nazionali e oltre le diversità culturali. Certamente forme locali di sport ancora esistono e riscuotono ampia popolarità, ma accanto a queste è cresciuto un tipo di sport globale che, come linguaggio universale, può essere compreso da quasi tutti gli esseri umani. A questo punto vien da chiedersi come lo sport sia diventato un fenomeno di portata planetaria.

Già a partire dal sedicesimo e dal diciassettesimo secolo, molte attività sportive – sebbene non tutte[17] – del mondo occidentale si slegarono dal contesto culturale e religioso in cui erano precedentemente inserite. Di certo questo non significa che lo sport divenne un fenomeno disgiunto e a sé stante. In questo periodo, tuttavia, possiamo osservare un principio di istituzionalizzazione, professionalizzazione e commercializzazione. [18] La crescente autonomia dello sport, unita alla riscoperta degli ideali pedagogici dell’Antica Grecia, avviarono uno sviluppo nel corso del quale le attività fisiche vennero considerate sempre più importanti nel percorso di educazione integrale della persona. Un lungo filo rosso che unì vari pedagogisti – da John Amos Comenius (1592-1670) passando dal fondatore del movimento filantropico Johann Bernhard Basedow (1724-1790) per arrivare a Thomas Arnold (1795-1842) – fece propria questa idea di educazione integrale, trasferendola nei percorsi formativi, dando grande importanza all’educazione fisica.

In generale, lo sport moderno può essere fatto risalire a due matrici: da un lato i giochi e le gare competitive sviluppatesi nelle scuole pubbliche inglesi a partire dalla prima metà del diciannovesimo secolo; dall’altro gli esercizi motori e di ginnastica sorti nell’alveo del movimento di riforma pedagogica del Filantropismo e successivamente strutturatisi in Svezia. Rispetto al primo filone, si potrebbe menzionare che i più antichi giochi, gare e attività ludiche furono incorporate all’interno dei percorsi didattici delle scuole pubbliche inglesi. Come componente centrale della formazione pubblica, lo sport si diffuse gradualmente in tutti gli strati della società britannica. Quando la Gran Bretagna divenne una potenza globale, il sistema educativo fu trasferito in tutte le zone dell’Impero Britannico. Resta tuttavia da dire che ci furono comunque delle forme di resistenza a questo processo, come – per esempio – l’Associazione Atletica Gaelica in Irlanda.

Tempo prima era emerso il Filantropismo, che ebbe un impatto sulla riforma del sistema scolastico pubblico britannico. D’altro canto, si era già diffuso con dinamiche proprie nel continente europeo e in Scandinavia. In origine il Filantropismo era un ideale pedagogico che si richiamava a una visione integrale dell’educazione. Questo approccio educativo non includeva soltanto attività fisiche come la ginnastica, ma cercava di promuovere anche il riconoscimento dell’uguaglianza tra le persone e formare alla democrazia. Questa idea prese piede in Svezia dove la ginnastica divenne una parte integrante del sistema scolastico. Allo stesso modo l’educazione fisica era funzionale a percorsi educativi militari, estetici e salutistici. L’importanza del sistema svedese è acclarata nel fatto che ebbe particolare influenza nello sviluppo dello sport femminile. [19]

Alla fine del diciannovesimo secolo, Pierre de Coubertin portò all’unità le diverse tradizioni, facendole confluire verso l’Idea Olimpica. La finalità di de Coubertin era far nascere un programma pedagogico globale per educare le giovani generazioni di tutto il mondo. I suoi principali obiettivi erano educare alla pace, alla democrazia, alla cultura dell’incontro e alla ricerca dell’umana perfezione. Per diffondere l’Idea Olimpica, de Coubertin fece nascere (o rinascere) le Olimpiadi. Lo scopo originario dei Giochi Olimpici non era soltanto di tipo sportivo e competitivo, ma anche quello di celebrare la nobiltà e la bellezza dell’umanità. Il motto olimpico, citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte) – che de Coubertin aveva ripreso dal domenicano Henri Didon[20] – non si riferiva soltanto all’eccellenza fisica, ma all’eccellenza umana in generale. Per questo, le esibizioni delle arti, musica e poesia erano anch’esse considerate parte fondamentale dei Giochi. Va comunque ricordato che per de Coubertin l’Olimpismo era decisamente una religione laica, che lui esplicitamente definì religio athletae. Come si può facilmente osservare dall’alto tasso di ritualizzazione delle cerimonie di apertura, così come delle premiazioni o della cerimonia di chiusura, l’effettivo svolgimento dei Giochi sottolinea con decisione l’ambizione di natura religiosa.

La prima edizione dei Giochi Olimpici dell’epoca moderna si svolse ad Atene nel 1896, anche se già precedentemente si erano svolte edizioni locali di Giochi Olimpici in Grecia, Inghilterra e Germania. Tuttavia soltanto l’iniziativa di de Coubertin ottenne il riconoscimento internazionale e riuscì a raggiungere il successo: da quel momento gli sport olimpici riscontrarono una crescita senza precedenti. Nel 1900 le porte delle Olimpiadi si aprirono anche per le donne. Un altro elemento che può spiegare il grande successo dello sport, è certamente l’avvento dei mass media nella prima metà del ventesimo secolo. Attraverso il cinema, la radio, la televisione, i grandi eventi sportivi furono facilmente veicolati in molti paesi e più tardi a livello mondiale. Grazie ai mass media e a internet, lo sport è oggi un fenomeno globale a cui larga parte delle nazioni e delle popolazioni hanno accesso.

Sebbene nella maggior parte dei casi lo sport non ambisca più a essere una religione o ad avere una connessione sinergica con le arti, la musica o la poesia, resta ancora vivo il rischio che possa essere strumentalizzato per proposte ideologiche. Questo nasce dal fatto che nello sport il corpo tende alla perfezione. In particolare, nei grandi eventi sportivi quali i Giochi Olimpici o i Campionati Mondiali, la prestanza atletica delle performance di alto livello viene messa in mostra al grande pubblico. Il corpo dell’atleta di alta prestazione ha valore un simbolico che si presta tuttavia a diverse letture e a vari significati. Quindi, lo sport – e in particolare quello di alto livello, è spesso strumentalizzato per finalità politiche, commerciali o ideologiche. [21] Se da un lato questa elasticità di interpretazione avvantaggia l’appeal dello sport a livello globale, dall’altro, tuttavia, mette a nudo i pericoli connessi allo sport. Lo sport è un segno dei tempi altamente espressivo, ma allo stesso tempo difficilmente controllabile, il che non aiuta la sua comprensione. Per questo potrebbe essere soggetto alla strumentalizzazione ideologica o addirittura immorale o disumanizzante. [22]

Come sostengono alcuni studiosi, lo sport può essere piegato a finalità ideologiche quando il campo di gioco si presta a una propaganda a favore dei paesi occidentali e ricchi, e quando più semplicemente lo sport si presta per rafforzare le strutture di potere esistenti o promuovere la visione culturale di una élite [23] La riflessione di papa Francesco sulla globalizzazione offre un contributo a questi problemi dello sport globale. In riferimento alla connaturata tensione tra la dimensione globale e quella locale, il Santo Padre scrive nell’Evangelii Gaudium, che “bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra [...] Il modello non è la sfera […] dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno”.[24] In merito agli eventi sportivi di carattere globale come i Giochi Olimpici, se più nazioni non occidentali fossero maggiormente valorizzate nella scelta delle sedi dei Giochi o nel riconoscimento delle discipline olimpiche e avessero maggior peso all’interno del Comitato Olimpico Internazionale, i Giochi Olimpici stessi evidenzierebbero con ancora più efficacia la loro missione a essere veramente globali e a far incontrare il meglio di ciascun paese.

2.2 Cos’è lo sport?

A lungo filosofi dello sport e studiosi hanno cercato di individuare una definizione adatta allo sport. Non è un compito facile, anche perché sino ad ora non c’è una definizione generalmente condivisa. In aggiunta, bisogna dire che lo sport è un fenomeno sottoposto ai mutamenti storici. Ciò che si considera sport oggi, potrebbe non esserlo più domani, e viceversa. Così sarà complicato trovare una definizione di sport. Tuttavia, questo non significa che non si possano individuare alcuni elementi generali universalmente attribuiti allo sport.

In primo luogo, il concetto di sport è legato al corpo umano in movimento. È vero che ci sono attività che sono annoverate tra quelle sportive e che non prevedono movimento corporeo, ma in genere lo sport è identificato come un’attività di persone che, individualmente o in gruppo, compiono esercizi fisici e di movimento con il proprio corpo.

In secondo luogo, bisogna richiamare il fatto che lo sport è un gioco. Questo significa che lo sport non è un’attività funzionale o utile a raggiungere un obiettivo esterno a sé stesso, ma la sua finalità si ritrova in sé stesso. Quali obiettivi interni, per esempio, si possono citare la ricerca della perfezione del gesto tecnico, il miglioramento di una propria prestazione o il superamento del risultato di un avversario, il giocare bene come squadra per vincere una gara. Non si può negare che lo sport moderno, in particolare quello professionistico, sia piegato a finalità esterne come, per esempio, portare lustro alla nazione, mostrare la supremazia di un sistema politico o più semplicemente guadagnare denaro. Tuttavia, se queste finalità esterne fossero predominanti sulle finalità interne dello sport, non si potrebbe più parlare di gioco, ma di lavoro. Del resto, le performance degli atleti professionisti non potrebbero mai raggiungere livelli di eccellenza se accanto alla dimensione del professionismo non ci fosse anche quella ludica.

In terzo luogo, lo sport è codificato in regole. Gli obiettivi propri dell’attività sportiva non possono quindi essere raggiunti in qualsivoglia modalità, ma è necessario attenersi alle regole del gioco. Generalmente le regole sono destinate a rendere più difficile il raggiungimento del risultato. Nel nuoto, per esempio, un atleta non può coprire la distanza dei cento metri utilizzando una barca a motore o correndo lungo il bordo della vasca, ma è obbligato a nuotare nell’acqua senza strumenti e nuotando con un particolare stile, per esempio stile libero o farfalla. Certamente la ristrettezza delle regole può essere modulata a seconda del livello di competizione. Un atleta amatoriale che corre tre volte alla settimana una certa distanza, probabilmente si porrà come regola soltanto di non correre più lentamente della volta precedente, mentre una competizione professionistica di alto livello è codificata attraverso complessi regolamenti il cui rispetto è monitorato da giudici e arbitri qualificati, nonché da equipe di specialisti. Uno sport senza regole è praticamente inconcepibile.

Un quarto elemento caratterizzante lo sport è la competizione. Si potrebbe obiettare che uno sportivo amatoriale che si alleni sporadicamente e soltanto per piacere o divertimento personale non sia coinvolto in una competizione. Questo in realtà non è del tutto vero, in quanto anche lui compete con sé stesso, cercando di migliorare il proprio gesto o prestazione rispetto al passato, coprendo una certa distanza, di corsa, a nuoto o arrampicandosi, entro un tempo limite prefissato, e così via. Comunque, nella maggior parte dei casi, l’aspetto competitivo nello sport è molto più sviluppato, così da poter concludere che la competizione è una caratteristica fondante dello sport.

L’ultima componente dello sport è correlata alle precedenti: lo sport, come competizione strutturata e con regole codificate, garantisce una pari opportunità di partecipazione. Non avrebbe senso avere una competizione, sia essa individuale o di squadra, in cui le condizioni di partenza tra gli avversari siano evidentemente disuguali. È per questa ragione che le competizioni sportive sono generalmente distinte per genere, livello di prestazione, classe di età o di peso, gradi di disabilità, e così via.

Sommando questi cinque elementi, potremmo dire che lo sport è un’attività fisica in movimento, individuale o di gruppo, di carattere ludico e competitivo, codificata attraverso un sistema di regole, che genera una prestazione confrontabile con altre in condizioni di pari opportunità. Come già ricordato precedentemente, questa definizione di sport non intende essere esaustiva, poiché presenta numerosi aspetti sfumati.[25] Nonostante ciò, questo può bastare per il proposito di questo documento.

Ma c’è ancora altro da aggiungere. Come abbiamo già chiarito, lo sport non è solo un’attività a sé stante, ma ha anche una dimensione esterna. Dopo tutto, anche chi non pratica direttamente un’attività sportiva, può esserne interessato dall’esterno, commentarla, esserne appassionato, divertito o contrariato e può commentare quella attività in molti modi diversi. Riprendendo quanto già detto, il corpo umano in movimento è un simbolo che si presta a differenti letture. Dopo aver spiegato la dimensione ludica, l’importanza delle regole e della competizione, è necessario approfondire questa pluralità interpretativa dello sport. In un certo senso, una competizione sportiva può essere considerata come la narrazione di una storia tra due o più parti contendenti che gareggiano tra di loro per ottenere un premio fittizio e virtuale senza essere mossi da una motivazione vitale o prettamente concreta o utilitaristica. Rispettando le regole specifiche della gara, i contendenti si sforzano per dare il meglio di sé. Tralasciando le singole motivazioni personali, le parti contendenti mettono in scena una rappresentazione estetica e artistica comprensibile a tutti, anche agli spettatori esterni, e in cui tutti sono in grado di essere protagonisti nel dare il proprio livello di lettura e interpretazione. Come per le opere artistiche, anche la narrazione sportiva non ha un contenuto chiaro, distinto, univoco e per questo è aperta a diverse e anche opposte attribuzioni di significato o interpretazioni.

Per concludere questa riflessione sul concetto di sport, possiamo ora affermare che da un lato lo sport è un tipo di mondo a sé stante, nel quale emerge la dimensione del gioco, che in linea astratta, non persegue finalità esterne a sé stesso. Dall’altro, il “sistema sport” ha anche un lato esteriore che si presenta a chi lo guarda da fuori come una narrazione altamente espressiva ma senza un contenuto univoco e chiaro, così da prestarsi a variegate forme di interpretazione e giudizio. È questa molteplicità interpretativa che rende lo sport così affascinante ai popoli di tutto il mondo, ma che allo stesso tempo lo espone a strumentalizzazioni funzionali e ideologiche che non gli appartengono.

2.3 I contesti dello sport

Sullo sport c’è ancora molto da dire, poiché esso non esiste senza un contesto organizzato. In prima battuta, dobbiamo pensare allo sport come a una forma di organizzazione sociale, che ha inizio con un gruppo di bambini, ai quali si è dato un appuntamento nel pomeriggio nel cortile per giocare a calcio o basket. Già questo, un appuntamento a una certa ora in un luogo preciso, è un inizio di organizzazione. Come avviene nelle forme più avanzate di attività sportiva, gli allenamenti devono essere preparati, le gare devono essere programmate, i campi da gioco devono essere individuati e manutenuti, gli spostamenti degli atleti e dei materiali devono essere pianificati, gli arbitri devono essere convocati, i risultati delle gare omologati, e così via. Per un grande evento sportivo, bisogna prevedere il sistema di giustizia sportiva, il controllo antidoping, gli allestimenti. Questo è il compito delle organizzazioni sportive, come le società sportive, le organizzazioni nazionali e internazionali. In generale, l’insieme di queste realtà è noto come sistema sportivo.

Va da sé che il sistema sportivo non è in grado di generare al suo interno tutte le risorse necessarie a sostenersi. Per rendere possibili le attività sopra elencate, il sistema sportivo necessita di benefattori esterni – per esempio, i volontari, supporti dalle istituzioni pubbliche, finanziamenti privati (donazioni o sponsorizzazioni) – e in particolare di utenti che acquisteranno i biglietti, gli articoli di merchandising o gli abbonamenti ai programmi sportivi televisivi. Soltanto in questo modo il sistema sportivo è in grado di reperire le risorse necessarie al sostentamento. Questa dipendenza strutturale del sistema sportivo spiega perché quest’ultimo debba costantemente promuovere un’immagine attrattiva dello sport ai contributori esterni. Il sistema sportivo, in altre parole, deve preoccuparsi che l’immagine dello sport sia sempre in grado di attrarre potenziali benefattori affinché i loro contributi mantengano o incrementino il sistema stesso. Questo, a cascata, porta a “vendere” lo sport come una proposta capace di adattarsi di volta in volta ai vari interessi dei potenziali benefattori. È così che lo sport si trasforma in un prodotto che promette di soddisfare gli interessi di variegati soggetti, gruppi o istituzioni. Questo è il motivo per cui il sistema sportivo è così facilmente e prontamente disponibile a piegarsi a finalità ideologiche, politiche o economiche estranee agli stessi valori dello sport, perché altrimenti non sarebbe in grado di garantirsi le risorse necessarie per la propria sopravvivenza.

Proprio perché lo sport, come abbiamo visto, è una narrazione espressiva con contenuti a cui è possibile attribuire molteplici significati, il sistema sportivo in generale ha sviluppato una grande capacità di utilizzare questo aspetto dello sport per reperire risorse esterne, intercettando potenziali benefattori che usano lo sport per comunicare i propri messaggi interessati. Questo lo si vede, per esempio, nelle partnership con aziende commerciali e pubblicitarie di cui beneficiano sia gli atleti che le organizzazioni sportive. In questo caso lo sport diventa un veicolo per trasmettere messaggi di tipo economico.

La dipendenza strutturale del sistema sportivo sopra descritta non è necessariamente un aspetto negativo, poiché lo sport può perseguire finalità che sono eticamente accettabili o anche profondamente umane. Ad esempio, se le istituzioni pubbliche intendono finanziare il sistema sportivo perché questo promette di migliorare la salute dei cittadini o di promuovere una educazione integrale delle giovani generazioni, certo non si può dire che il sistema sportivo sbagli nel presentare lo sport come un’attività che persegue queste finalità. D’altra parte, è altrettanto evidente che questa dipendenza strutturale del sistema sportivo comporta notevoli rischi. Se per esempio, si può generare una gran quantità di risorse facendo dipendere il sistema sportivo da quello economico o da sistemi ideologici, allora l’inclinazione a dipendere sarà forte, anche se i propositi serviti sono eticamente dubitativi o inumani. Questo sarà approfondito in maggior dettaglio nel Capitolo 4.

3. Uno sport per l’essere umano

3.1 Corpo, anima e spirito

È consuetudine ritrovare studi di carattere storico che stigmatizzano l’atteggiamento cattolico nei confronti della corporeità etichettandolo come profondamente negativo, ma in realtà la tradizione teologica e spirituale del Cattolicesimo ha rimarcato che il mondo materiale (e tutto ciò che esiste) è buono in quanto creazione di Dio e che la persona è una unità di corpo, anima e spirito. Infatti, i teologi dei primi secoli e del Medioevo si spesero molto per criticare gli Gnostici e i Manichei, in particolare perché questi gruppi associavano il mondo materiale e il corpo umano al diavolo. Una delle contestazioni degli autori cristiani era che gli Gnostici e i Manichei non accettavano le scritture ebraiche all’interno delle scritture cristiane, e perciò non accettavano il passo della Genesi dove se dice che Dio, creando il mondo e l’essere umano, disse che tutto era “molto buono”. Al contrario, questi gruppi costruirono complesse elaborazioni mitologiche sull’origine del mondo materiale, associandolo a un “errore” o a un “principio maligno”.

Questo è il motivo per cui considerarono il mondo materiale e il corpo umano come contrapposto a ciò che è pienamente spirituale. Nel 1979 san Giovanni Paolo II parlò ai calciatori italiani e argentini proprio di questa controversia: “Mette conto di ricordare, a questo proposito, che già i pensatori cristiani dei primi secoli si opposero con decisione a certe ideologie, allora in voga, che si caratterizzavano per una netta svalutazione del corporeo, condotta in nome di una malintesa esaltazione dello spirito: sulla scorta dei dati biblici, essi affermarono invece con forza una visione unitaria dell’essere umano”.[26]

Questa visione unitaria della persona umana è stata espressa nelle Scritture e dai teologi sia come unità di corpo, anima e spirito, che come unità di corpo e anima. La comprensione di questa unità della persona fu consequenziale nel dar forma all’atteggiamento cristiano nei confronti dello sport. In linea con Giovanni Paolo II, la Chiesa guarda lo sport con stima, poiché valorizza “tutto ciò che contribuisce costruttivamente allo sviluppo armonico e integrale della persona, anima e corpo. Essa, quindi, incoraggia quanto tende a educare, sviluppare e fortificare il corpo umano, affinché esso presti un migliore servizio al raggiungimento della maturazione personale”.[27]

La comprensione di questa unità della persona è anche il fondamento dell’insegnamento della Chiesa per cui esiste una dimensione spirituale nello sport. Infatti, san Giovanni Paolo II, descrive lo sport come “una forma di ginnastica del corpo e dello spirito”.[28] Così dice: “l’attività sportiva pone in luce, oltre alle ricche possibilità fisiche dell’essere umano, anche le sue capacità intellettuali e spirituali. Non è mera potenza fisica e efficienza muscolare, ma ha anche un'anima e deve mostrare il suo volto integrale”.[29]

3.2 Libertà, regole, creatività e collaborazione

La libertà è un dono di Dio per l’essere umano, che ne rivela la grandezza della sua natura. Creati a immagine e somiglianza di Dio, gli uomini e le donne sono chiamati a partecipare alla creazione divina. Tuttavia la libertà è connessa con la responsabilità, poiché le libere scelte di ciascuno impattano sulle relazioni interpersonali, sulla comunità e, in alcuni casi, sull’intero creato.

Oggi molti credono che la libertà sia fare ciò che si vuole, senza alcun limite. Tale modo di pensare separa la libertà dalla responsabilità e può anche far venire meno la consapevolezza delle conseguenze delle azioni dell’essere umano. Al contrario, lo sport ci ricorda che la vera libertà deve essere anche responsabilità.

Oggi la tecnologia permette alle persone in molte parti del mondo di avere accesso a tante possibilità con estrema immediatezza. In questo contesto è facile per le persone perdere di vista il bisogno di impegnarsi e sacrificarsi per raggiungere un obiettivo. Nello sport, invece, chi non sviluppa queste virtù, non riuscirà nemmeno a avere continuità nella pratica dello sport stesso e pertanto non raggiungerà gli obiettivi prefissati. Qui la riflessione cristiana sulla libertà si applica allo sport per il fatto che la libertà permette agli uomini di fare con discernimento scelte e sacrifici, anche quando questi richiedono di passare attraverso la “porta stretta”.[30]

Inoltre, nella “cultura dello scarto”, spesso richiamata da papa Francesco, gli impegni a lungo termine ci spaventano. Lo sport a tal riguardo ci insegna che vale la pena abbracciare sfide di lunga durata. L’allenamento e l’impegno costante al miglioramento hanno un valore, proprio come il raggiungimento di beni più grandi che si possono perseguire solo quando le persone non fuggono dalle incertezze e dalle sfide insite nelle responsabilità. In aggiunta, le ulteriori difficoltà, come possono essere gli infortuni e il resistere alla tentazione di barare, aiutano a rafforzare il carattere attraverso la perseveranza e l’autocontrollo.

Il motto del Comitato Olimpico Internazionale, citius, altius, fortius (più veloce, più alto, più forte)[31] richiama questo ideale di perseveranza. In un certo senso, la vita cristiana assomiglia più a una maratona che a una gara di velocità. Ci sono molte tappe, alcune delle quali molto difficili da superare.

Allora, perché le persone corrono le maratone? In parte devono essere amanti della sfida. Migliorarsi passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, suscita un senso di soddisfazione che aggiunge piacere alla competizione. Gregorio Nazianzeno e altri Padri della Chiesa pensarono la vita cristiana come un gioco. papa Francesco si è espresso sul tema negli stessi termini, collegando la categoria del gioco con la gioia cristiana.[32]

Ciascuno mette in pratica i talenti che ha ricevuto nella quotidianità della propria vita, nella quale è incluso anche lo sport. Preso atto dell’insieme di regole di ciascuno sport e delle strategie e tattiche di gioco dettate dagli allenatori, ciascun atleta mette in campo la propria libertà e creatività per raggiungere l’obiettivo entro i parametri stabiliti. In questo modo, gli sport testimoniano la virtù della giustizia, come obbedienza al rispetto delle regole. E a garantire il rispetto della giustizia ci sono arbitri, giudici e ispettori e, negli ultimi anni, ausili tecnologici. Senza le regole il senso del gioco e della competizione sarebbe vanificato. Nel gioco del calcio, per esempio, se la palla non ha completamente oltrepassato la linea della porta, non è goal. Un piccolo millimetro fa una enorme differenza. In alcuni casi, le regole aiutano a capire che la giustizia non è qualcosa si meramente soggettivo, ma che ha una dimensione oggettiva, anche quando viene sperimentata nelle forme del gioco.

Contrariamente a quanto si possa pensare, nello sport le regole non limitano la creatività, ma la stimolano. Per centrare il risultato stando all’interno delle regole stabilite, l’atleta deve essere molto creativo. Deve cercare di sorprendere l’avversario con tecniche e strategie innovative. Per questa ragione gli atleti più creativi sono anche i più apprezzati.

Qualcosa di analogo accade con la libertà. Le regole, che a loro volta sono frutto della creatività di chi ha inventato uno sport, diventano oggettive nel momento in cui sono accettate. Questa oggettività non annulla la soggettività di ogni singolo atleta, ma piuttosto nella pratica del proprio sport lo aiuta a migliorarsi nella libertà. Le regole sono chiare e definite, ma il loro rispetto rende l’atleta più libero e creativo.

Gli uomini creano le regole che costituiscono i vari sport e si accordano su di esse. Queste regole fanno sì che lo sport divenga un qualcosa a sé stante rispetto alle altre attività della vita quotidiana. Gli studiosi hanno notato che uno degli aspetti delle regole costitutive di uno sport è che hanno una logica di gratuità. Come già detto nel precedente capitolo, ogni sport ha i propri obiettivi da raggiungere. Nel golf, per esempio, lo scopo è mettere la palla nella buca con il minor numero di lanci possibili per diciotto buche. Il regolamento del golf, tuttavia, prevede il punteggio migliore per cui è possibile farlo, proibisce il modo più efficace di fare questo, cioè avvicinarsi camminando e far cadere la palla nella buca. Essi introduce gratuitamente delle sfide e delle difficoltà che rendono il raggiungimento dell’obiettivo ancora più complicato. Ciascun giocatore deve usare un campo da golf, iniziare a una distanza prestabilita da ciascuna buca e evitare specchi d’acqua e conche di sabbia. I partecipanti accettano le regole costitutive del golf, in quanto si divertono nel giocare e nel cercare di affrontare la sfida che il gioco stesso offre. Il punto focale di questa riflessione è che gli sport sono necessari all’esistenza; li inventiamo e vi partecipiamo liberamente perché ci piace praticarli. In qualche modo, gli sport fanno parte del regno della gratuità.

Lo sport, quindi, è fondato su un presupposto iniziale: la collaborazione e l’accordo sulle regole costitutive. Ci sono varie modalità con cui i partecipanti cooperano per far sì che un evento sportivo si realizzi. Infatti, la collaborazione è precedente e è la base della competizione. In questo senso, lo sport è l’opposto della guerra, che si scatena quando le persone credono che la cooperazione non sia più possibile e quando viene a mancare l’accordo sulle regole fondamentali. Nello sport, l’avversario è un partecipante al contesto codificato dalle regole e non un nemico da annientare. Infatti, è la presenza di un avversario che fa emergere il meglio di un atleta e per questo l’esperienza può essere piacevole e avvincente. Il termine competizione richiama proprio a questo, derivando da due parole latine “com” (con) e “petere” (fare con forza). I partecipanti alla gara “si sforzano insieme” per dare il meglio. I molti esempi di atleti che si stringono la mano e si abbracciano o che socializzano e condividono momenti conviviali dopo una gara intensa hanno molto da insegnarci su questo aspetto.

E così vediamo come lo sport aiuti la persona a crescere, poiché diventa capace di costruire un ambiente nel quale convivono e interagiscono libertà e responsabilità, creatività e rispetto delle regole, divertimento e serietà. Questo ambiente passa attraverso lo spirito di collaborazione e accompagnamento reciproco, sviluppando il talento e il carattere delle persone.

Fair Play
Negli ultimi decenni c’è stata una consapevolezza crescente del bisogno di fair play nello sport, per esempio, che il gioco sia “pulito”. Gli atleti onorano il fair play non solo quando rispettano formalmente le regole, ma anche quando osservano la giustizia in rispetto dei propri avversari così che ciascun contendente possa impegnarsi liberamente nel gioco. Una cosa è rispettare le regole del gioco per evitare di essere sanzionati dall’arbitro o squalificati per una violazione del regolamento. Altra cosa è essere attenti e rispettosi dell’avversario e della sua libertà indipendentemente da qualsivoglia ricaduta regolamentare. Fare questo comporta non usare strategie nascoste, come può essere il doping, o avvantaggiarsi scorrettamente sugli avversari. L’attività sportiva “deve essere occasione ineludibile per praticare le virtù umane e cristiane della solidarietà, della lealtà, del corretto comportamento e rispetto per gli altri, per coloro che vanno visti come competitori e non come avversari o rivali”.[33] In questo modo lo sport può puntare più in alto, superando l’obiettivo della vittoria, ricercando lo sviluppo della persona all’interno di una comunità fatta di compagni di squadra e avversari.

Il fair play permette allo sport di divenire un’opportunità di educazione per tutta la società, partendo dai valori e delle virtù presenti nello sport, come la perseveranza, la giustizia e le buone maniere, per nominarne alcune che papa Benedetto XVI indicò. “E a voi, cari atleti, spetta il compito non meno significativo nella società di dare volto a questi atteggiamenti e convinzioni e incarnarli oltre che nell’attività sportiva, anche in un reale impegno familiare, culturale e religioso. Il che risulta essere di enorme aiuto in particolare per i giovani, visti i mutamenti sociali, la sempre più diffusa perdita di valori e il crescente disorientamento”.[34] In questo senso, gli atleti hanno il compito di essere “educatori, poiché lo sport può effettivamente inculcare molti valori elevati quali la lealtà, l’amicizia e lo spirito di squadra”.[35]

3.3 Individualismo e squadra

Qualcosa di molto tipico del mondo dello sport sono le relazioni affiatate che si creano tra il singolo atleta e la squadra. Negli sport di squadra, come il calcio, il rugby, la pallavolo, e il basket su tutti, questo è particolarmente evidente. Ma anche negli sport individuali, come il tennis o il nuoto, ci sono sempre forme di lavoro di squadra.

Oggi è molto diffusa una mentalità individualistica. Gli interessi individuali talvolta sembrano prevalere sul bene comune. Lo sport è una scuola di spirito di squadra che aiuta ciascuno a superare l’egoismo. Qui l’individualità di ciascun atleta è connessa con la squadra, che lavora unita per puntare a un obiettivo comune.

Papa Francesco, parlando ai giovani in occasione del settantesimo anno di fondazione del Centro Sportivo Italiano, disse: “Vi auguro anche di sentire il gusto, la bellezza del gioco di squadra, che è molto importante per la vita. No all’individualismo! No a fare il gioco per sé stessi. Nella mia terra, quando un giocatore fa questo, gli diciamo: ‘Ma questo vuole mangiarsi il pallone per sé stesso!’. No, questo è individualismo: non mangiatevi il pallone, fate gioco di squadra, di équipe. Appartenere a una società sportiva vuol dire respingere ogni forma di egoismo e di isolamento, è l’occasione per incontrare e stare con gli altri, per aiutarsi a vicenda, per gareggiare nella stima reciproca e crescere nella fraternità”.[36]

Ogni componente della squadra è unico e contribuisce in modo peculiare al gruppo. I singoli non sono dispersi nel mucchio, perché ciascuno è considerato nella propria particolarità. Ciascuno riveste un’importanza unica e specifica che rende più forte l’intera squadra. Una grande squadra è formata da grandi singole personalità, che non giocano da sole ma insieme.

Una squadra di calcio, per esempio, può essere composta dai migliori centrocampisti del mondo, ma non sarà una grande squadra se non ha un portiere, difensori, attaccanti e anche un allenatore, un preparatore atletico, un fisioterapista, ecc… Nello sport, i doni e i talenti di ciascun individuo sono messi a servizio della squadra.

3.4 Sacrificio

Alle persone che praticano un’attività sportiva è familiare il concetto di sacrificio. Aldilà del livello di prestazione o del tipo di attività in cui si è coinvolti, di squadra o individuale, l’atleta deve sottoporre sé stesso a una disciplina e focalizzarsi sull’esercizio da portare a termine, se vuole imparare e acquisire le necessarie competenze e capacità. Raggiungere questo risultato spesso significa dover seguire un programma continuo e strutturato di allenamenti. Questo avviene nel migliore dei modi quando il praticante accetta di essere parte di un progetto che comporterà un certo livello di durezza, abnegazione e umiltà. Questo perché imparare e migliorarsi nello sport porta sempre con sé l’impatto con la sconfitta, la frustrazione e la sfida. Gli atleti professionisti spesso fanno esperienza di queste sfide psicologiche, fisiche e spirituali come parte integrante della propria carriera sportiva; ancor più impressionante è che, gli atleti amatoriali e dilettanti sono predisposti ad accettare queste esigenze, sebbene a livelli minori di intensità, al fine di migliorarsi in ciò che li appassiona.[37] I praticanti dilettanti che si allenano per la mezza maratona di beneficienza, un giocatore di golf ad alto handicap che si allena per migliorare i propri colpi, il giocatore di walking football (calcio camminato) che cerca di segnare il maggior numero di goal per la propria squadra, capisce attraverso l’esperienza sul campo che questi piccoli sacrifici hanno un senso se fatti per passione nello sport. Sebbene indirizzato agli olimpionici, san Giovanni Paolo II ha evidenziato che il valore del sacrificio nello sport vale per tutti gli atleti, senza distinzione di livello di prestazione: “Nelle recenti Olimpiadi di Sydney, abbiamo ammirato le imprese di grandi atleti, che per giungere a quei risultati si sono sacrificati per anni, ogni giorno. Questa è la logica dello sport, specialmente dello sport olimpico; e è anche la logica della vita: senza sacrifici non si ottengono risultati importanti, e nemmeno autentiche soddisfazioni”.[38]

L’esperienza del sacrificio nello sport può aiutare gli atleti a formare il proprio carattere in modo peculiare. Possono sviluppare le virtù del coraggio e dell’umiltà, della perseveranza e della fortezza. Nello sport l’esperienza comunitaria di sacrificio può anche aiutare i credenti a capire più profondamente la propria vocazione di figli di Dio. Mantenere una vita di preghiera, accostarsi con continuità ai sacramenti, lavorare per il bene comune, sono spesso azioni lastricate di ostacoli e difficoltà. Noi possiamo superare queste sfide con una constante persistenza e autodisciplina, e con la grazia che ci viene da Dio. “Severa disciplina e padronanza di sé, prudenza, spirito di sacrificio e di dedizione”,[39] secondo san Giovanni Paolo II, rappresentano qualità spirituali, fisiche e psicologiche forgiate da molti sport. Le sollecitazioni e le sfide, sia mentali che fisiche, che lo sport mette in campo, possono aiutare a rafforzare lo spirito e l’autostima. C’è una narrazione cattolica del valore antropologico dello sport e del sacrificio radicata nel vissuto quotidiano di ogni atleta: essi hanno la consapevolezza che il sacrificio e la sofferenza hanno un potere trasformante.

Sacrificio è una parola molto familiare e utilizzata nel mondo dello sport. Anche la Chiesa usa questo termine e spesso in modo molto diretto e specifico. Sa che l’amore di Dio e per il prossimo spesso ha un costo per la nostra vita. Il compito del cristiano è di accettare e sopportare i sacrifici e le sofferenze, grandi o piccole che siano, e con il sostegno della grazia di Dio, lottare per il regno nella vita terrena e nel mondo che verrà. Con questa convinzione diventa più semplice capire cosa san Paolo intendeva quando chiedeva di prepararsi a “combattere la buona battaglia” (Tm 6,12). Tutti i nobili sacrifici che facciamo sono importanti nella vita cristiana, anche quando riguardano un ambito apparentemente insignificante delle attività umane, come lo sport.

3.5 Gioia

Fin dai tempi della Carta Internazionale dell’Educazione Fisica, dell’Attività Fisica e dello Sport del 1978, praticare lo sport è diventato un diritto per tutti, non soltanto per i giovani, le persone sane o normodotate. Indipendentemente dal fatto che lo sport sia praticato da bambini, anziani o persone con disabilità, esso porta gioia a tutti coloro che lo esercitano liberamente, qualsiasi sia il livello di gioco.

In quanto i principianti, gli atleti vivono frustrazione e anche imbarazzo per le ripetute sconfitte che incontrano nel loro percorso di ricerca di affinamento e miglioramento della propria disciplina sportiva. Se invece sono ad alti livelli di prestazione, essi devono passare attraverso severi e rigidi programmi di preparazione. La gioia che si prova nel praticare lo sport, spesso convive e emerge dalle difficoltà e dalle sfide più dure. Vediamo che nel mondo ci sono molte persone che praticano sport soltanto per il piacere del movimento fisico, per le opportunità di socializzazione, per apprendere nuove competenze o per percepire un senso di appartenenza ad una comunità. La gioia in questi casi è il frutto del fare ciò che piace o appassiona. In ultima analisi, la gioia è un dono fondato sull’amore, e questo è vero per tutti gli sport.[40] Questo legame tra la gioia e l’amore per lo sport ci permette di capire meglio la relazione tra Dio, l’amore e la gioia nella nostra spiritualità quotidiana.

Il fatto che per la maggior parte delle persone lo sport non sia praticato per un motivo di utilità quale i soldi o il successo, lo rende un fenomeno ancora più interessante. Tuttavia, per gli atleti in carriera, i momenti di gioia nello sport sono di solito accompagnati da sofferenze e sacrifici di ogni sorta, e conseguenza di grandi sforzi fisici e mentali. Questo ci insegna che la gioia autentica, profonda e duratura spesso emerge quando ci impegniamo con tutti noi stessi per qualcosa che ci appassiona. Questa passione può essere rivolta al gesto sportivo in sé o ai compagni di squadra nelle relazioni profonde costruite nell’inseguimento di un comune obiettivo. Se la gioia connessa con la passione e l’amore per lo sport o per i compagni di squadra è una realtà che gli psicologi associano alle migliori performance e è la molla che spinge gli sportivi a rinnovare continuamente la partecipazione, allora questo può essere un buon modo per gli allenatori e i responsabili sportivi per mostrare il parallelismo tra la pratica sportiva e la vita di fede.

A questo riguardo è importante richiamare la parabola di Gesù sul tesoro nascosto nel campo, per spiegare il Regno di Dio. Gesù sottolinea che l’essere umano che ha trovato il tesoro, “pieno di gioia” vende tutto ciò che ha per comprare quel campo (Mt 13,44). Così anche per noi, seguire Gesù e annunciare che il regno di Dio è vicino significa agire pieni di gioia per aver sperimentato l’abbondanza dell’amore e della Grazia di Dio che caratterizzano questo regno. Quando si segue Gesù e si lavora per costruire il regno di Dio, si incontrano difficoltà e disagi, e siamo invitati a caricarci la nostra croce. Tuttavia le prove e le sofferenze non possono cancellare la nostra gioia. Nemmeno la morte lo può fare. Dopo aver detto ai suoi discepoli che come il Padre ha amato lui, così lui ha amato loro, invitandoli a rimanere nel suo amore, Gesù dice loro: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Così come, vicino alla sua passione e morte, disse loro: “Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22).

La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù”.[41] papa Francesco evidenzia la centralità della gioia nella vita di un credente, quale dono da condividere con tutti. Allo stesso modo lo sport ha senso fin tanto che promuove uno spazio di gioia da condividere con gli altri. Non si tratta di negare i sacrifici e le sofferenze che sono presenti nell’allenamento e nella pratica sportiva, ma in ultima analisi lo sport è chiamato a essere un portatore di gioia a tutti coloro che lo praticano e a tutti gli appassionati spettatori che lo seguono nel mondo intero.

3.6 Armonia

Lo sviluppo armonioso della persona deve essere sempre una priorità di tutti coloro che hanno una responsabilità nel mondo dello sport, siano essi allenatori, istruttori o dirigenti. La parola armonia si riferisce all’equilibrio e al benessere e è fondamentale affinché si possa vivere la vera felicità. Ci sono molte forze nel mondo odierno che ci spingono ad abbandonare questa importante virtù dell’armonia per abbracciare modelli orientati e sbilanciati in un’unica dimensione. Basti pensare alla commercializzazione di alcuni sport, all’eccessiva dipendenza da modelli scientifici sganciati dalle preoccupazioni etiche, per fare degli esempi preoccupanti. Quando si promuove uno sport in cui il corpo è ridotto a oggetto o la persona viene considerata una merce, si corre il rischio di fare un grande danno alle persone e a tutta la comunità.

Dall’altra parte, lo sviluppo armonico della persona nelle sue dimensioni fisiche, sociali e spirituali è da tempo riconosciuto come contributo alla salute psicologica e al benessere della persona. Già ci sono riscontri positivi laddove “molte persone sentono la necessità di trovare forme appropriate di esercizio fisico che aiutino a ritrovare un salutare equilibrio della mente e del corpo”.[42] In relazione a questo, negli ultimi anni sono nate molte nuove forme di sport e modelli diversi di competizione in risposta al bisogno esistenziale di maggiore armonia tra mente e corpo. Anche il Concilio Vaticano II evidenziò che al fine della costruzione di comunità armoniose, lo sport può offrire “un aiuto per stabilire fraterne relazioni fra gli uomini di tutte le condizioni, di nazioni o di razze diverse”.[43]

Spesso trascurata in ambienti dove le persone non sono più considerate come creature amate da Dio, è l’importanza della formazione spirituale delle persone. L’armonia comporta equilibrio e questo a sua volta è correlato alla intera vita della persona, dalla sfera morale, fisica, sociale a quella psicologica. Lo sport è uno dei contesti concreti in cui la persona può ricercare il proprio sviluppo integrale.

Paradossalmente è proprio passando da ciò che apparentemente sembra avere a che fare con la sola dimensione fisica – come lo sport – che possiamo crescere nelle nostre conoscenze spirituali e vedere come, respingendo questa dimensione del nostro essere, miniamo la nostra stessa crescita, salute e benessere. La tendenza a ignorare la componente spirituale, o a ridurla semplicemente alla sfera psicologica (come avviene prevalentemente in larga parte del mondo odierno), è oggi la normalità e può essere dannoso in particolare per i giovani e per coloro che sono carenti di formazione spirituale e religiosa. La Chiesa, nella sua sapienza, ci offre una visione molto necessaria e convincente al riguardo. Noi siamo chiamati a vivere il nostro sport nello Spirito e con lo Spirito, poiché come disse san Giovanni Paolo II: “Siete dei veri atleti se vi preparate assumendo continuamente le dimensioni spirituali della vostra persona per uno sviluppo armonioso di tutti i talenti umani”.[44]

3.7 Coraggio

La Chiesa, con Tommaso d’Aquino, ha insegnato che il coraggio rappresenta la via di mezzo tra la codardia e la spericolatezza. E la Chiesa ha ribadito che un atto coraggioso è sempre connesso alla moralità. Questo perché per essere coraggiosi serve fare la cosa giusta, il bene, piuttosto che ricorrere a un espediente o alla via più facile. Nello sport questo ha profondamente a che vedere con il fair play e con lo spirito del gioco. Quest’ultima frase significa giocare rispettando gli avversari, le tradizioni dello sport, le regole e i regolamenti, anche quando non siamo controllati o visti. Quando i giocatori dimostrano una buona sportività, andranno oltre lo specifico regolamento di gioco, garantendo sempre e comunque il rispetto dell’avversario.

Il concetto di coraggio può anche essere interpretato come una scelta del tutto personale. Non è possibile far diventare qualcuno coraggioso, anche se gli allenatori e gli educatori possono contribuire a stimolare questa virtù con il loro operato. Infatti, si potrebbe spiegare che il coraggio lo si vede molto di più prima, durante e dopo una sconfitta o una disfatta. Andare avanti a giocare anche quanto non c’è più alcuna possibilità di vittoria per la tua squadra, cercare di far la cosa giusta da un punto di vista etico o fisico quando si sta perdendo malamente una partita, tenere unita la squadra quando ci si sente dei perdenti sono tutte occasioni che dimostrano quanto lo sport sia carico di comportamenti di grande coraggio.

3.8 Uguaglianza e rispetto

Ogni persona è stata creata a immagine e somiglianza di Dio e ha diritto a vivere la propria vita con dignità e ad essere trattato con rispetto. Tutti hanno lo stesso diritto di sperimentare e godere delle molteplici dimensioni della cultura e dello sport. Ciascuno ha il diritto di promuovere le proprie capacità individuali, nel rispetto dei propri limiti.

Questa uguaglianza di diritti per ciascun individuo non significa tuttavia omogeneità e conformità. Al contrario, significa rispetto per le differenze e le diversità delle condizioni umane, in merito al sesso, all’età, alla provenienza culturale e alle tradizioni. Questo si applica in modo analogo al settore dello sport. È comprensibile che ci siano specifiche differenze nelle prestazioni sportive dovute all’età o che nella maggior parte delle discipline uomini e donne non competano gli uni contro le altre. Persone che hanno capacità fisiche di base chiaramente diverse dalla media, per esempio a causa di particolari problemi, possono essere giudicati e valutarti in modo differenziato.

Con tutte le attenzioni alla molteplicità di condizioni, talenti e abilità, le differenti categorie di performance non devono condurre a classifiche nascoste o a gerarchie di punteggio o anche a delimitazioni ermetiche di partecipazione. Questo distruggerebbe la percezione della famiglia umana come unità primaria. Ciò che l’apostolo Paolo chiede alla comunità cristiana, come specchio del corpo di Cristo, dovrebbe essere sperimentato nello sport: “Non può l’occhio dire alla mano: ‘Non ho bisogno di te’; oppure la testa ai piedi: ‘Non ho bisogno di voi’. Anzi proprio le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie […] Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”.[45]

Lo sport è un’attività che può e deve promuovere l’uguaglianza tra gli esseri umani. “La Chiesa […] considera lo sport uno strumento educativo quando promuove elevati ideali umani e spirituali e quando forma in modo integrale i giovani a valori come la lealtà, la perseveranza, l'amicizia, la solidarietà e la pace”.[46] Lo sport è un settore della nostra società che promuove l’incontro di tutta l’umanità e può superare discriminazioni socio-economiche, razziali, culturali e religiose.

Tutte le persone sono uguali in dignità, in quanto create a immagine e somiglianza. Siamo fratelli e sorelle che discendono dallo stesso Creatore. Tuttavia il nostro mondo ha ancora di fronte profonde disuguaglianze e è compito dei cristiani portare alla luce queste situazioni. Lo sport può cercare di promuovere l’uguaglianza, perché “senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione”.[47]

Ci sono molti esempi di come lo sport riesca a creare condizioni di coesione sociale e uguaglianza tra le persone. Molti sport popolari hanno fatto campagne di sensibilizzazione contro il razzismo e hanno promosso la pace, la solidarietà e l’inclusione. “Lo sport può unire in uno spirito di amicizia popoli e culture. Lo sport è un segno che la pace è possibile”.[48]

3.9 Solidarietà

Il messaggio della Chiesa ci mostra che esiste un profondo legame tra la solidarietà e il bene comune, tra la solidarietà e la destinazione universale dei beni, tra la solidarietà e l’uguaglianza tra i popoli, tra la solidarietà e la pace nel mondo.[49]

La solidarietà all’interno di una squadra sportiva è quell’unità che si crea tra i compagni che combattono insieme per raggiungere l’obiettivo comune. Una simile esperienza fa sì che tutti i componenti vivano un sentimento di attenzione personale e di stima. La solidarietà in senso cristiano però, va oltre i membri della propria squadra. Può anche includere il rivale sul campo che non riesce a rialzarsi senza aiuto. Qui il sostegno e la solidarietà sono necessari per non doversi chiudere se la sconfitta dell’altro sia la propria sconfitta o il risultato di una sfortunata sequenza di eventi.

Gli atleti, soprattutto quelli più famosi, hanno una inevitabile responsabilità sociale. È importante che abbiano sempre maggiore consapevolezza del proprio compito nell’ambito della solidarietà e che questo sia socialmente noto. “Voi giocatori siete i rappresentanti di un'attività sportiva che ogni fine settimana riunisce tanta gente negli stadi e alla quale i mezzi di comunicazione sociale dedicano ampio spazio. Per questo motivo avete una responsabilità speciale”.[50]

papa Francesco ha invitato gli atleti a mettersi in gioco “con gli altri e con Dio, dando il meglio di voi stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre. Mettete i vostri talenti al servizio dell’incontro tra le persone, dell’amicizia, dell’inclusione”.[51]

San Giovanni Paolo II esortò gli sportivi a “favorire la costruzione di un mondo più fraterno e solidale, contribuendo al superamento di situazioni di reciproca incomprensione tra individui e popoli”.[52]

Lo sport deve sempre andare a braccetto con la solidarietà, in quanto lo sport è chiamato a irradiare la società dei suoi valori, in particolare la promozione dell’unità tra popoli, razze, religioni e culture, aiutando così a superare molte divisioni che ancora oggi il nostro mondo subisce.[53]

3.10 Lo sport apre alla ricerca sul significato ultimo della vita

Lo sport pone in evidenza la tensione tra la forza e la fragilità, entrambe esperienze che appartengono necessariamente all’esistenza umana. Lo sport è un regno entro il quale l’essere umano può far emergere con autenticità i propri talenti, la propria creatività, ma allo stesso tempo vivere l’esperienza del limite e della finitezza, così come sperimentare che il successo non è assicurato.

Come spiegato all’inizio del capitolo, lo sport è un ambito che può rivelare la verità e il senso della libertà della persona. “La libertà – dice papa Francesco – è qualcosa di grandioso, ma possiamo perderla”.[54] Lo sport rispetta la libertà della persona poiché, all’interno di confini tracciati da specifiche regole, non ostacola la creatività, anzi la stimola. In questo modo non si perde l’esperienza di essere liberamente sé stessi.

L’intrinseca relazione tra la libertà individuale e l’accettazione di regole mostra inoltre che la persona è orientata a vivere in comunità con gli altri. La persona non è mai un’entità isolata, ma “un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti”.[55] La squadra sportiva e la presenza di spettatori mostra con chiarezza la relazione tra individui e comunità. Inoltre, neanche uno sport individuale può essere praticato senza il contributo di molte altre persone. È per questo che lo sport può servire come paradigma per mostrare come la persona può realizzare sé stessa attraverso un’esperienza di comunità.

Infine, nel nostro tempo, lo sport è forse l’esempio più evocativo di unità tra corpo e anima. Va sottolineato che un’interpretazione unilaterale delle esperienze suddette conduce a una falsa nozione dell’essere umano. Per esempio, ponendo l’attenzione soltanto sulla forza, potrebbe sembrare che gli uomini siano autosufficienti. Una concezione unilaterale della libertà porta all’idea di un sé irresponsabile, che segue soltanto regole proprie. Allo stesso modo, un’enfasi eccessiva rispetto alla dimensione comunitaria, porterebbe a sottostimare la dignità della persona. E infine, rigettando l’unità di corpo e anima, si arriverebbe o a svalutare completamente il corpo o a cadere in un materialismo mondano. Quindi, al fine di comprendere a pieno la natura umana, tutte le dimensioni devono essere considerate.

Per riassumere possiamo dire che nell’esperienza sportiva la persona sperimenta in modo particolare la tensione tra la forza e la fragilità, la libertà di sottomettersi a regole generali che costituiscono una pratica comune, l'individualità orientata verso la comunità e l'unità del corpo e dell'anima. Inoltre, attraverso lo sport è possibile fare esperienza della bellezza. Come Hans Urs von Balthasar ha sottolineato, la capacità estetica dell’essere umano è anche una caratteristica decisiva che stimola la ricerca sul significato ultimo dell’esistenza. [56] Se applichiamo questa visione antropologica integrale, lo sport potrebbe quindi divenire uno straordinario campo in cui la persona fa esperienza delle verità fondamentali su di sé e del significato ultimo della propria esistenza.

Il significato ultimo dal punto di vista cristiano
La persona trova la sua verità più profonda nell’essere a immagine e somiglianza di Dio, così come Egli ci ha creato (Gen 1,27). Sebbene sia vero che lo sport porta dentro di sé la ricerca di un certo tipo di felicità, che il Concilio Vaticano II ha descritto come “una vita piena e libera, degna dell’essere umano, che metta al proprio servizio tutto quanto il mondo oggi offre loro così abbondantemente”. [57], è anche vero che l’essere umano è stato creato per una felicità ancora più grande. Questa felicità è resa possibile dal dono gratuito della grazia di Dio. È importante specificare che la grazia di Dio non distrugge ciò che è umano, ma piuttosto “ne perfeziona la natura” [58] o ci eleva alla comunione con Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo e nella comunione con gli altri.

Uno dei principali modi con cui sperimentiamo la grazia di Dio è la sua misericordia. Come papa Francesco ha continuamente richiamato nel suo pontificato e in particolare nell’Anno giubilare della Misericordia, Dio non si stanca mai di perdonarci. Dio ci ama incondizionatamente. Anche quando sbagliamo o pecchiamo, Dio è paziente con noi e ci offre sempre il suo perdono e una seconda possibilità. Il perdono di Dio – come il nostro perdono reciproco – ci guarisce e restaura l’immagine e somiglianza di Dio in noi. Come san Paolo scrive nella sua lettera ai Colossesi: “Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell'uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, a immagine di Colui che lo ha creato” (Col 3,9). E ancora ai Corinzi: “E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). Se il percorso di redenzione significa che saremo rinnovati e cambiati a immagine e somiglianza di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo, questo significa comprendere che costitutivamente siamo esseri relazionali e che siamo fatti per la comunione con Dio e con l’altro.

4. Le sfide alla luce del Vangelo

4.1 Uno sport umano e giusto

Abbiamo già parlato degli aspetti di significato in merito allo sport, così come del suo ruolo nella ricerca della bontà e della verità. Come tutte le realtà umane, però, anche lo sport può essere usato contro la dignità dell’essere umano e contro i diritti della persona. Per questo la Chiesa intende far sentire la propria voce quando vede calpestate la dignità e la felicità della persona.

La promozione dei valori umani nello sport
Gli attuali sviluppi dello sport devono essere giudicati sulla base del grado di riconoscimento della dignità della persona e dell’adeguatezza del rispetto mostrato per gli altri, per tutte le creature e per l’ambiente. Inoltre, la Chiesa riconosce l’importanza della gioia nella partecipazione all’attività sortiva e della convivenza leale tra gli esseri umani. Quando le regole dello sport sono stipulate a livello internazionale, gli atleti di differenti culture, nazioni e religioni devono poter godere di un’esperienza condivisa di una competizione leale e gioiosa, che possa aiutare a promuovere l’unità della famiglia umana.

Attraverso la pratica sportiva, le persone possono sperimentare la propria corporeità in modo semplice e positivo. Giocando in squadra, gli atleti possono comprendere che le esperienze più belle sono quelle in cui si costruisce un legame forte tra i giocatori e si gioca bene insieme.

Critiche alle devianze

A partire da questa prospettiva, devono essere giudicati in modo critico una serie di fenomeni e sviluppi. Questo si applica allo sport non meno che ad altre aree della vita sociale. La Dottrina Sociale della Chiesa richiama le persone impegnate in politica, nell’economia o nella scienza a domandarsi se le loro azioni siano a servizio della persona umana e di un ordine sociale giusto. Anche le persone impegnate nello sport dovrebbero porsi questa domanda.

L’intensa qualità delle esperienze nello sport è la base del suo fascino. Tuttavia, proprio per questa sua forza, lo sport è anche esposto a deviare su politiche e pratiche che non sono a servizio della persona. Questo si riferisce agli sportivi praticanti, così come riguarda agli spettatori e ai tifosi. La grande importanza che lo sport riveste per molte persone può ridurlo a uno strumento per veicolare interessi, linee politiche e dimostrazioni di potere, per una cieca ricerca di un profitto finanziario o per assecondare spinte nazionaliste. In questo modo l’autonomia dello sport e i suoi valori interni sono minacciati. Gli interessi che non sono dello sport, ma piuttosto politici, economici, mediatici finiscono per orientare le sue dinamiche e anche le esperienze degli stessi atleti. Lo sport è una parte di una società complessa e molteplice e partecipa alle sue dinamiche: per questo deve ancor più porre attenzione a non cedere la propria autonomia. Parlando a una delegazione di calciatori di squadre professionistiche italiane, papa Francesco ricordava con gioia le trasferte fatte in gioventù allo stadio di calcio con la sua famiglia e l’aria di festa di quei giorni, e ai giocatori e ai dirigenti disse: “Vorrei augurare che il calcio e ogni altro sport molto popolare recuperi la dimensione della festa. Oggi anche il calcio si muove in un grande giro di affari, per la pubblicità, le televisioni, eccetera. Ma il fattore economico non deve prevalere su quello sportivo, perché rischia di inquinare tutto, sia a livello internazionale e nazionale sia a livello locale”.[59]

Quando lo sport è praticato per “vincere a tutti i costi”, lo stesso sport è seriamente minacciato. Concentrandosi unicamente sul successo sportivo, sia fatto per ragioni personali, politiche o economiche, riduce i diritti e il benessere dei partecipanti a un ruolo marginale. Rispetto al rapporto con la corporeità, il desiderio di migliorare sempre più le prestazioni e a qualsiasi costo influenza i comportamenti e porta a serie conseguenze. Il criterio per cui qualsiasi scelta non è più vagliata secondo il metro della dignità della persona, ma piuttosto dalla misura dell’efficienza, può portare con sé rischi per la salute, propria e dei compagni. La dignità e i diritti della persona non possono essere mai arbitrariamente assoggettati ad altri interessi. Non è accettabile che gli atleti siano considerati come merce. Come papa Francesco ha detto ai membri del Comitato Olimpico Europeo: “Quando lo sport viene considerato unicamente secondo parametri economici o di conseguimento della vittoria a ogni costo, si corre il rischio di ridurre gli atleti a mera mercanzia da cui trarre profitto. Gli stessi atleti entrano in un meccanismo che li travolge, perdono il vero senso della loro attività, quella gioia di giocare che li ha attratti da ragazzi e che li ha spinti a tanti veri sacrifici e a diventare campioni”.[60]

I diritti generali di vivere in dignità e libertà dovrebbero essere tutelati nello sport. Devono essere garantiti in particolare ai poveri e ai deboli, specialmente ai bambini che hanno diritto a essere protetti nella propria integrità fisica. Situazioni di abusi di bambini, siano essi fisici, sessuali o emotivi, da parte di allenatori, preparatori o altri adulti, sono un affronto alle giovani creature, fatte a immagine e somiglianza di Dio, e perciò un affronto direttamente a Dio. Le istituzioni che finanziano programmi di sport per i giovani, inclusi quelli di alto livello, dovrebbero sviluppare linee programmatiche con l’aiuto di esperti che garantiscano la sicurezza dei bambini.

Anche gli atleti hanno il diritto di associarsi e di rappresentare i propri interessi. Non possono essere ostacolati nell’esprimersi liberamente come cittadini e secondo coscienza. Devono essere trattati come persone con tutti i diritti riconosciuti. Qualsiasi forma di discriminazione dovuta all’estrazione sociale o nazionale, al sesso, all’etnia, alla razza, alla costituzione fisica o alla religione, non possono essere accettate nello sport. Tuttavia, anche andando oltre l’immediato evento sportivo, lo sport deve sentirsi responsabile per ciò che succede nel suo contesto. Molte persone sono impegnate nella preparazione e gestione di grandi manifestazioni sportive e i loro legittimi interessi e condizioni di vita devono essere rispettate.

4.2 Responsabilità condivisa per uno sport buono

Lo sport è una realtà multiforme. I critici dello sport non dovrebbero essere né totalmente sospettosi di questo fenomeno, né ingenui nell’osannare i suoi aspetti positivi. In aggiunta, è importante saper distinguere quali sono le reali responsabilità di ciascuna organizzazione e agenzia sportive nelle specifiche situazioni. Infatti, non sono solo i praticanti o gli atleti ad avere la responsabilità di ciò che succede, ma anche molte altre figure, come le famiglie, gli allenatori e gli assistenti, i medici, i dirigenti, gli spettatori e le persone coinvolte negli altri ambiti dello sport, compresi gli scienziati, i leader politici ed economici, i rappresentanti dei media.

Gli spettatori e i tifosi che partecipano alle manifestazioni sportive direttamente o attraverso i media, hanno una propria quota di responsabilità condivisa negli eventi. Possono manifestare il proprio rispetto per i giocatori di entrambe le squadre ed esprimere disapprovazione per comportamenti antisportivi. Il fair play è necessario anche nei confronti degli spettatori che supportano la squadra avversaria. Qualsiasi forma di denigrazione o violenza nei contesti sportivi deve essere condannata e i responsabili sportivi devono fare di tutto per individuare i responsabili. Per esempio, ci sono delle buone pratiche su come può essere trattata la violenza negli ambienti sportivi. Per esempio, alcuni club professionistici in Europa e anche altrove formano dei volontari che collaborano con i tifosi per individuare comportamenti antisportivi e anche atteggiamenti violenti dei supporters, che negli ultimi anni sono sempre più frequenti nelle partite di calcio. Qui la responsabilità non può essere scaricata dal mondo dello sport su altre istituzioni.

Molte persone praticano sport in ambienti naturali. Purtroppo l’attività sportiva non lascia questi ambienti intatti. Ha un impatto ambientale che spesso è a lungo termine. Per questo gli atleti e i finanziatori degli eventi sportivi hanno come ulteriore responsabilità quella del massimo rispetto del creato. Questa responsabilità ricade su molte spalle: non solo su ciascun praticante, che deve considerare quali costi ambientali sono correlati con la propria attività sportiva, ma anche su chi finanzia le principali manifestazioni sportive, i quali devono considerare la sostenibilità dell’evento dal punto di vista ambientale.

Inoltre, negli sport che coinvolgono gli animali, deve essere posta attenzione per assicurarsi che il loro trattamento sia moralmente appropriato e che non siano considerati come semplici oggetti.

La Chiesa evidenza la responsabilità di ogni persona del mondo dello sport e si appella a ciascuna coscienza affinché promuova il più possibile di uno sport umano e giusto. Tuttavia non sarebbe corretto mettere il peso della responsabilità di uno sport buono e giusto solo sulle spalle dei singoli atleti. Bisogna stare attenti pure agli organismi sociali che influenzano il nostro modo di pensare e di agire. “Queste sono l'insieme delle istituzioni e delle prassi che gli uomini trovano già esistenti o creano, sul piano nazionale e internazionale, e che orientano o organizzano la vita economica, sociale e politica”.[61] Tali strutture hanno una capacità di persuasione così forte che è molto difficile rimanere fedeli ai valori interni dello sport. Del resto, queste strutture non sono un destino inevitabile. “Esse dipendono sempre dalla responsabilità della persona, che le può modificare, e non da un presunto determinismo storico”.[62] Pertanto, esse sussistono entro gli scopi della nostra responsabilità. L’importanza sociale delle varie organizzazioni sportive ai livelli regionale, nazionale e internazionale è enorme e così deve essere anche la loro responsabilità morale. Esse devono essere a servizio dei valori interni allo sport e al bene della persona.

4.3 Quattro specifiche sfide per lo sviluppo

Ci sono quattro sfide per lo sport del nostro tempo che la Chiesa ritiene particolarmente serie e che questo documento cerca di orientare. Possono essere comprese come il risultato dell’incontrollato orientamento al successo e degli immensi interessi economici e politici sviluppatisi attorno alle competizioni sportive. I molteplici soggetti coinvolti negli eventi sportivi – atleti, spettatori, media, business manager, politici – spingono verso performance sportive sempre migliori e sulla vittoria a tutti i costi, cosicché la già eccessiva pressione sugli sportivi diventa ancor più grande, con il risultato che questi cercano tutte le strade possibili per migliorare le presentazioni, anche in modi moralmente dubbi.

Lo svilimento del corpo
Se da un lato lo sport può essere un’esperienza positiva per vivere la propria corporeità, può essere anche un contesto nel quale il corpo umano viene ridotto allo stato di oggetto o vissuto solo materialmente. Come ha commentato un giocatore di football americano, terminata la propria carriera, “Ho realizzato, paradossalmente, come avessi rimosso e cancellato che io fossi il mio corpo. Conoscevo il mio corpo il più a fondo possibile, ma l’ho usato e lo pensavo come una macchina, una cosa che dovevo ben oliare, ben alimentare, ben mantenere, per fare uno specifico lavoro”.[63] Quando i giovani sono formati a considerare il proprio corpo in questo modo, corrono il rischio di essere alienati dai propri affetti, compromettendo la propria capacità di intimità, un importante elemento di sviluppo nella crescita di un giovane adulto.[64] Tutto questo impatta negativamente con la loro capacità di gestire, sia fisicamente che emotivamente la loro relazione affettiva, dono e grazia della vita matrimoniale.

I genitori, gli allenatori e le società sportive sono sovente coinvolte in questo processo di “automatizzazione” degli atleti, perché interessati ad assicurarsi il successo e a soddisfare le speranze di medaglie, record, borse di studio scolastiche, contratti di sponsorizzazione e ricchezza. Aberrazioni di questo tipo si possono trovare nelle competizioni di alto livello degli sport giovanili. Sta diventando sempre più normale per un ragazzo essere lasciato nelle mani di genitori, allenatori e dirigenti interessati unicamente alla specializzazione unidirezionale di un singolo talento. Tuttavia, siccome il fisico di un ragazzo non è in grado di sopportare un intero anno di allenamenti in uno sport, questa specializzazione precoce troppo spesso porta a infortuni da sovraccarico di lavoro. Nel caso delle ginnaste di élite, il prototipo del corpo ideale è cambiato nel corso degli anni, proponendo come modello quello di un esile fisico prepuberale. Questo ha portato in alcuni contesti ad allenare ragazze molto giovani per tutti i giorni della settimana e per un numero eccessivo di ore. Le ragazze in queste condizioni hanno sovente sviluppato l’angoscia di dover rimanere così magre tanto da sviluppare disturbi dell’alimentazione in percentuali molto più alte rispetto alla media della popolazione femminile in generale. Questo esempio evidenzia l’importanza del ruolo dei genitori dei giovani atleti in tutti gli sport. I genitori hanno la responsabilità di mostrare ai loro figli che sono amati per quello che sono e non per i loro successi, per l’apparenza o per le capacità fisiche.

Gli sport che causano inevitabilmente dei danni al corpo umano non possono essere eticamente avallati. Solo recentemente siamo venuti a conoscenza di alcuni sport la cui pratica produce effetti dannosi sul corpo compreso il cervello, ed è fondamentale che in questi casi tutti i soggetti sociali prendano posizione al riguardo e riportino la dignità della persona e il suo benessere al primo posto.

Doping
Il problema del doping nuoce alla comprensione fondamentale dello sport. Sfortunatamente oggi, è praticato sia da singoli atleti, che da squadre e anche dagli stati. Il doping amplifica una serie di complicate problematiche morali poiché non corrisponde ai valori di salute e di gioco leale. Rappresenta un esempio chiarissimo di come la mentalità della “vittoria a tutti i costi” abbia corrotto lo sport portandolo alla violazione delle sue regole costitutive. In questo processo la “struttura del gioco” si è spezzata e i valori interni dello sport che dipendono dall’accettazione delle regole, si sono persi. In questi casi, più che le abilità dello sportivo o l’allenamento conta di più il potere di chi cerca di migliorare le proprie prestazioni con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Il corpo degli sportivi viene degradato a oggetto sottomesso all’efficacia della medicina. In alcuni sport che utilizzano mezzi meccanici (ciclismo, motociclismo, formula uno) il fair play è messo in crisi da frodi e doping meccanico. Queste frodi possono essere messe in pratica dal singolo atleta, ma anche da un gruppo più ampio, con l’aiuto dei meccanici e sollecitato dai finanziatori o anche manipolato su larga scala.

Per combattere il doping, fisico e meccanico, e sostenere il fair play nelle competizioni sportive, non basta appellarsi alla morale individuale degli atleti. Il problema del doping non può essere imputato soltanto al singolo sportivo, per quanto sia da biasimare. È un problema più complesso. È responsabilità delle organizzazioni sportive creare regole certe e condizioni organizzative di base per sostenere e motivare gli sportivi nella loro responsabilità e ridurre qualsiasi tentazione di ricorre al doping. In un mondo globalizzato come lo sport, servono sforzi internazionali concreti e coordinati. Altri soggetti che esercitano un’influenza significativa sullo sport, come i media, la finanza e la politica, dovrebbero essere coinvolti.

Anche gli spettatori devono tenere presente quanto le loro continue aspettative di miglioramento delle performance e il desiderio di super-spettacolarizzazione degli eventi sportivi spingano gli attori dello sport a doparsi fisicamente o a fare uso di doping meccanico.

Corruzione
Non meno del doping, la corruzione può portare lo sport alla rovina. Essa sfrutta il senso di competizione dei giocatori e degli spettatori, che vengono deliberatamente truffati e ingannati. La corruzione non riguarda soltanto un singolo evento sportivo, ma è una piaga che può diffondersi anche alle politiche sportive. Le scelte riguardanti il mondo sportivo sono ormai decise da attori esterni ad esso per interessi di carattere finanziario o politico. Ugualmente riprovevole è qualsiasi tipo di corruzione che riguarda le scommesse sportive. Se innumerevoli sportivi o appassionati sono ingannati soltanto perché pochi altri possano arricchirsi a dismisura, anche questo minaccia l’integrità dello sport. Come per il doping, tutti i soggetti interessati allo sport devono avere questa consapevolezza, così come le organizzazioni sportive, le quali devono mettere in atto regole concrete e trasparenti per evitare che i valori dello sport vengano calpestati.

Tifosi e spettatori
Il pubblico durante le attività sportive e le gare guarda e tifa tutto insieme, come fosse un corpo unico. Questo sentimento condiviso, trasversale alle generazioni, al sesso, alle razze, alla fede religiosa, è una fonte fantastica di gioia e bellezza. I tifosi sono una comunità unita sia quando la loro squadra vince, sia quando perde. Sostengono i propri giocatori e rispettano sia i giocatori e i tifosi avversari che gli arbitri, con fair play reciproco. Ci sono momenti, manifestazioni, atteggiamenti che ci rendono consapevoli della gioia, della forza e del significato di uno sport armonioso e equilibrato. Tuttavia, il ruolo del pubblico nello sport può essere ambiguo. In alcuni casi, gli spettatori insultano i giocatori avversari, i loro tifosi e gli arbitri. Questo comportamento può degenerare nella violenza, sia verbale (con cori carichi di odio) che fisica. Gli scontri tra tifoserie rompono il fair play che dovrebbe regnare durante qualsiasi manifestazione sportiva. Un’eccessiva identificazione con un atleta o una squadra può alzare ulteriormente la tensione tra gruppi di differenti culture, nazionalità o religioni. Qualche volta un tifoso può anche utilizzare lo sport per aizzare al razzismo o a ideologie estremiste. Gli spettatori che non hanno rispetto per gli atleti a volte li attaccano anche fisicamente o continuano a insultarli e denigrarli. In casi di sport di base, questa mancanza di rispetto verso gli atleti a volte avviene anche da parte di spettatori appartenenti alla loro stessa tifoseria. Le squadre, le associazioni e le federazioni sportive, sia nelle scuole che nello sport professionistico e di vertice, hanno la responsabilità di assicurare che il comportamento degli spettatori rispetti la dignità di tutte le persone che partecipano o assistono a un evento sportivo.

5. Il ruolo chiave della Chiesa

Il documento ha finora cercato di analizzare e valutare lo sport, il suo significato e le sue varie dimensioni osservate all’interno della visione cristiana della persona e della società. Sono state considerate sia le grandi opportunità e possibilità che lo sport offre, sia i rischi, le minacce e le sfide che esso ci pone.

La Chiesa come popolo di Dio è legata e sinceramente interessata allo sport, in quanto una delle realtà umana del nostro tempo. Naturalmente la Chiesa sente la responsabilità di fare tutto ciò che è in suo potere per garantire che lo sport sia promosso con umanità e ragionevolezza.

“La pastorale dello sport costituisce un momento necessario e una parte integrante della pastorale ordinaria della comunità. Appare immediatamente, allora, come la finalità prima e specifica della Chiesa non possa essere la creazione o la messa a disposizione di strutture per le attività sportive; piuttosto, l'impegno a dare senso, valore e prospettiva alla pratica dello sport come fatto umano, personale e sociale”.[65]

5.1 La Chiesa è di casa nello sport

Come già evidenziato nel Capitolo 1, la Chiesa è entrata in empatia con lo sport moderno, scegliendo sin dagli inizi del ventesimo secolo di abitare questo contesto, impegnandosi attivamente e da protagonista.

Una presenza responsabile
La Chiesa non fugge dalla corresponsabilità di promuovere lo sport e di preoccuparsi del suo destino. Proprio per questo, la Chiesa desidera dialogare con le variegate organizzazioni e istituzioni sportive per sostenere un processo di umanizzazione dello sport contemporaneo. Cerca attivamente di migliorare la pratica sportiva, il sistema e i suoi processi attraverso una partnership collaborativa con questi soggetti. La Chiesa intende inoltre mettere a disposizione una visione valoriale e morale che possa aiutare ad affrontare le problematiche che affliggono il mondo sportivo, come il doping, la corruzione, la violenza dei tifosi e la sfrenata commercializzazione che svilisce l’anima dello sport.

La Chiesa ha una presenza organizzata e istituzionale nel sistema sportivo che le consente di promuovere una visione cristiana dello sport, in modalità variegate e a più livelli. Entro le proprie strutture organizzate, la Santa Sede ha vari settori interessati al fenomeno sportivo, con il compito di seguirlo e promuoverlo dal punto di vista istituzionale, pastorale e culturale.

In vari paesi, le Conferenze Episcopali nazionali collaborano strettamente con le associazioni sportive nazionali e internazionali per la promozione delle attività. In alcuni paesi, esistono da più di un secolo associazioni e società sportive ecclesiali, pienamente coinvolte negli eventi sportivi di carattere locale e nazionale. Queste organizzazioni sono in grado di associare, mettere in rete e coordinare gruppi sportivi sia a livello nazionale che internazionale. In aggiunta all’apostolato di molti laici, ci sono numerosi sacerdoti che sono impegnati in gruppi sportivi parrocchiali, associazioni sportive dilettantistiche o che prestano il proprio servizio di cappellani in società sportive professionistiche o ai Giochi Olimpici.

Una Chiesa in uscita
Lo sport è un ambito nel quale poter vivere concretamente l’invito a essere una Chiesa in uscita, senza muri o confini, ma con piazze e ospedali da campo.

Molto più di altri contesti, lo sport può coinvolgere persone oppresse e emarginate, gli immigrati, i nativi, i ricchi, i potenti e i poveri, tutti che condividono uno stesso interesse e talvolta addirittura lo stesso spazio di gioco. Per la Chiesa, una realtà del genere si presenta come un’occasione per far incontrare persone provenienti da contesti differenti e da condizioni di vita molto diverse. Se da un lato la Chiesa vuole accogliere personalmente ciascuno, dall’altro si apre al mondo. Come ha detto papa Francesco, “la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” essenziali dell’esistenza. […] non solo accogliere e integrare, con coraggio evangelico, quelli che bussano alla nostra porta, ma uscire, andare a cercare, senza pregiudizi e senza paura, i lontani manifestando loro gratuitamente ciò che noi abbiamo gratuitamente ricevuto”.[66]

Un moderno Cortile dei Gentili
In molte parti del mondo esiste già la tradizione di aprire i locali delle Chiese ai giovani – che spesso si aggregano proprio per attività di gioco e sport. Nel conteso multiculturale di oggi, spazi di questo tipo diventano luoghi che facilitano la creazione di scambi sereni tra comunità, culture e religioni. Come è già stato ribadito, la Chiesa considera di grande valore queste dinamiche che possono promuovere il senso di unità della famiglia umana. Questi luoghi possono inoltre permettere, usando le parole di papa Benedetto XVI, un dialogo con coloro “per i quali la religione è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”.[67] Egli parla della missione della Chiesa verso queste persone: “Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire una sorta di “Cortile dei Gentili” dove gli uomini possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa”.[68]

La Chiesa ha molteplici possibilità per mettersi in gioco nella realtà sportiva di oggi, possibilità tanto più rilevanti in quanto in sintonia con la più ampia missione della Chiesa stessa.

5.2 Lo sport è di casa nella Chiesa

La visione sullo sport del Magistero si è concretizzata in una proposta pastorale attiva attraverso di esso, che prende forma essenzialmente in un impegno educativo verso la persona che a sua volta si trasforma in impegno sociale verso la comunità.

Lo sport come esperienza educativa
La persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio, è più importante dello sport. L’essere umano non esiste in funzione dello sport, ma al contrario lo sport deve essere al servizio della persona per il suo sviluppo integrale.

Come già detto, la persona è un’unità di corpo, anima e spirito: questo significa che l’esperienza fisica del gioco e dello sport coinvolge e ha un impatto anche sulle altre dimensioni della persona, l’anima e lo spirito. Per questa ragione lo sport prende parte all’educazione integrale della persona. papa Francesco ha incoraggiato a considerare il gioco e lo sport come opportunità per un percorso formativo globale della persona, percorso che coinvolge la testa, il cuore e le mani, cioè ciò che si pensa, ciò che si sente e ciò che si fa. Secondo il Santo Padre, l’educazione formale oggi è troppo chiusa su un “tecnicismo intellettualista” e sul “linguaggio della testa”.[69] Egli incoraggia ad aprirsi e accettare percorsi di educazione non formale, come per esempio lo sport. Come ha detto, rinchiusi soltanto in rigidi percorsi di istruzione e educazione formale “non c’è umanesimo, e dove non c’è umanesimo, non può entrare Cristo!”.[70]

Sport e educazione cattolica
Come può la Chiesa cominciare a integrare l’attività fisica e lo sport all’interno del proprio tessuto organico? Come può la visione della Chiesa rispetto allo sport arrivare alle conferenze episcopali, alle diocesi e alle parrocchie? Questo potrebbe forse iniziare con l’istituzione chiara di un apostolato nello sport. Questo apostolato darebbe visibilità concreta all’impegno della Chiesa per l’essere umano attraverso lo sport e aiuterebbe a mettere in rete i diversi organismi della Chiesa per un impegno fattivo nello sport.

Sin dalle origini della cristianità, lo sport emerse come efficace metafora della vita cristiana: l’apostolo san Paolo non esitò a inserire lo sport tra i valori umani, usandolo come occasione e opportunità per dialogare con le persone del suo tempo. Questo ci permette di affermare che è possibile tenere in considerazione lo sport, il gioco e altre attività ludiche per far sì che i giovani possano arrivare a una comprensione più profonda delle Scritture, degli insegnamenti della Chiesa o dei sacramenti.

Quando lo sport è vissuto nel rispetto della dignità della persona e è libero da interessi economici, mediatici o politici, allora può diventare un modello per la vita. “Quando è così”, ha detto papa Francesco, “lo sport trascende il livello della pura fisicità e ci porta nell’arena dello spirito e addirittura del mistero”.[71] Per educare cristianamente dobbiamo condurre le persone ai valori umani in tutte le dimensioni del reale, ivi compresa la trascendenza. Questo è il senso profondo dello sport: quello di poter educare alla pienezza della vita e ad aprirsi alla trascendenza.

Lo sport è anche il modo di avvicinare i giovani alle virtù cardinali della fortezza, temperanza, prudenza e giustizia e di accompagnarli nel perseguirle.

Lo sport come generatore di una cultura dell’incontro e della pace
In un mondo dove abbondano migrazioni, nazionalismi e identità individuali, sempre più persone cercano con fatica di convivere con culture differenti o tradizioni diverse dalle proprie. Confini, e frontiere sono continuamente disegnati e poi ridisegnati. In questo contesto, è doveroso ricordare che lo sport è una delle poche realtà capaci di superare i confini tra religioni e culture. La chiamata della Chiesa universale a lavorare per l’unità di tutta l’umanità acquisisce una rilevanza particolare quando la si guarda nel contesto dello sport. In questo senso, la cattolicità va a braccetto con lo spirito dello sport. Nel mondo sportivo, la Chiesa può giocare un ruolo significativo aiutando a costruire ponti, ad aprire le porte e a promuovere azioni comuni, permeando la società come “lievito”.

Lo sport come opera di misericordia
Lo sport può essere anche una grande occasione per farsi prossimi a persone che vivono condizioni di marginalità o disagio. Ci sono molte istituzioni internazionali dello sport, organizzazioni private e realtà non profit che promuovono lo sport come un’opportunità per coinvolgere giovani e ragazzi che vivono in ambienti a rischio, con violenza e bullismo, consumo di droga e spaccio. Molte comunità cristiane in tutto il mondo sono già impegnate in progetti e iniziative che promuovono la pratica sportiva, allenamenti e eventi, proprio come leve per salvare i giovani dalla droga e dalla violenza.

Lo sport crea una cultura dell’inclusione
Poiché lo sport porta con sé dei valori preziosi per la persona, chiunque avesse il desiderio di praticarlo dovrebbe poterlo fare. Questo vale in particolare per le persone povere o i bambini disagiati, le persone con disabilità fisica o mentale, le persone senza dimora o i rifugiati. Inoltre, in molte parti del mondo, le ragazze e le donne sono escluse dal diritto a praticare attività sportive. Ciascuno può avvalersi dell’ampliamento delle opportunità di partecipazione nello sport. Gli atleti di alto livello, per esempio, quando guardano lo sport praticato da persone con disabilità, si dovrebbero ricordare che esso è veramente gioia di partecipare e competere nel rispetto di ciascun avversario e di sé stessi. Certi esempi aiutano a orientare di nuovo tutti verso uno sport dal potenziale umanizzante. [72]

Lo sviluppo delle attività paralimpiche e di Special Olympics è un segno visibile di come lo sport possa essere una grande opportunità di inclusione e di quanto sia in grado di dare senso alla vita e di essere segno di speranza. Allo stesso modo anche la nascita della prima Squadra Olimpica di Rifugiati nel 2016, così come della Homeless World Cup sono iniziative importanti che fanno capire come il bene che lo sport produce possa estendersi anche a quelle persone che vivono sfollate o in condizioni di disagio e povertà, offrendo loro opportunità di coinvolgimento.

5.3 Gli ambienti della pastorale dello sport

L’impegno della Chiesa è spendersi affinché lo sport rimanga un’esperienza capace di dare senso e valore alla vita delle persone, a qualsiasi livello sia promosso o praticato e in qualsiasi contesto o luogo venga organizzato. Lo sport deve essere sempre finalizzato alla formazione integrale della persona, al miglioramento delle condizioni sociali e alla costruzione di relazioni interpersonali significative. Ecco perché, la cura pastorale dello sport è adatta a molti ambiti e può essere promossa in molti contesti.

I genitori come primi educatori
I genitori sono spesso i primi insegnanti dei loro figli nell’ambito della fede e dello sport. Se non sono direttamente i genitori a insegnare come si tira a baseball, perlomeno sono loro che iscrivono i loro figli a una squadra dilettantistica, incoraggiandoli a cimentarsi con una squadra agonistica o portandoli agli allenamenti e alle partite. Sono spesso tra il pubblico a tifare per il loro atleta in campo. Tutti esempi che ci mostrano come lo sport possa essere in molti casi una fonte di relazione tra genitore e figlio. Questo legame permette ai genitori di insegnare ai figli le virtù e i valori presenti nello sport. Se lo sport può da un lato correre il rischio di dividere una famiglia o diminuire la santità della domenica come il giorno del Signore, può anche aiutare una famiglia a vivere con altre famiglie la celebrazione domenicale, non soltanto nella liturgia ma anche nella vita di comunità. Questo non significa che non si debbano tenere incontri sportivi la domenica, ma che questi eventi non dovrebbero precludere la partecipazione delle famiglie alla Messa e dovrebbero anzi promuovere una vita familiare in una dimensione di comunità.

Parrocchie (e oratori o centri giovanili)
“È bello quando in parrocchia c’è il gruppo sportivo, e se non c’è un gruppo sportivo in parrocchia, manca qualcosa”.[73] Tuttavia questo gruppo sportivo dev’essere impostato in modocoerente con gli obiettivi della parrocchia e deve essere saldamente ancorato a un progetto educativo e pastorale. Il gruppo sportivo parrocchiale è anche un’opportunità per i giovani di incontrarsi con coetanei in appuntamenti diocesani o nazionali. In aggiunta le parrocchie potrebbero e dovrebbero promuovere attività sportive non soltanto per i giovani, ma anche per gli anziani.

Qualsiasi realtà umana sana e genuina, in ultima battuta, è destinata a rispecchiarsi nella Chiesa. La Chiesa dovrebbe stare al passo con il mondo dello sport, leggerne i segni del tempo anche in questo ambito. I sacerdoti dovrebbero essere preparati rispetto al mondo dello sport contemporaneo e ai suoi sviluppi, soprattutto perché influiscono sulla vita dei giovani, e, quando è opportuno, essere in grado di unire sport e fede durante le omelie.

Scuole e università
Le scuole e le università sono i luoghi ideali per promuovere l’idea di uno sport orientato all’educazione, all’inclusione e alla promozione umana. I genitori e le famiglie giocano un ruolo importante, in dialogo con gli insegnanti e la direzione scolastica, nel dar forma all’attività sportiva scolastica in modo che sia orientata allo sviluppo integrale degli studenti. Le università in molti paesi si sono già assunte il compito di studiare lo sport. Corsi e programmi di ricerca orientati all’educazione, formano e qualificano i futuri allenatori, dirigenti sportivi, medici dello sport e presidenti. Questo ambiente rappresenta una grande opportunità per la Chiesa, per dialogare con coloro che hanno una specifica responsabilità educativa nei confronti degli sportivi di oggi e domani, e che possono incidere nello sviluppo di uno sport al servizio della persona umana e della costruzione di una società migliore.

Società e associazioni sportive amatoriali
Gli allenatori e i dirigenti sportivi hanno una grande influenza nei confronti dei propri atleti, perciò un’azione pastorale e educativa necessita un’alleanza con loro. Se da una parte si deve riconoscere la specifica natura del lavoro svolto da società e associazioni sportive, dall’altra è comunque fondamentale cercare un dialogo con loro, in particolare sui temi di progettualità pedagogica e culturale.

Sport professionistico
Lo sport di alto livello e professionistico è una realtà di carattere internazionale che comprende giocatori, spettatori e tifosi, organizzazioni sportive, media, aziende di marketing e anche le istituzioni governative. È un fenomeno dal grande impatto comunicativo, in grado di influenzare non soltanto i giovani e gli appassionati di sport, ma di condizionare lo stile di vita dell’intera società.

Per queste ragioni, la Chiesa deve continuare ad approfondire lo sviluppo di competenze specifiche e a formare cappellani sportivi preparati o consiglieri che aiutino nella cura pastorale e spirituale degli allenatori e degli atleti che partecipano agli eventi sportivi internazionali, quali i Giochi Olimpici o i Mondiali.

La Chiesa dovrebbe sviluppare specifiche progettualità pastorali per l’accompagnamento dei giocatori e degli atleti, molti dei quali hanno grande influenza sul mondo dello sport e anche oltre. Una parte di questo accompagnamento è aiutare questi atleti a non perdere di vista il significato profondo della pratica sportiva. “Questa dimensione professionale non deve mai lasciare da parte la vocazione iniziale di uno sportivo o di una squadra: essere amateur[74], ‘dilettante’. Uno sportivo, pur essendo professionista, quando coltiva questa dimensione di ‘dilettante’, fa bene alla società, costruisce il bene comune a partire dai valori della gratuità, del cameratismo, della bellezza”.[75] La Chiesa dovrebbe accompagnare questi atleti nel loro cammino personale, sostenendoli nella comprensione e nello sviluppo della responsabilità che hanno in quanto ambasciatori di umanità.

L’accompagnamento pastorale e la cura spirituale devono continuare anche dopo la carriera sportiva di un atleta. Abbiamo visto fin troppe volte giocatori e atleti di alto livello che alla fine dell’esercizio della loro esperienza sportiva sono caduti nella depressione e vacuità, fina talvolta a sprofondare nella spirale dell’alcolismo e della droga. Un progetto di accompagnamento strutturato può aiutare queste persone a riscoprire la propria identità, forse per la prima volta, al di fuori dello sport. Nel senso più profondo, la loro identità e il loro valore viene dall’essere create a immagine e somiglianza di Dio, che continua a chiamarli, anche se in modi nuovi. La cura pastorale degli atleti una volta terminate le loro carriere, quindi, aiuta a capire come rimettere in gioco i talenti e i doni ricevuti anche nel prosieguo della loro vita.

Oggi, gli spettatori costituiscono una parte considerevole del mondo sportivo professionistico. Diffusi in tutto il globo, i club dei tifosi, le piattaforme online e il merchandising ruotano attorno agli spettatori. I tifosi spesso vivono la passione sportiva in termini assoluti, cosa che porta a eccessi e degenerazioni. La Chiesa, insieme ai leader delle altre religioni, può aiutare a considerare lo sport nella giusta prospettiva. Se da un lato il gioco e lo sport sono cose positive da seguire con passione e gioia, dall’altra non sono la cosa più importante della vita.

I media come ponte
I media sono uno dei principali interlocutori della Chiesa quando si tratta di sport. Sono i media – e in particolare i social media – che costruiscono l’immagine dello sport agli occhi del grande pubblico. La Chiesa, con la sua immensa piattaforma attiva di social media, può pertanto giocare una partita rilevante entrando in contatto con il pubblico e con i commentatori sportivi.

È obbligatorio che la Chiesa faccia sentire in modo significativo la propria voce su avvenimenti e problemi del mondo dello sport. Infatti, i fedeli raramente hanno la consapevolezza che la Chiesa accetti e abbia un’opinione positiva dello sport. Tali dichiarazioni a lungo termine aiuteranno ad avvicinare alla Chiesa le generazioni più giovani.

Scienze specialistiche
La Chiesa dovrebbe essere aperta al dialogo anche con coloro che lavorano nei campi della scienza e della medicina dello sport. Da questo confronto la Chiesa può ricavare un’ampia conoscenza della realtà dello sport contemporaneo, così da proporre riflessioni competenti e accurate. Soprattutto, questa dialettica dovrebbe permettere di approfondire in che modo orientare la pratica sportiva e il contesto limitrofo a essa perché corrisponda a una cultura del corpo al servizio dell’intera persona. Il dialogo della Chiesa con le altre scienze, come quelle umane e sociali, può offrire intuizioni significative sullo sport e sui modi in cui può diventare un’attività benefica per la durata di tutta la vita.

Nuovi luoghi dello sport
Sono anche i centri fitness e i parchi i luoghi dove è possibile venire in contatto con giovani, adulti e anziani, interessati a una cultura del benessere e aperti a una interpretazione della vita di tipo olistico, di unità tra corpo, anima e spirito.

Accanto ai tradizionali luoghi dello sport, bisogna porre attenzione anche a luoghi informali, dove le persone, in particolare i giovani che rifiutano contesti organizzati e strutturati, praticano nuove forme di sport di strada.

Il rischio di questi ambienti è che lo sport sia praticato in solitudine, favorendo forme individualistiche, dove non c’è alcuna proposta educativa o sociale. Inoltre, è altrettanto urgente attivare forme di dialogo con i media sportivi e gli sport elettronici.

5.4 La cura degli operatori pastorali dello sport

Non può esistere una pastorale dello sport senza una strategia educativa. Questo comporta il coinvolgimento attivo di tutti coloro che hanno scelto, nelle diverse modalità, di offrire il proprio servizio alla Chiesa attraverso lo sport. La Chiesa ha bisogno di educatori e non di prestatori d’opera. La pastorale sportiva non si può improvvisare, ma necessita di persone preparate e motivate a riscoprire la finalità educativa dello sport e a mettersi in gioco al servizio di una visione cristiana dello sport.

Gli educatori sportivi
Nello sport gli allenatori, gli arbitri, gli insegnanti e i dirigenti giocano un ruolo fondamentale nell’orientare i comportamenti degli atleti e giocatori. Una formazione spirituale e pastorale pensata per loro è improrogabile per promuovere uno sport a misura di persona. Infatti molti di loro sono costantemente alla ricerca del progetto migliore, più completo e unitario per i loro giocatori.

La Chiesa ha bisogno di aprirsi al confronto con le agenzie formative del mondo dello sport, collaborando con loro o promuovendo percorsi di formazione sugli aspetti pastorali dello sport. Un percorso pastorale necessita di materiali, interazioni di persona a persona, workshop di alta specializzazione per allenatori che coinvolgano una guida a livello spirituale ed ecclesiale, e che li prepari a essere testimoni per “annunciare il Signore Gesù con parole e azioni, cioè farsi strumento della sua presenza e azione nel mondo”.[76]

Famiglie e genitori
Il dialogo con la famiglia, e in particolare con i genitori, è un aspetto fondamentale nella promozione di una pastorale organica e continuativa, prevalentemente orientata ai bambini e ai giovani. È importante che le famiglie conoscano e condividano gli obiettivi educativi e pastorali. Questo non significa che la proposta sportiva debba essere un’attività di tipo confessionale, ma non può certamente essere neutra dal punto di vista valoriale. Per questo è indispensabile offrire momenti di incontro e discussione con i genitori, condividere con loro le finalità del percorso offerto e le scelte educative, renderli partecipi e consapevoli, nel rispetto dei ruoli degli allenatori e dei dirigenti sportivi.

Volontari
Il mondo dello sport è cresciuto e si è sviluppato grazie al contributo strategico dei volontari. Il volontariato gioca un ruolo fondamentale che va oltre la sfera delle competenze tecniche e organizzative. Esso tiene vivo, attraverso le scelte e la testimonianza, la cultura del dono e lo stile della gratuità. I volontari aiutano lo sport a rimanere orientato al servizio agli altri, senza focalizzarsi solamente sulla dimensione economica e organizzativa. Queste persone hanno bisogno di un sostegno per crescere, mantenere salde le motivazioni e per integrarsi al meglio nel tessuto organizzativo dello sport.

Sacerdoti e persone consacrate
La presenza pastorale di sacerdoti e persone consacrate nel mondo dello sport serve a sostenere la progettualità educativa e ad accompagnare spiritualmente gli atleti. Questo ruolo non può essere vissuto in modo astratto e “intellettuale”, sganciato dalla vita di tutti i giorni. Lo sport è un mondo accogliente, ma chiede figure pastorali che abbiano una presenza attenta e rispettosa e che siano consapevoli delle dinamiche, dei ruoli e delle competenze specifiche presenti nell’organigramma dello sport.

È importante che la pastorale dello sport sia inclusa nei percorsi formativi di coloro che si preparano a diventare sacerdoti e sarebbe utile che essi abbiano l’opportunità di praticare attività sportiva durante gli anni di studio e preparazione nei seminari. In molti seminari del mondo già si praticano attività sportive, anche in forma strutturata e ben organizzata.

5.5 Alcuni elementi fondamentali per un progetto pastorale attraverso lo sport

La bellezza dello sport a servizio dell’educazione
Lo sport è un bene pastorale e necessita di essere promosso con qualità. Lo sport ha proprie regole, una sua specificità, una propria bellezza e ha bisogno di essere promosso garantendo la miglior qualità tecnica e organizzativa. Tuttavia, la bellezza del gesto sportivo, la qualità dell’insegnamento tecnico e l’efficienza organizzativa non sono le finalità ultime.

Lo sport è in grado di generare passioni e emozioni forti, ma il compito dell’azione pastorale non è quello di fermarsi al livello emozionale, ma di cercare ricadute a lungo termine, capaci di incidere in modo duraturo sulla vita di ogni giorno. Il compito pastorale dello sport è accogliere, accompagnare, orientare e offrire ragioni di speranza e di verità. È un cammino che non si esaurisce in un evento, ma che necessita di continuità e di quotidianità.

Lo sport per ricostruire il patto educativo
“Non cambieremo il mondo, se non cambiamo l’educazione”.[77] Per avere efficacia, un progetto di pastorale dello sport deve essere un lavoro di rete tra le agenzie educative, partendo in primo luogo dalla famiglia, dalla scuola e dalle istituzioni pubbliche. Se vogliamo orientare i processi educativi, non è possibile lavorare a “compartimenti stagni”. “Non si può più delegare la responsabilità educativa. Serve reintegrare gli sforzi di tutti per l’educazione, ricostruendo il patto educativo. Solo con un’alleanza tra tutti gli agenti educativi sarà possibile cambiare l’educazione”.[78] In questa rete la Chiesa dovrebbe lavorare a stretto contatto e con rispetto reciproco con le autorità competenti, al fine di promuovere la propria visione culturale di sport al servizio della persona, creatura amata e creata da Dio a sua immagine e somiglianza.

Lo sport a servizio dell’umanità
san Giovanni Paolo II richiamò la “Relatività dello sport rispetto al primato della persona, perché sia sottolineata la valenza sussidiaria dello sport nel progetto creaturale di Dio. Perciò anche lo sport va visto nella dinamica del servizio, e non in quella del profitto. Se si tengono presenti gli obiettivi di umanizzazione, non si può avvertire l’imprescindibile compito di trasformare sempre di più lo sport in strumento di elevazione dell’essere umano verso la meta soprannaturale a cui è chiamato”.[79]

Questo significa che un progetto pastorale deve porre al centro la persona, come un’ammirabile unità di corpo, anima e spirito. Lo sport deve essere promosso e praticato nel massimo rispetto della persona e orientato alla sua crescita integrale. L’atleta non può essere ridotto a mero strumento usato per raggiungere risultati sportivi, oggi fin troppo collegati a finalità economiche o politiche.

Il gioco alla base dello sport
Lo sport è una sottocategoria del gioco e giocare è la base dello sport a qualsiasi livello. Come dice papa Francesco, è importante che “lo sport rimanga un gioco! Solo se rimane un gioco fa bene al corpo e allo spirito”.[80] Particolarmente importante è che lo sport rimanga un gioco per i giovani, nei contesti educativi. Riflettendo su quale strada dovrebbe intraprendere oggi l’educazione, papa Francesco ha detto che “bisogna cercare ciò che fonda la persona, la salute fondante, la capacità ludica, la capacità creativa del gioco. Il libro della Sapienza dice che Dio giocava, la Sapienza di Dio giocava. Riscoprire il gioco come cammino educativo, come espressione educativa. Allora l’educazione non è più solo informazione, è creatività nel gioco. Quella dimensione ludica che ci fa crescere nella creatività e nel lavoro insieme”.[81]

Il lavoro di squadra contro l’individualismo
È già stato enfatizzato in questo documento che chi pratica sport può “sentire il gusto, la bellezza del gioco di squadra, che è molto importante per la vita”.[82] Appartenere a un gruppo sportivo significa rifiutare qualsiasi forma di individualismo, egoismo e isolamento sociale, e offrire “l’occasione per incontrare e stare con gli altri, per aiutarsi a vicenda, per gareggiare nella stima reciproca e crescere nella fraternità”.[83] L’esperienza sportiva promuove con immediatezza dinamiche di amicizia e convivenza che, se vengono coltivate e valorizzate possono andare oltre i confini dei campi di gioco e diventare un’opportunità per costruire relazioni significative e durature.

Lo sport è per tutti
Lo sport crea empatia e aggrega le persone provenienti da qualsiasi percorso di vita, generando una cultura dell’incontro. Esso deve fuggire dalla “cultura dello scarto” e essere accessibile, accogliente e inclusivo. Lo sport deve inoltre garantire l’integrazione delle persone con disabilità. “Che tutti giochino, non solo i più bravi, ma tutti, con i pregi e i limiti che ognuno ha, anzi, privilegiando i più svantaggiati, come faceva Gesù”.[84] In questo modo, “l’attività sportiva diventa autentico servizio alla crescita della comunità”.[85]

Una visione ecologica dello sport
L’epoca che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è il cambiamento di un’epoca, cambiamento accelerato dalla rivoluzione tecnologica e digitale. Le attuali giovani generazioni sono profondamente influenzate da queste trasformazioni, e anche lo sport stesso ne viene colpito. La presenza degli e-Sport (sport elettronici) e di nuove forme di doping, che nascono dallo sviluppo tecnologico e dalle nuove scoperte in campo medico, sono soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che sempre di più sta entrando in profondità nello sport.

Se da un lato la rivoluzione tecnologica e digitale sta portando grandi benefici all’umanità ed è giusto dargliene atto, oggi il paradigma tecnocratico dominante ha effetti preoccupanti. Secondo papa Francesco, ci sono evidenze di molti sintomi negativi, “come il degrado ambientale, l’ansia, la perdita del senso della vita e del vivere insieme”.[86]

In questo contesto lo sport può andare controcorrente, in quanto fa sì che i giovani si possano incontrare faccia a faccia tra di loro, anche a volte provenienti da differenti condizioni di vita. Mentre giocano in squadra, cioè mentre si impegnano in qualcosa che per loro è una questione molto seria, imparano come affrontare concretamente le dinamiche di conflitto tra di loro. Hanno anche la possibilità di scontrarsi sportivamente con persone di altri gruppi della loro comunità, del loro paese o del mondo, allargando così il loro orizzonte di conoscenze personali. Esperienze di questo tipo aiutano i giovani a comprendere che fanno parte di una realtà più grande di quanto potevano immaginare e a vivere un’esperienza che può dare un senso e un obiettivo alla loro vita.

Conclusione

Lo sport è un ambiente nel quale molti giovani e non solo, provenienti da culture e religioni diverse, imparano a dare il meglio di sé. Questi tipi di esperienze possono essere un “segnale di trascendenza”.[87] Questo documento ha portato alla luce come l’esperienza dello sport – fatta di gioia, incontro con le diversità e costruzione di comunità, crescita in virtù e superamento di sé – può insegnarci qualcosa sull’essere umano e sul suo destino.

Nel suo discorso al Centro Sportivo Italiano, nel 2014, papa Francesco ha esortato coloro che lo stavano ascoltando, e allo stesso modo esorta anche noi oggi, a dare il meglio di sé stessi, non solo nello sport, ma in tutta la nostra vita: “E proprio perché siete sportivi, vi invito non solo a giocare, come già fate, ma c’è qualcosa di più: a mettervi in gioco nella vita come nello sport. Mettervi in gioco nella ricerca del bene, nella Chiesa e nella società, senza paura, con coraggio e entusiasmo. Mettervi in gioco con gli altri e con Dio; non accontentarsi di un “pareggio” mediocre, dare il meglio di sé stessi, spendendo la vita per ciò che davvero vale e che dura per sempre”.[88]

________________________

[1] Gaudium et spes, n. 1.
[2]
Francesco, Discorso alla Federazione Italiana Tennis, 8 maggio 2015.
[3]
Cfr. D. Vanysacker, The Catholic Church and Sport. A burgeoning territory within historical Research! Revue d’histoire ecclésiastique. Louvain Journal of Church History, 108 (2013), 344-356.
[4]
Giovanni Paolo II, Omelia in occasione del Giubileo degli sportivi, 12 aprile 1984.
[5]
Francesco, Discorso ai membri del Comitato Olimpico Europeo, 23 novembre 2013.
[6]
Negli Stati Uniti secondo J. Stuart Weir, i cappellani sportivi nel mondo professionistico iniziarono il ministero con i giocatori della nfl prima della metà degli anni Sessanta del secolo scorso. Inoltre scrive che John Jackson fu il primo cappellano ufficiale di una società di calcio professionistica inglese, designato nel 1962. J. Stuart Weir, “Sports Chaplaincy: A Global Overview” in: Sports Chaplaincy: Trends, Issues and Debates, ed. by A. Parker, N. J. Watson and J. B. White, London 2016.
[7]
Pio XII, Discorso agli sportivi romani, 20 maggio 1945.
[8]
Paolo VI, Saluto ai componenti del Comitato Internazionale Olimpico, 28 aprile 1966.
[9]
Giovanni Paolo II, Discorso per il convegno nazionale della cei, 25 novembre 1989.
[10]
Cfr. P. Kelly, SI, Catholic perspectives on sports. From Medieval to modern times, Mahwah NJ 2012.
[11]
Cfr. A. Stelitano, A. M. Dieguez, Q. Bortolato, I Papi e lo sport, 4-5.
[12]
Conferenza Episcopale Italiana, Sport e Vita cristiana, n. 32.
[13]
Ibid., n. 11.
[14]
Giovanni Paolo II, Omelia in occasione del Giubileo degli sportivi, 12 aprile 1984.
[15]
P. Gummert, “Sport”. In: Brill’s New Pauly. Ed. by Hubert Cancik and Helmuth Schneider, English edition by: Christine F. Salazar, Classical Tradition volumes edited.
[16]
Giovanni Paolo II, Omelia in occasione del Giubileo degli sportivi, 29 ottobre 2000.
[17]
Cfr. P. Kelly, Catholic Perspectives on sports: From Medieval to Modern Times, Mahwah NJ 2012.
[18]
W. Behringer, Kulturgeschichte des sports: Vom antiken Olympia bis ins 21. Jahrhundert, München 2011, 198-238.
[19]
Ibid., 257.
[20]
Cfr. N. Müller, “Die olympische Devise ‘citius, altius, fortius’ und ihr Urheber Henri Didon”, in: Wissenschaftliche Kommission des Arbeitskreises Kirche und Sport (ed.), Forum Kirche und Sport 2, Düsseldorf 1996, 7-27.
[21]
Cfr. D. Vanysacker, “The Attitude of the Holy See Toward sport During the Interwar Period (1919–39)”, in Catholic Historical Review 101 (2015) 4, 794-808; vedi anche D. Vanysacker, “La position du Saint-Siège sur la gymnastique féminine dans l’Allemagne de L’entre-deux-guerres (1927-1928) à partir de quelques témoignages tirés des archives des nonciatures de Munich et Berlin” in Miscellanea Pagano.
[22]
Cfr. C. Hübenthal, “Morality and Beauty: sport at the Service of the Human Person”, in: Sport and Christianity: A Sign of the Times in the Light of Faith ed. by K. Lixey, C. Hübenthal, D. Mieth, N. Müller, Washington DC 2012, 61-78.
[23]
Cfr. H. Reid, Introduction to the Philosophy of sport, Lanham, MA 2010, 180-185.
[24]
Francesco, Evangelii gaudium n. 234, 236.
[25]
Su una linea simile, lo storico dello sport Allen Guttmann utilizzò una distinzione duale per definire lo sport. Partì dalla categoria generale del gioco (play), giungendo poi a determinare lo sport come un gioco organizzato (game), di carattere competitivo (contest), di tipo fisico (sport). Vedi A. Guttmann, A Whole New Ball Game: An Interpretation of American Sports, Chapel Hill-London 1988.
[26]
Giovanni Paolo II, Discorso agli atleti delle squadre nazionali di calcio d’Italia e Argentina, 25 maggio 1979.
[27]
Idem, Discorso al Comitato Olimpico Nazionale Italiano, 20 dicembre 1979.
[28]
Idem, Discorso alla delegazione di dirigenti e giocatori della squadra di calcio italiana “A.C. Milan”, 12 maggio 1979.
[29] Idem, Discorso ai partecipanti al convegno internazionale “Nel tempo del Giubileo: il volto e l’anima dello sport”, 28 ottobre 2000.
[30]
Cfr. Mt 7,13-14.
[31]
Diffuso da Pierre de Coubertin, fondatore dei Giochi Olimpici Moderni, a partire dalla fine del diciannovesimo secolo.
[32]
Francesco, Saluto ai partecipanti del IV Convegno promosso da Scholas Occurrentes, 5 febbraio 2015.
[33]
Giovanni Paolo II, Discorso alla nazionale di calcio del Messico, 3 febbraio 1984.
[34]
Benedetto XVI, Discorso alla Squadra Nazionale Austriaca di Sci Alpino, 6 ottobre 2007.
[35]
Giovanni Paolo II, Messaggio ai membri della fifa, 11 dicembre 2000.
[36]
Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro per il settantesimo anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, 7 giugno 2014.
[37]
Cfr. J. Parry, S. Robinson, N. Watson, and M. Nesti, Sport and Spirituality: An introduction, London 2007.
[38]
Giovanni Paolo II, Omelia in occasione del Giubileo dello sport, 29 ottobre 2000.
[39]
Idem, Messaggio ai delegati del Club Alpino Italiano, 26 aprile 1986.
[40]
Cfr. J. Pieper, About Love, Chicago 1974.
[41]
Francesco, Evangelii gaudium, n.1.
[42]
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Campionato Mondiale di Atletica di Roma, 2 settembre 1987.
[43]
Guadium et spes, n. 61.
[44]
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Campionato Mondiale di Atletica di Roma, 2 settembre 1987.
[45]
1Cor 12,21-27.

[46] Giovanni Paolo II, Messaggio alla delegazione del “Real Madrid Club de Fútbol”, 16 settembre 2002.
[47]
Francesco, Evangelii gaudium, n. 59.
[48]
Benedetto XVI, Angelus, 8 luglio 2007.
[49]
Cfr. Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 194.
[50]
Giovanni Paolo II, Discorso alla delegazione del “Fútbol Club Barcelona”, 14 maggio 1999.
[51]
Francesco, Discorso alla Federazione Italiana Tennis, 8 maggio 2015.
[52]
Giovanni Paolo II, Discorso alla delegazione della “A.S. Roma”, 30 novembre 2000.
[53]
Francesco, Discorso ai membri del Comitato Olimpico Europeo, 23 novembre 2013.
[54]
Idem, Amoris laetitia, n. 267.
[55]
Gaudium et spes, n. 12.
[56]
Cfr. H.U. Gumbrecht, In Praise of Athletic Beauty, Cambridge 2006.
[57]
Gaudium et spes, n. 9.
[58]
Tommaso D’Aquino, Summa Theologica, I, q.1, a.8, ad 2.
[59]
Francesco, Discorso alle squadre di calcio di Fiorentina e Napoli a alla delegazione della figc e della Lega di serie A di calcio, 2 maggio 2014.
[60]
Francesco, Discorso ai membri del Comitato Olimpico Europeo, 23 novembre 2013.
[61]
Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione sulla libertà cristiana e la liberazione “La verità ci rende liberi”, 22 marzo 1986.
[62]
Ibid.
[63]
Cfr. D. Meggysey, Out of Their League, Berkeley, CA 1970, 231.
[64]
Cfr. E. Erikson, Identity and the Life Cycle, New York 1980.
[65]
Conferenza Episcopale Italiana, Sport e Vita Cristiana, n. 43.
[66]
Francesco, Omelia alla Messa con i nuovi cardinali, 15 febbraio 2015.
[67]
Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2009.
[68]
Ibid.
[69]
Francesco, Discorso ai partecipanti al Congresso Mondiale “Educare oggi e domani: Una passione che si rinnova”, 21 novembre 2015.
[70]
Ibid.
[71]
Francesco, Discorso ai partecipanti della Conferenza “Sport at the Service of Humanity”, 5 ottobre 2016.
[72]
N.J. Watson, A. Parker (eds.), Sports, Religion, and Disability, New York 2015.
[73]
Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro per il settantesimo anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, 7 giugno 2014.
[74]
Amateur è inteso qui nel senso di un atleta che partecipa per pura passione allo sport e non solo per denaro.
[75]
Francesco, Discorso alle delegazioni delle squadre nazionali di Italia e Argentina, 13 agosto 2013.
[76]
Congregazione per la dottrina della Fede, Nota dottrinale su alcuni aspetti dell’evangelizzazione, n. 2, 3 dicembre 2007.
[77]
Francesco, Discorso ai partecipanti al IV Incontro di Scholas Occurrentes, 5 febbraio 2015.
[78]
Ibid.
[79]
Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti al Convegno nazionale della Conferenza Episcopale Italiana, 25 novembre 1989.
[80]
Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro per il settantesimo anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, 7 giugno 2014.
[81]
Idem, Discorso ai partecipanti al IV Incontro di Scholas Occurrentes, 5 febbraio 2015.
[82]
Idem, Discorso ai partecipanti all’incontro per il settantesimo anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, 7 giugno 2014.
[83]
Ibid.
[84]
Ibid.
[85]
Giovanni Paolo II, discorso alla delegazione della “Juventus”, 23 marzo 1991.
[86]
Francesco, Laudato si’, nn. 107, 108, 110.
[87]
Cfr. P.L. Berger, A Rumour of Angels: Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, New York 1969.
[88]
Francesco, Discorso ai partecipanti all’incontro per il settantesimo anniversario di fondazione del Centro Sportivo Italiano, 7 giugno 2014.

[00856-IT.01] [Testo originale: Italiano]

Testo in lingua inglese

Giving the best of yourself

A document about the Christian perspective
on sport and the human person

Chapter 1 Motives and purpose

Give the very best of yourselves
Giving one's very best is a fundamental theme in sports, as athletes both individually and collectively strive to achieve their goals in the game. When a person gives his very best, he experiences satisfaction and the joy of accomplishment. The same is true in human life in general and in living out the Christian faith. We all want to be able to say one day, with St. Paul, “I have fought to the end the good fight, finished my course, I have kept the faith.” (2 Tim 4:7). This document attempts to help the reader understand the relationship between giving our very best in sports and in living the Christian faith in every aspect of our lives.

1.1 Motive for this document

The Church as the people of God has a rich and profound experience of humanity. With great humility, it wants to share and put this experience at the service of sports. The Church approaches the world of sports because it desires to contribute to the construction of an increasingly authentic, humane sport.

Indeed, “nothing genuinely human fails to raise an echo”[1] in the hearts of the followers of Christ. Sport is a human universal and has taken on a new level of importance in our time and so it too finds an echo in the heart of the people of God.

The Church understands the human person as a unit of body, soul and spirit, and seek to avoid any kind of reductionism in sport that debases human dignity. ''The Church is interested in sport because the person is at her heart, the whole person, and she recognizes that sports activity affects the formation, relations and spirituality of a person"[2].

This document intends to be a brief presentation of the views of the Holy See and the Catholic Church on sports. There has been a tendency recently, in part because of the way the history of sport has been written, to think that the Catholic Church has only had a negative view of and impact on sport, especially in the medieval and early modern periods, because of negative Catholic attitudes toward the body. But this is based on a misunderstanding of Catholic attitudes toward the body during these periods and it misses the positive influence of Catholic theological, spiritual and educational traditions on sport as an aspect of culture.[3]

“The Christian attitude towards sport as towards the other expressions of the person’s natural faculties such as science, learning, work, art, love, and social and political commitment is not an attitude of rejection or flight, but one of respect, esteem, even though correcting and elevating them: in a word, an attitude of redemption.”[4] An attitude of redemption is present in sport when the primacy of the dignity of the person is respected and sport serves the human person in his or her integral development. As Pope Francis put it, “The bond between the Church and the world of sports is a beautiful reality that has strengthened over time, for the Ecclesial Community sees in sports a powerful instrument for the integral growth of the human person. Engaging in sports, in fact, rouses us to go beyond ourselves and our own self interests in a healthy way; it trains the spirit in sacrifice and, if it is organized well, it fosters loyalty in interpersonal relations, friendship, and respect for rules.”[5]

The Catholic Church addresses this document to all people of good will. In particular, the Church is interested in dialoguing with the many people and organizations who have been developing programs to defend the human values that are inherent in sport practice.

Also, the Church wants to address this document to all the Catholic faithful, starting with bishops and priests, but especially to the laity, who are those most in contact with sport as a lived reality. It aims to be a document that speaks to all those who love and value sport, be they players, teachers, coaches, parents or those for whom sport is a job as well as a vocation. We would also like to extend these thoughts to our brothers and sisters in faith who have been evangelizing and promoting Christian values in sport for more than 50 years.[6]

How could the Church not be interested?
The Church has been a sponsor of the beautiful in art, music and other areas of human activity throughout its history. This is ultimately because beauty comes from God, and therefore its appreciation is built into us as his beloved creatures. Sport can offer us a chance to take part in beautiful moments, or to see these take place. In this way, sport has the potential to remind us that beauty is one of the ways we can encounter God.

The universality of the sports experience, its communicative and symbolic strength, and its great educational and training potential are very evident today. Sport is now a phenomenon of civilization that fully resides in contemporary culture and permeates the styles and choices of many people's lives so we could question ourselves as Pius XII did: "How can the Church therefore not be interested in sport?"[7]

Pius XII and Paul VI then vigorously opened the dialogue between the Church and the world of sport in the 20th century, promoting the aspects that are common to sport and the Christian life and joining the ideals of the Olympic movement with those of Catholics: "Physical effort, moral qualities, love for peace: on these three points the dialogue that the Church maintains with the world of sport is sincere and friendly. Our desire is that it is ever wider and more fruitful."[8]

The necessity for pastoral care in sport: an essentially educational task
The dialogue between the Church and sport has produced and continues to produce a multifaceted proposal for pastoral care, especially in schools, parishes and Catholic associations. John Paul II supported this process, both in the Magisterium and in choosing to open for the first time within the Holy See a Church and Sport Office.

“The Church must be in the front ranks in this area, in order to plan a special apostolate adapted to the needs of athletes and especially to promote sports which can create the condition of a life rich in hope.”[9] The Church not only encourages sports practice but also wants to be "in" sport, considered as a modern Courtyard of the Gentiles and an areopagus where the Gospel is announced.

The Magisterium continually refers to the need to promote “a sport for the person” that is able to give meaning to life and to fully develop the person morally, socially, ethically, and spiritually. The Church’s engagement with sports takes the form of a varied and widespread pastoral presence inspired by the Church’s interest in the human person.

1.2 The Church and Sport until now

The Church has been engaged in dialogue with sport from the earliest years of its existence. It is well known that St. Paul used sports metaphors to explain the Christian life to the Gentiles. In the medieval period, lay Catholics played games and sports on feast days, which accounted for a good deal of the year, as well as on Sundays. Such play found theological support in the writing of Thomas Aquinas who argued that there can be “a virtue about games” because virtue has to do with moderation. A virtuous person, by this account, should not be working all the time, but also needs time for play and recreation. The humanists of the Renaissance and the early Jesuits made use of Thomas Aquinas’ understanding of virtue when they decided that students needed time for play and recreation during the course of the school day. This was the original rationale for the inclusion of play and sports in educational institutions in the Western world.[10]

Moreover, from the beginning of the modern era, the Church has expressed an interest in this phenomenon, as she appreciates its educational potential and also shares many values with sport. The Church has actively promoted the development of sport itself through organized and structured forms.

Sport in the modern world arose in the context of the industrial revolution whose socially, politically and economically fertile ground gave sport the means to advance across the globe. Sport is a result of modernity and at the same time has been made a “bearer” of modernity. Moreover, in our time sport is profoundly changing and is undergoing severe pressure to change. Our hope is that sport experts not only “manage” change but also do so by seeking to understand and hold firm to the principles so dear to ancient and modern sport: education and human promotion.

In 1904, Pius X opened the doors of the Vatican to sport by hosting a youth gymnastics event. The chronicles of that time do not hide their amazement toward this gesture. A story is reported that in response to the question from a puzzled priest of the curia, "Where are we going to finish?” Pius X replied, “My dear, in Paradise!”[11]

But without any doubt, Saint John Paul II put engagement and dialogue with sport at its highest level of importance with respect to the hierarchy of the Catholic Church. After the Jubilee of 2000 where he preached in front of 80,000 young athletes at the Olympic Stadium in Rome, he decided to create the Church & Sport office, which since 2004 has been studying and promoting a Christian vision of sport that emphasizes its importance for the building of a more humane, peaceful and just society as well as for evangelization.

Not a Christian sport but a Christian vision of sport
Even if national or international sports federations and associations were overtly declared to be of Catholic origin, the purpose was not to create a "Christian" sport that was different, separate or an alternative development but to offer a vision for sport that is grounded in a Christian understanding of the human person and of a just society.

This focus on a vision of sport has matured quickly. In one of its documents about sports, the Italian Bishops Conference said that, "if there is not a Christian sport, it is instead fully legitimate to have a Christian vision of sport that does not just give sport universally shared ethical values, but advances its own perspective, which is innovative and makes a service to sport itself and to the person and society.”[12]

“Without in any way undermining and invalidating the specific nature of sport, the heritage of Christian faith renders this activity free from ambiguity and deviations, facilitating its full realization.”[13] Christianity is therefore not an "ethical quality mark" of sport, a label juxtaposed but external to it. Christianity is proposed as an added value that is able to help give fullness to the sporting experience.

1.3 Purpose of the document

The Church values sport in itself, as an arena of human activity where the virtues of temperance, humility, courage, patience can be fostered and encounters with beauty, goodness, truth and joy can be witnessed. These kinds of experiences can be had by people of all nations and communities from across the world irrespective of the standard or level of sport. It is this dimension that makes sport such a truly modern global phenomenon and therefore something the Church is passionately interested in.

Therefore, she wants to raise her voice in the service of sport. The Church feels co-responsible for sport and for safeguarding it from the drifts that threaten it every day, particularly dishonesty, manipulations and commercial abuse.

“Sport is the joy of life, a game, a celebration, and as such it must be properly used […] and freed from excess technical perfection and professionalism through a recovery of its free nature, its ability to strengthen bonds of friendship, to foster dialogue and openness to others, as an expression of the richness of being, much more valid and to be prized than having, and hence far above the harsh laws of production and consumption and all other purely utilitarian and hedonistic considerations in life.”[14] On this level the dialogue, the collaboration between the Church and sport, will be profitable.

As well the Church desires to be of service to all who work in sport either in paid roles or the vast majority who are involved as volunteers, as officials, coaches, teachers, administrators, parents and the athletes themselves.

Having articulated the motivations and purpose for the dialogue between the Church and sports in Chapter 1, the document will explore in Chapter 2 the reality of sport from its origins to its modern contexts. In doing so, it reflects on a definition of sport and the relevance of sport in and for the world. The document then in Chapter 3 dives deeper into an anthropological understanding of sport and its importance specifically for the human person as a unity of body, soul and spirit. Then the document treats how sport speaks to our greater search for ultimate meaning, and promotes human freedom and creativity. The experience of sport is one that involves justice, sacrifice, joy, harmony, courage, equality, respect, and solidarity on this search for meaning. Ultimate meaning from a Christian understanding is the ultimate happiness that is found in the experience of the all-encompassing love and mercy of God as realized in a relationship with Jesus Christ in the Spirit which takes place in and is lived out in the community of faith.

Next, in Chapter 4, the document explores specific challenges to the promotion of a humane and just sport, including the debasement of the body, doping, corruption, and the sometimes negative influence of spectators. The Church recognizes her shared responsibility with sports leaders to point out wrong directions taken and unethical behavior and to steer sport in a way that promotes human development. Finally, in Chapter 5, the document presents an overview of the Church's ongoing efforts to contribute to the humanization of sports in the modern world. Sport in its various contexts, such as amateur and professional arenas, can and does serve as an effective tool for education and the formation of human values.

Certainly, there are more topics related to the possibilities and challenges of sport that are not discussed in this document. This text is not meant to serve as an exhaustive summary of the theories and realities pertaining to sport but rather seeks to articulate the Church’s understanding of the sport phenomenon and its relationship to faith.

Chapter 2: The Sport Phenomenon

Sport is a universal phenomenon. Wherever and whenever humans live together, they take pleasure in playing games, in enjoying the motion of their bodies, in perfecting their physical abilities or in competing with each other. Presumably at all times and all places, therefore, people have practiced what we nowadays call sport. Given this backdrop, is not a total misconception if we take sport as a kind of anthropological constant. The term ‘sport’ itself, of course, is more recent. It stems from the Old French expression desporter or se desporter – which is a derivate of the Latin word de(s)portare – and means to amuse oneself. Eventually, in the early Modern Age the abbreviation ‘sport’ was coined, and from that time on, the term was used to describe the variety of activities that fascinate so many people as athletes or as spectators.[15]

As has already been mentioned, with this document, the Church wants to raise her voice in the service of sport. She thus wants shed some light on the anthropological significance of sport, the challenges it faces, and the pastoral opportunities it offers. Before this can be done however, it will be helpful to gain some closer acquaintance with the phenomenon itself. So, it will be good to know, for instance, how sport acquired its current shape or what its main characteristics are. Furthermore, it will be good to take notice of its various relations with the wider societies of which it is a part.

2.1 The Genesis of Modern Sport

Possibly all historical cultures developed ludic, physical and competitive activities which can be called sport. Sport has thus existed throughout the entirety of human history. And yet it was Pope John Paul II who designated sport as a “typical phenomena of the modern era […] a "sign of the times" capable of interpreting humanity's new needs and new expectations.” Sport, he continued, has “spread to every corner of the world, transcending differences between cultures and nations.”[16] What the Pope here rightly stressed was the fact that sport, in spite of its immemorial history, was subjected to a radical change during the last two centuries. In former times, sports were exclusively shaped by the particular cultures they belonged to. Modern sport, in contrast, is compatible with almost all cultural settings and has thus overcome older demarcations of culture and nation. Of course, still local forms of sport exist and they rightly enjoy a growing popularity, but next to them there exists also a kind of global sport which – like a global language – can be understood by almost every human being. So the question is: How did sport become such a global phenomenon?

Already in the sixteenth and seventeenth centuries, many – albeit not all[17] – sport activities in the West disengaged from the religious and cultural contexts they formerly had belonged to. Of course, this does not mean that sport in general became a disengaged phenomenon. At this time, however, we can observe the beginning of an institutionalization, professionalization and commercialization.[18] The growing sovereignty of sport along with the recollection of the pedagogical ideals of Greek antiquity initiated a development in the course of which physical activities were more and more seen as to be a crucial part of a holistic education. A long line of progressive educationalists – from John Amos Comenius (1592-1670) through the founder of the philanthropic movement, Johann Bernhard Basedow (1724-1790) to Thomas Arnold (1795-1842) – took up this holistic idea and translated it into educational curricula which put a strong emphasis on physical training.

Generally speaking, modern sport can be traced back to two sources, that is, on the one hand, the games and competitions that came up at English public schools in the first half of the nineteenth century and, on the other hand, the exercises and gymnastics which emerged from Philanthropinism (an educational reform movement) and which were later developed by Swedish educators. Referring to the first tradition, it should be mentioned that older games, competitions and leisure activities were incorporated into the educational programs of English public schools. As being a central part of public education, sport gradually spread out over all social strata and classes within British society. When Great Britain became a global power, the educational system was transferred to all parts of the British Empire. However, it also should be mentioned here, that there were local forms of resistance against this process as, for instance, with the Gaelic Athletic Association in Ireland.

Sometime earlier, Philanthropinism had emerged. Philanthropinism had, as has already been mentioned, an impact on the educational reformation of the public-school system in Britain. On the other hand, it also developed its own dynamics on the European continent and in Scandinavia. Originally, philanthropinism was also a pedagogical ideal advocating a holistic education. Such education, however, did not only include physical activities as gymnastics but also sought to promote the recognition of human equality and the forming of democratic virtues. This idea was taken up in Sweden where gymnastics became a part of the school system. Likewise, it served as a means for military, aesthetic or health education. The importance of the Swedish system can be seen in the fact that it has had a considerable influence on the development of women’s sport.[19]

By the end of the nineteenth century, Pierre de Coubertin merged the different traditions together and linked them to the Olympic Idea. What Coubertin had in mind was a global pedagogical program in order to educate the youth of the world. Its primary goals were peace, democracy, international understanding and human perfection. To propagate the Olympic Idea, Coubertin founded (or revitalized) the Olympic Games, that is, a quadrennial event where the youth of the world would meet. The original aim of the Olympic Games, however, was not only athletic competition but also the celebration of human nobility and beauty. The Olympic motto, “citius, altius, forties” (faster, higher, stronger) – which, by the way, Coubertin had taken over from the Dominican Henri Didon[20] – thus not only refers to physical excellence but also to human excellence in general. For this reason, the exhibition of arts, music and poetry were also seen as to be an essential part of the Games. Critically, it should be mentioned, that for Coubertin, Olympism was decisively a this-worldly religion, for he explicitly called it a ‘religio athletae’. As we can easily see from the highly-ritualized opening ceremony as well as from the award or closing ceremonies, the actual enactment of the Games perfectly underscores their pretended religious nature.

The first Olympic Games of the modern age took place in Athens in 1896, even though there had been local Olympic Games in Greece, England and Germany before. But only Coubertin’s initiative pursued international recognition and turned out to be successful. Since that time Olympic sports have made an unprecedented progress. Women were eventually allowed to take part in the Olympics in 1900. Another element to explain the success of sports, of course, is the upcoming of the mass media in the first half of the twentieth century. By means of film, radio and TV, great sport events were easily broadcasted throughout many countries and later on even worldwide. Thanks to the mass media and to the internet, sport is a global phenomenon today to which most nations and peoples of the world have basic access.

Though, in most cases, sport no longer claims to be a religion or to have an intrinsic connection with other human achievements as arts, music or poetry, it still is in danger of being commissioned for ideological purposes. This has to do with the fact that in sport the human body strives for perfection. In particular, great sport events such as the Olympic Games or World Championships present human bodies conducting top performances to a global audience. A top performing human body, however, is a multi-interpretable sign to which a wide range of different meanings can be attributed. Hence, sport – and particularly that at the elite level– is often used to communicate political, commercial or ideological messages.[21] On the one hand, this multi-interpretability accounts for the global attractiveness of sport, on the other, however, it also lays bare the perils connected to sport. For sport in general is a highly expressive but at the same time a highly-underdetermined sign which cannot serve for its own interpretation. Therefore, it is to be interpreted by others and these interpretations can be ideological or even amoral and inhuman.[22]

According to some scholars, global sport is used for ideological purposes when the playing field becomes tilted toward the West and toward wealth, and when sport simply reinforces existing power structures or promulgates cultural values of the elite. [23] Pope Francis’ reflections on globalization have something to contribute to our consideration of these kinds of issues in global sport. Referring to an innate tension that exists between globalization and localization, the Holy Father wrote in Evangelii Gaudium, “We need to pay attention to the global so as to avoid narrowness and banality. Yet we also need to look to the local, which keeps our feet on the ground. […] Here our model is not the sphere […] where every point is equidistant from the centre, and there are no differences between them. Instead, it is the polyhedron, which reflects the convergence of all its parts, each of which preserves its distinctiveness. Pastoral and political activity alike seek to gather in this polyhedron the best of each.”[24] With respect to global sporting events such as the Olympic Games, if more non-Western countries were represented with respect to the location of the Games as well as the origin of the sports played and representation on the IOC, they would even more successfully be living out their mandate by being truly global and also gathering in the best of each country.

2.2 What is Sport?

For a long time, sports philosophers and scientists have tried to provide a suitable definition of sport. Apparently, this is not an easy task since no generally accepted definition has been found hitherto. In addition, it should be noted that sports are subject to historical change. What we consider to be sport today, may not be seen as sport tomorrow, and vice versa. So, there will never be a final definition of sport. However, this is not to say that some general features cannot be mentioned which we normally attribute to sport.

In the first place, the concept of sport is associated with the human body in motion. Of course, there are activities which sometimes count as sport but hardly exhibit any bodily motion. But in general, sport is identified with individuals or groups of human beings who move and exercise their bodies.

The second point to be mentioned is that sport is a ludic activity. This means that sport is not an activity in order to achieve an external purpose but has its purpose in itself. Such internal purposes are, for instance, to perfect a particular motion, to surpass one’s former achievements or the achievements of others, or to play well together as a team to win a competition. Sure, modern sport, particularly professional sport, also serves external purposes as, for instance, to gain glory for the nation, to show the supremacy of a political system or simply to make money. If, however, the external purpose dominates or even wipes out the intrinsic purpose, we would no longer speak of play but simply would call it work or labor. Moreover, the performances of professional athletes would never reach the top level, if they conducted their job without a ludic attitude.

Thirdly, the performance of sport is normally subjected to certain rules. The intrinsic purpose of the sport activity may thus not be achieved with all possible means but has to comply with the rules of the game. Usually, such rules are meant to complicate the achievement of the goal. In a swimming competition, for instance, the swimmers may not cover the distance of, say, one hundred meters by using a motor boat or by running along the poolside, but they have to swim in the water without tools and perform a particular swimming style as crawl or butterfly. Of course, rules can display different levels of strictness. An individual amateur athlete who runs three times a week over a certain distance will perhaps only set herself the rule not to run slower than the previous time, whereas a professional competition on top level is regulated by a codified body of numerous rules and laws whose compliance, moreover, is monitored by specialized referees and even technical equipment. Sport without any rules is thus hardly conceivable.

A fourth feature of sport is its competitive character. Once again, we might object by invoking an individual amateur athlete who only trains sporadically and just for fun. Presumably, this athlete is not involved in a competition. But this is not completely true. For even this athlete can compete with herself in that she seeks to do her exercise not worse than previously, or to cover a certain distance, or to run, swim or climb within a fixed time limit and so forth. In almost all other cases, the competitive element of sport is far more developed so that we may state that competition is also an indispensable characteristic of sport.

The final component is related to the previous ones, for if sport is actually a competition regulated by particular rules of the game, then the equality of opportunities has to be warranted. It simply would not make sense to have two or more competitors, be they individuals or teams, whose starting conditions are largely unequal. That’s the reason why in sport competitions usually a distinction is made between the sexes, performance levels, age classes, weight classes, degrees of disabilities and so forth.

Summarizing those five features, we thus might say that sports are bodily motions of individual or collective agents who, in accordance with particular rules of the game, effect ludic performances which, on the condition of equal opportunity, are compared to similar performances of others in a competition. As has already been noticed, this is not an exhaustive definition of sport since it exhibits lots of fuzzy edges.[25] Nonetheless, it may suffice for our purposes.

But there is more to it. As we have already seen, sport is not only an activity on its own but has also an exterior. After all, non-participating outsiders can take notice of sports, they can observe them, evaluate them, be pleased or be annoyed about them, and they can interpret them in many different ways. As indicated above, the human body in motion is a sign which is open for various interpretations. After having unfolded the ludic, rule-following and competitive features of sport, this multi-interpretability might be explained a bit further. In a sense, a sport competition can be understood as a narrative which tells the story of a contest between two or more parties who compete with each other for an artificial object without having real-life reasons for this competition. In accordance with the specific rules of the game, the parties strive for excellence. Independently of their subjective motivations, the participating parties put into effect esthetic and artistic forms which are comprehensible for others and can thus be actively interpreted by them. As with many other pieces of art, this story, too, has no distinct content which is why it is open for diverse and even contrary attributions of meaning.

To conclude these reflections on the concept of sport, we now may assert that, on the one hand, sport is a kind of a world of its own in that it exhibits the character of a play which, ideally speaking, pursues no external purposes. On the other hand, however, this encapsulated world has also an exterior in that it presents itself to outsiders in the form of a highly expressive story which, however, does not have a specific content so that various forms of meaning can be attributed to it. Once again, it is this multi-interpretability which makes sport so attractive to people from all parts of the world. At the same time, however, this multi-interpretability also makes sport prone to external functionalization and even ideologization.

2.3 The Contexts of Sport

But that is not all that can be said about sport, for sport never exists without a context. In the first instance, we have to think of institutional imbedding of sports. This begins with a group of children, making an appointment to meet in the afternoon in the backyard in order to play, say, football or basketball. Already here, the appointment as such as well as the particular time and place indicate a kind of initial institution. As it comes to more advanced forms of sports, training programs have to be applied, competitions have to be coordinated, playgrounds have to be supplied and to be kept in good condition, the transportation of athletes and sports equipment has to be organized, referees have to be engaged, results have to be documented and so forth. On an even greater level, a sports jurisdiction has to be established, doping monitoring programs have to be run or great sport events have to be arranged. This is the task of sports organizations as clubs or national and international associations. In general, we might call these organizational forms of sport the sport system.

Now it goes without saying, that the sport system cannot generate the required resources by its own means alone. To facilitate the tasks just mentioned, the sports system is thus in need of external benefactors – for instance, voluntary workers, political supporters or financial donors – and particularly of customers who are willing to purchase tickets, merchandising articles or TV programming. Only in this way is the sports system able to generate the required resources. This structural dependence of the sports system, as we might call it, explains why this system has to constantly make known the attractiveness of sport to external contributors. The sports system, in other words, has to care for an appearance of sport that motivates potential benefactors to make their contributions to maintain or even boost the system. This, however, entails presenting sport in a way that fits with the various interests of the potential benefactors. And so, sport becomes a kind of product which promises to satisfy the interests of various individuals, groups and institutions. That is why the sport system itself is so readily and easily available to serve the ideological, political or economic purposes of others, for otherwise it would not be able to generate the resources it needs to survive.

Since sport, as we have seen, is an expressive story with little content to which thus various meanings can be attributed, the sport system in general proves to be very successful in generating external resources because potential benefactors can use sport to communicate their particular messages. This can be demonstrated, for instance, by the partnerships that individual athletes as well greater sport organizations have entered into with commercial enterprises and the advertising industry. In this case, sport serves as a vehicle to mediate economic messages.

The structural dependence of the sport system just described needs not necessarily to be a bad thing, for sport can serve so many purposes which are ethically acceptable and even truly human. If politicians, for instance, are willing to invest public money into the sport system because this promises to improve the population’s health or the holistic education of children and young people, then it is basically not wrong if the sport system presents a sport which serves just these purposes. But, on the other hand, it is also clear that the structural dependence of the sport system bears lots of dangers. If, for instance, a greater amount of resources can be generated by making the sport system dependent on the economic system or on ideological systems, then the inclination will be high to do exactly this, even if the purposes thus served are ethically dubitable or inhuman. This will be pointed out in more detail in the fourth chapter.

Chapter 3: Significance of Sports for the human person

3.1 Body, soul, spirit

While it is common in historical studies of sport to characterize Catholic attitudes toward the body as thoroughly negative, in fact Catholic theological and spiritual traditions have insisted that the material world (and everything that exists) is good as it is created by God and that the person is a unity of body, soul and spirit. Indeed, early and medieval theologians spent much of their time criticizing Gnostics and Manicheans, precisely because these groups associated the material world and the human body with evil. One of the complaints of Christian authors was that Gnostics and Manicheans did not include the Jewish scriptures as a part of the Christian scriptures, and therefore did not accept the account in Genesis that describes God creating the world and human beings and calling everything “very good.” On the contrary, these groups constructed elaborate mythological accounts of the origin of the material world, which associated it with a ‘fall’ or an “evil principle.”

This is why they regarded the material world and the human body itself as antagonistic to what is truly spiritual. In 1979 Saint John Paul II spoke to Italian and Argentine athletes about these controversies: “It is worth recalling that already in the first centuries Christian thinkers resolutely opposed certain ideologies, then in fashion, which were characterized by a clear devaluation of the physical, carried out in the name of a mistaken exaltation of the spirit. On the basis of biblical data, they forcefully affirmed, on the contrary, a unified view of the human being.”[26]

This unified view of the human being has been expressed in Scripture and by theologians either as a unity of body, soul and spirit or body and soul. This understanding of the unity of the human person was consequential with regard to shaping Christian attitudes toward sport. According to John Paul II, the Church regards sport with esteem because she values “everything that contributes to the harmonious and complete development of the person, body and soul. She encourages, therefore, what aims at educating, developing and strengthening the human body, in order that it may offer a better service for the attainment of personal maturity.”[27]

The understanding of the unity of the human person is also the foundation for the emphasis in Church teaching that there is a spiritual dimension to sport. Indeed, John Paul II describes sport as “a form of gymnastics of the body and of the spirit.”[28] As he put it: “Athletic activity, in fact, highlights not only man's valuable physical abilities, but also his intellectual and spiritual capacities. It is not just physical strength and muscular efficiency, but it also has a soul and must show its complete face.”[29]

3.2 Freedom, rules, creativity and cooperation

Freedom is a gift to us from God that reveals the grandeur of human nature. Created in the image and likeness of God, men and women are called to participate in divine creation. But freedom comes with responsibility, for free choices made by every human person impact one’s relationships, the community, and in some cases, all of creation.

Nowadays, many people believe that freedom is doing what one wants, without any limits. Such a view decouples freedom and responsibility and may even eliminate regard for the consequences of human acts. However, sport reminds us that to be truly free is also to be responsible.

Today, technology allows people in many parts of the world to have at their disposal many things with surprising ease. In this context, it is easy for a person to lose sight of the need for effort and sacrifice to achieve one’s goals. But in sport, whoever fails to develop these virtues also fails to persevere in the practice of sport itself and therefore will not reach any proposed goals. Here, the Christian understanding of freedom applies to sport in that freedom allows humans to make proper choices and sacrifices even when they are required to go through the "narrow gate.”[30]

Moreover, in the “throwaway culture” of which Pope Francis often reminds us, lasting commitments often scare us. Sport helps us in this regard by teaching that it is worth embracing long-term challenges. Training and sustained efforts to improve are worthwhile, as the highest goods can only be achieved when people seek such goods without shying away from uncertainties and challenges that come with various responsibilities. In addition, overcoming difficulties such as injuries and resisting temptations to cheat in a game help strengthen one’s character through perseverance and self-control.

The motto of the International Olympic Committee, citius, altius, fortius ("faster, higher, stronger")[31] evokes this ideal of perseverance. In a certain sense, the Christian life resembles a marathon rather than a short sprint. There are many stages, some of which are very difficult to overcome.

Yet, why do people run marathons? They must enjoy the challenge to some extent. Reaching for improvement step by step, mile by mile, evokes a sense of satisfaction that brings joy to the challenge. Gregory of Nazianzus and other Church Fathers thought of the Christian life as resembling a game. Pope Francis has talked about it in those terms as well, connecting the category of play with Christian joy.[32]

Each person makes us of the talents he has received in the daily reality in which he lives, which may include sport. Considering the rules and regulations of each sport along with the game strategies defined by coaches, each athlete develops personally as he strives in his freedom and creativity to achieve set goals within established parameters. In this way, sports bear witness to justice in that they require obedience to rules. And to ensure such justice, there are referees, judges and inspectors, and in recent years, technological aids. Without rules, the sense of the game and the competition would be lost. In football, for example, if the ball does not completely cross the goal line, it is not a goal. A small millimeter makes an immense difference. In some way, that rule helps us understand that justice is not something merely subjective but has an objective dimension, even in forms of play.

Contrary to what one might think, in sports the rules do not limit human creativity but encourage it. To achieve his objectives within the established norms, the athlete has to be very creative. He must seek to surprise the competitor with a new or unexpected trick or strategy. For this reason, creative athletes are highly valued.

Something analogous happens with freedom. The rules established, which themselves are the result of the creativity of those who founded each sport, become objective in terms of their observance. That objectivity does not nullify the subjectivity of the athlete but rather helps him to develop it freely when he practices his sport. The rules are clear and defined, but observing them makes the athlete freer and more creative.

Human beings create the rules, and then agree upon, the rules that constitute the various sports. And these rules set sports apart from other activities of daily life. Scholars have noted that one of the features of the constitutive rules of sport is that they have a gratuitous logic. As was mentioned in the last chapter, every sport has goals. In golf, for example, the goal is to put the ball in the hole with the fewest number of strokes possible over eighteen holes. The rules of golf, however, proscribe the most efficient way of doing this, such as walking up and dropping the ball in each hole. They gratuitously introduce challenges and obstacles that make reaching the goal more difficult. Each golfer must use a golf club, start a designated distance from each hole, and avoid ponds and sand traps. The participants agree to the constitutive rules of golf because they enjoy participating in the game and trying to meet the challenges that it provides. The important point of this reflection is that our sports do not have to exist; we make them up and we freely participate in them because we enjoy doing so. In this sense, sports are in the realm of the gratuitous.

Sport, then, is based on a starting point of cooperation and agreement about the constitutive rules. There are also many ways in which participants need to cooperate just to make a sporting event possible. Indeed, cooperation precedes and is the basis for competition. In this sense, the dynamic of sport is the opposite of that of war, which takes place when people believe that cooperation is no longer possible and when there is a lack of agreement on fundamental rules. In sports, the competitor is participating in a rule-governed contest, not against an enemy who must be annihilated. Indeed, it is one’s opponent who draws out the best in an athlete, and thus the experience can be very enjoyable and engaging. The word competition alludes to this experience, as the word comes from the two Latin roots “com” –with –and “petere” –to strive or to seek –. The competitors are “striving or seeking together” for excellence. The many examples of athletes shaking hands and embracing or even socializing or sharing a meal after an intense contest have much to teach us in this regard.

Thus, we see how practicing sports helps the human being to grow because he becomes capable of generating an environment that combines freedom and responsibility, creativity and respect for rules, entertainment and seriousness. This environment comes about through cooperation and accompanying each other in the development of individual talents and character.

Fair Play
In recent decades, there has been an increasing awareness of the need for fair play in sport, i.e., that the game is clean. Athletes honor fair play when they not only obey the formal rules but also observe justice with respect to their opponents so that all competitors can freely engage in the game. It is one thing to abide by the rules of the game in order to avoid being rebuked by a referee or formally disqualified because of a rule violation. It is another thing to be attentive to and respectful of the opponent and his freedom regardless of any rule advantage. Doing so includes not using hidden strategies, such as doping, to have an illicit advantage over competitors. Sporting activity “must be an unavoidable occasion to practice human and Christian virtues of solidarity, loyalty, good behavior and respect for others, who must be seen as competitors and not as mere opponents or rivals.”[33] In this way, sports can set higher goals beyond victory, toward the development of the human person in a community of teammates and competitors.

Fair play allows sports to become a means of education for all of society, of the values and virtues found in sports, such as perseverance, justice and courtesy, to name a few that Pope Benedict XVI points out. “You, dear athletes, shoulder the responsibility –not less significant – of bearing witness to these attitudes and convictions and of incarnating them beyond your sporting activity into the fabric of the family, culture, and religion. In doing so, you will be of great help for others, especially the youth, who are immersed in rapidly developing society where there is a widespread loss of values and growing disorientation.”[34]

In this sense, athletes have the mission to be “educators as well, since sport can effectively inculcate many higher values, such as loyalty, friendship and team-spirit.”[35]

3.3 Individualism and team

Something very typical of the world of sports is the harmonious relationship between the individual and the team. In team sports, such as football, rugby, volleyball and basketball among others, that reality is seen very clearly. But even in individual sports such as tennis or swimming, there is always some form of teamwork.

Nowadays we can see many manifestations of individualism. Individual goals sometimes seem to prevail over the common good. Sport is a school of teamwork that helps us overcome selfishness. In it the individuality of each player is related to the team that works together toward achieving a common goal.

Pope Francis, when speaking to young people at the 70th anniversary of the Italian Sports Center, said “I also hope you can taste the beauty of teamwork, which is so important in life. No individualism! No to playing for yourselves. In my homeland, when a player does this, we say: ‘This guy wants to devour the ball all by himself!’ No, this is individualism: don’t devour the ball, be team players. To belong to a sports club means to reject every form of selfishness and isolation, it is an opportunity to encounter and be with others, to help one another, to compete in mutual esteem and to grow in brotherhood.”[36]

Each member is unique and contributes in a particular way to the team. Individuals are not lost in the whole, because they are valued in their particularity. They all have a unique importance that makes the team stronger. A great team is always made up of great individuals who do not play alone but together.

A football team, for example, can be made up of the best midfielders in the world, but it will not be a great team if it does not have a goalkeeper, defenders, forwards and even a good coach, trainer, physical therapist, etc. In sports, the gifts and talents of each individual in particular are placed at the service of the team.

3.4 Sacrifice

People who participate in sport are very familiar with the notion of sacrifice. No matter the level of expertise or type of activity involved, team or individually focused, the athlete must subject themselves to discipline and focus on the task at hand if they are to learn and acquire the necessary skill. To achieve this often means that the person has to follow a regular and structured program. This is best done when the sport participant accepts that they will have to take on a path that involves some level of hardship, self-denial and humility. This is because learning and performing a sport always involves an encounter with failure, frustration and challenge. The professional athlete will often experience these psychological, physical and spiritual challenges as part of their career in sport; even more impressive is that amateur and lower level sport participants are prepared to subject themselves to these demands, albeit at much less intensity, in order to become better at something they love.[37] The recreational participant training for the charity half marathon, the high handicap golfer trying to develop a better swing, or the walking football player trying to score more for the team, understand through their lived experiences that these small sacrifices make sense through being done out of love for the sport. Although addressing Olympians, Saint John Paul II has this to say on the value of sacrifice in sport for all athletes, no matter their level: “At the recent Olympic Games in Sydney we admired the feats of the great athletes, who sacrificed themselves for years, day after day, to achieve those results. This is the logic of sport, especially Olympic sports; it is also the logic of life: without sacrifices, important results are not obtained, or even genuine satisfaction.”[38]

These encounters with sacrifice in sport can help athletes form their characters in a particular way. They can develop the virtues of courage and humility, perseverance and fortitude. The common experience of sacrifice in sport can also help believers understand more fully their vocation as children of God. Maintaining a life of prayer, a rich sacramental life, and working for the common good, are frequently accompanied by many obstacles and difficulties. We try to overcome these challenges by our steadfast persistence and self-discipline, and with the grace that flows from God. “Strict discipline and self-control, prudence, a spirit of sacrifice and dedication,”[39] according to Saint John Paul II, represent the spiritual, psychological and physical qualities tested in many sports. The mental and physical demands and challenges of sport can help to strengthen one’s spirit and self-awareness. A Catholic account of the anthropological value of sport and sacrifice is grounded in the everyday world of all players. They know through their lived experience that sacrifice and suffering have a potentially transformative nature.

Sacrifice is a familiar and well used term in the real world of sport, then. The Church too uses this word and often in a very direct and specific way. She knows that love of God and of our neighbor often comes at a cost to us. Our task as Christians is to accept the sacrifices and sufferings we endure, whether large and small, and buoyed by the grace of God in our lives, strive for the kingdom here on earth and in the world to come. With this in mind it becomes easier to understand what St Paul had in mind when he demanded that we prepare ourselves to ‘fight the good fight’ (Tim 6:12). All of the noble sacrifices we make are important in the Christian life, even when they take place in seemingly insignificant human activities such as sport.

3.5 Joy

Since the International Charter of Physical Education, Physical Activity and Sport in 1978, sport has become a right for all to participate, not just the young, healthy and able-bodied. Regardless of whether sport is practiced by children, the elderly, or people with disabilities, sport brings joy to all who freely participate in it, at all levels of play.

As beginners, athletes suffer the frustrations and even embarrassments of repeated failure in striving to master an activity. At higher levels of sport, athletes are often prepared to go through the discipline of strict training programs. Joy for all who practice sport often emerges alongside difficulties and arduous challenges. We also see across the world that many people participate in sport merely to enjoy the sensation of bodily movement, the opportunity to socialize with others, to learn a new skill, or to feel a sense of belonging. Joy in these contexts is the by-product of doing something we love or enjoy. We see that ultimately joy is a gift, and that it is always grounded in love, and that this formula applies at all standards of sport.[40] This link of joy with love in sport therefore has important truths to teach us about the relationship between God, love and joy in our spiritual lives.

That for most people sport is not done for external gain like money or fame makes it all the more powerful to behold. Nevertheless, for the committed athlete, the moments of joy in sport are usually encountered alongside suffering or sacrifices of one sort or another and after great mental and physical effort. This teaches us that true, deep and lasting joy often emerges when we commit ourselves without reserve to something we love. This love can be directed at the sport act itself, or toward the other members of a team as relationships deepen in the pursuit of a common goal. If the joy connected with love of one’s sport and one’s teammates is a reality that sport psychologists associate with our best performances and something that keeps players returning again and again to participate, then this can be a way for the coach or sport leader to draw parallels between sport practice and the practice of faith.

It is important to recall in this regard the parable Jesus tells of the treasure buried in the field to illustrate what the reign of God is like. Jesus emphasizes that it is “out of joy” that the man who discovers the treasure sells everything he has and buys that field (Mt 13:44). So too, our following of Jesus and announcing that the reign of God is at hand is to arise out of the joy of having experienced God’s abundant love and mercy that characterizes this reign. When we follow Jesus and work toward the building of the reign of God, we will encounter difficulty and hardship, and even be invited to take up our cross. But trials and suffering cannot extinguish this joy. Not even death can do so. After telling his disciples that as the Father has loved him he has loved them and to remain in his love, Jesus tells them that he has said these things “so that my joy may be in you and your joy complete” (John 15:11). As he was getting closer to his own suffering and death, he told them, “So you are now in anguish. But I will see you again, and your hearts will rejoice, and no one will take your joy away from you” (John 16:22).

“The joy of the Gospel fills the heart and the whole life of those who encounter Jesus.”[41] Pope Francis highlighted the centrality of joy in the life of the believer, which is a gift to share with everyone. In the same way, sport only makes sense as long as it promotes a space of common joy. It is not a question of denying the sacrifices and pains that result from training and sporting practice, but ultimately sport is called to bring joy to those who practice it and even to all the passionate followers of a sport throughout the world.

3.6 Harmony

The harmonious development of the person must always be at the forefront of all who have responsibility for sport, be they coaches, instructors or administrators. This word, harmony, refers to balance and well-being and is essential for true happiness to be experienced. There are many forces in the world today however that tempt human beings to abandon this important virtue in favor of a one sided and imbalanced perspective. One has only to think of the over commercialization of some sports, and the excessive reliance on scientific solutions detached from ethical concerns, as worrying examples. When sport is pursued in ways in which the human body is seen as a mere material object or the person as a commodity, we run the risk that great harm will be done to persons and communities.

On the other hand, the harmonious development of the person in their physical, social, spiritual and dimensions has long been recognized as contributing to psychological health and human flourishing. We are beginning to witness positive developments in many places where, “people feel the need to find appropriate forms of physical exercise that will help restore a healthy balance of mind and body.”[42] In relation to this, in recent years many new forms of sport and differing conceptions of competition have begun to appear in response to the existential need for greater harmony between mind and body. Also, the Second Vatican Council noted that in relation to the building up of harmonious communities, sport can, “foster friendly relations between people of all classes, countries and races.”[43]

Often overlooked in environments where people are no longer seen as God’s beloved creatures, is the importance of the spiritual formation of persons. Harmony implies balance, and this in turn relates to the whole human being-their moral, physical, social and psychological lives. Sport is one of the most effective contexts within which people can develop holistically.

Paradoxically it is through engaging in what at a surface level look like purely physical activities like sport, that we can grow in our knowledge of the spiritual, and see how neglecting this one aspect of our being undermines our growth, health and happiness. The tendency to ignore the spiritual, or reduce it to the merely psychological (which is such a prevalent feature in some parts of the world today), is common today and can be harmful, especially to the young and those lacking religious and spiritual instruction. The Church in her wisdom offers us a much needed and compelling vision in this regard. We are asked to live our sport in and with the Spirit, since as Saint John Paul II has said, “You are true athletes when you prepare yourselves not only by training your bodies but also by constantly engaging the spiritual dimensions of your person for a harmonious development of all your human talents.[44]

3.7 Courage

The Church, following St. Thomas Aquinas, has taught that courage represents a mean point between cowardice on the one hand and recklessness on the other. And the Church has insisted that the courageous act is always related to morality. This is because, to be courageous requires that we do the right thing, the good, rather than what is most expedient, or easy.

The concept of courage can also be understood as something that is always personally chosen. We cannot make someone courageous, although coaches, educators and others can develop the capacity for this in those with whom they work. Indeed, we could argue that courage is seen more often before, during and after defeats and losses. To keep going when the odds are stacked against you or your team, to try to do the right thing, morally and physically when you are losing badly, to hold the group together as a team when being seen as underdogs-these occasions can all offer convincing evidence that sport is replete with moments of great courage.

3.8 Equality and respect

Each human being is created in God’s image and likeness and has the right to lead their life with dignity and to be treated with respect. Everyone has the same right to experience and be fulfilled in the multiple dimensions of culture and sport. Everyone has the same right to promote their individual capabilities as well as respect for their individual limitations.

This equality of rights for every individual does not mean, however, uniformity or similarity. On the contrary, because it also means respect for the multiplicity and diversity of human life with respect to sex, age, cultural backgrounds or traditions. This applies equally to the sports sector. It is understandable that there are specific differences of age in sports performance categories or that in most sports disciplines men and women do not compete against each other. People whose basic physical abilities deviate notably from the average expected ability, for example due to impairment, may be judged and evaluated differently.

With all the attention on the multiplicity of conditions, talents and abilities, different categories of performance must not lead to hidden ranks or hierarchy of classifications or even to the airtight delimitation between different human groups. This destroys the feeling of the primary unity of the human family. What the Apostle Paul asks for the Christian community as a reflection of the body of Jesus Christ should be experienced in sport: “The eye cannot say to the hand, “I don’t need you”, or the head to the feet, “I don’t need you”. On the contrary, those parts of the body that seem to be weaker are in fact indispensable [...] If one part suffers, every part suffers with it. If one part is praised, every part rejoices with it. Now you are the body of Christ and individually members of it”.[45]

Sport is an activity that can and should promote the equality of human beings. “The Church considers sports as an instrument of education when they foster high human and spiritual ideals and when they form young people in an integral way to develop in such values as loyalty, perseverance, friendship, solidarity and peace.”[46] Sport is an area of our society that promotes the meeting of all humanity, and it can overcome socio-economic, racial, cultural and religious barriers.

All people are equal because of their dignity as created in the image and likeness of God. We are all brothers and sisters who come from the same Creator. But our world still faces deeply rooted inequalities, and it is the task of Christians to address this reality. Sport is a space where Christians can seek to promote equality, because "without equal opportunities the different forms of aggression and conflict will find a fertile terrain for growth and eventually explode.”[47]

There are many examples of how sport produces unity in society and equality between people. Many popular sports have campaigned against racism and have promoted peace, solidarity and inclusion. “Sports can bring us together in the spirit of fellowship between peoples and cultures. Sports are indeed a sign that peace is possible”[48].

3.9 Solidarity

The message of the Church about solidarity shows us that there exists an intimate bond between solidarity and the common good, between solidarity and the universal destination of goods, between solidarity and equality among peoples, between solidarity and peace in the world.[49]

Solidarity within a sports team refers to the unity that can develop among teammates as they strive together for the same goal. Such an experience provides all the participants with the feeling of personal attention and esteem. Solidarity in the Christian sense, however, goes beyond the members of one’s own team. It may even include an opponent when they are on the ground and are no longer able to get back up without help. Here support and solidarity is required that no longer asks if the defeat of the other is their own fault or the result of an unfortunate sequence of events.

Athletes, especially those who are most renowned, have an unavoidable social responsibility. It is important that they have more and more awareness of their role with respect to solidarity and that this be noticed in society: “You, the players, are exponents of a sports activity, which every weekend brings together so many people in the stadiums and to which social media devotes large spaces. For that reason, you have a special responsibility.”[50]

Pope Francis clearly invites athletes to “get involved with others and with God, giving the best of yourselves, spending your life for what really is worthwhile and lasts forever. Put your talents at the service of the encounter between persons, of friendship, of inclusion.”[51]

Saint John Paul II exhorts people linked to sport to “promote the building of a more fraternal and united world, thus helping to overcome situations of reciprocal misunderstanding between individuals and peoples.”[52]

Sport must always go hand in hand with solidarity, because sporting activity is called upon to radiate the most sublime values throughout society, especially the promotion of the unity of peoples, races, religions and cultures, thus helping to overcome many divisions that our world still experiences today[53].

3.10 Sport Reveals the Quest for Ultimate Meaning

Sport exposes the tension between strength and weakness, experiences which both belong indispensably to human existence. Sport is a realm within which humans can authentically live out their talents and their creativity but at the same time experience their limitations and finitude, as success is by no means guaranteed.

As mentioned in the beginning of this chapter, sport is likewise a domain that can reveal the truth of human freedom. “Freedom –says Pope Francis –is something magnificent, yet it can also be dissipated and lost.”[54] Sport respects human freedom in that within the confines of a specific set of rules, it does not prevent creativity but rather fosters it. Thus the experience of being freely oneself is not lost.

The intrinsic relation between individual freedom and the acceptance of rules also shows that the person is directed toward a community with others. In fact, the person is never an isolated entity but “a social being, and unless he relates himself to others he can neither live nor develop his potential.”[55] Team sports and the presence of spectators reveal the relation between individuals and the community. Moreover, even individual sports cannot be exercised without the contributions of many others. Thus sport can serve as a paradigm that illustrates how the person may become himself through the experience of community.

Finally, in the context of the modern world, sport is perhaps the most striking example of the unity of body and soul. It must be stressed that a one-sided interpretation of the experiences just mentioned leads to a false notion of the human being. Only focusing on strength, for instance, might suggest that humans are self-sufficient beings. A one-sided concept of freedom entails the idea of an irresponsible self who may only follow his or her own rules. Likewise, too strong of an emphasis on the community leads to an underestimation of the dignity of the individual person. And lastly, neglecting the unity of body and soul results in an attitude that either entirely disregards the body or fosters a worldly materialism. Hence, all the dimensions have to be taken into account in order to understand what actually constitutes the human being.

To summarize, we thus can say that in sport human beings experience in a particular way the tension between strength and weakness, the freedom to submit to general rules which constitute a common practice, individuality as directed toward community, and the unity of body and soul. In addition, through sport human beings can experience beauty. As Hans Urs von Balthasar rightly pointed out, the aesthetic faculty of the human being is also a decisive characteristic which stimulates the quest for ultimate meaning.[56] If such an integral anthropological view is applied, then sport can indeed be seen as an extraordinary field where the human being experiences some significant truths about him- or herself on his or her quest for ultimate meaning.

Ultimate Meaning from a Christian Point of View

Human beings find our deepest truth of who we are in God's image and likeness, as this is how He created us (Gen. 1:27). Although it is true that sport embodies the pursuit of a certain kind of happiness, which the Second Vatican Council characterized as “a full and free life worthy of humanity; one in which [persons and societies] can subject to their own welfare all that the modern world can offer them so abundantly,”[57] it is also true that we were created for a happiness that is greater still. This happiness is made possible by the free gift of God’s grace. It is important to emphasize that God’s grace does not destroy what is human, but rather “perfects nature”[58] or lifts us up into communion with God who is Father, Son and Spirit and into communion with one another.

One of the important ways we experience God’s grace is in His mercy. As Pope Francis has emphasized throughout his papacy, and especially in the Year of Mercy, God never tires of forgiving us. God loves us unconditionally. Even when we make mistakes or commit sins, God is patient with us and always offers us forgiveness and a second chance. God’s forgiveness – as well as our forgiveness of one another – brings about healing and recovery of the image and likeness of God in us. As St. Paul put it in his letter to the Colossians: “Stop lying to one another, since you have taken off the old self with its practices and have put on the new self, which is being renewed, for knowledge, in the image of its creator.” (Col 3:10). And again to the Corinthians: “All of us, gazing with unveiled face on the glory of the Lord, are being transformed into the same image from glory to glory, as from the Lord who is the Spirit” (2 Cor 3:18). If the process of redemption means we are being renewed and changed into the image and likeness of God who is Father, Son and Spirit this means realizing that we are fundamentally relational and are made for communion with God and one another.

Chapter 4: Challenges in the light of the Gospel

4.1 A humane and just sport

We have already spoken about the meaning dimensions of sport as well as its place in the search for goodness and truth. Like any other human reality, however, sport can be turned against human dignity and against the rights of people. The Church therefore raises its voice when it sees human dignity and true happiness threatened.

Promotion of human values in sport

Current developments in sport must be judged according to whether they proceed from a recognition of the dignity of the person and show adequate respect for others, for all creatures and for the environment. Furthermore, the Church recognizes the importance of the joy of one’s participation in sport and the loyal coexistence of human beings. When the rules of sport are agreed upon at an international level, athletes from different cultures, nations and religions are allowed to have a shared experience of fair competition and joy, which can help foster the unity of the human family.

By participating in sports, people can experience their embodied existence in a simple and positive way. By playing on a team, athletes recognize that the most satisfying experiences occur when the players have a strong bond with one another and play well together.

Criticism for wrong directions
From this perspective, a series of phenomena and developments must be judged critically. This applies to sport no less than other areas of life in society. The Church's social doctrine always reminds us that persons involved in politics, economics, or science must ask themselves whether or not their actions serve the human person and a just order. Persons involved in sport must also face this question.

The intense quality of experiences in sport is the basis of the force of its attraction. However, because of this intensity sport is also subject to drifting towards policies and practices that do not serve the human person. This applies to participants as well as to spectators and supporters. The great importance of sport for many people can degrade it into becoming a vehicle for other interests, for political purposes and demonstrating power, for the blind pursuit of financial profit or nationalist self-assertion. In this way the autonomy of sport and its internal goods are threatened. Interests that are no longer sporting interests, but rather political, economic or media-related then begin to dictate the dynamics of sport and even the experiences of athletes themselves. Sport is always part of a complex society with many sectors and takes part in its life, and yet on the other hand it must be careful not to put its autonomy on the line. Speaking to a delegation of professional Italian football teams, Pope Francis remembered joyful trips in his youth to the football stadium with his family and an air of celebration about these days. He told the players and managers: “I would hope that football and all other popular sports can take back that element of celebration. Today football also operates within the world of business, marketing, television, etc. But the economic aspect must not prevail over that of the sport; [when it does so] it risks contaminating everything on the international, national, and even local level.”[59]

When sport is practiced with the attitude of “winning at all costs,” sport itself is seriously threatened. Focusing solely on sporting success, whether for personal, political or economic reasons, reduces the rights and the well-being of participants to being marginal. With regard to one’s own body, a desire to rise higher at any cost determines behavior and has serious consequences. The criterion to which everything else submits is no longer the dignity of the person, but rather their efficiency, and this could entail risking their health and that of their companions. The dignity and the rights of the person can never be arbitrarily subjected to other interests. Nor can athletes be turned into a type of merchandise. As Pope Francis said to members of the European Olympic Committee: “When sports are considered only within economic parameters or for the sake of victory at any cost, one runs the risk of reducing athletes to mere merchandise for the increasing of profit. These same athletes enter into a system that sweeps them away, they lose the true meaning of their activity, the joy of playing that attracted them as children and that inspired them to make many real sacrifices and become champions.”[60]

The general rights of a life in dignity and freedom must be protected in sports. They apply in particular to the poor and the weak, especially children who have the right to be protected in their bodily integrity. Incidences of abuse of children, whether physical, sexual or emotional by coaches, trainers or other adults are a direct affront to the young person who is created in the image and likeness of God and therefore to God. Institutions that sponsor sport programs for youth, including at the elite level, must develop policies with the help of experts that ensure the safety of all children.

Athletes also have the right to associate and represent their interests together. They must not be prevented from expressing themselves freely as citizens and according to their conscience. They must be treated as persons with all their due rights. Any form of discrimination because of social or national origin, sex, ethnicity, race, physical constitution or religion must never be accepted in sport. But even beyond the immediate sporting event, sport is responsible for what is happening in its environment. Many people are affected by the preparation and execution of great sporting events, and their legitimate interests and living conditions must be respected.

4.2 Shared responsibility for good sport

Sport is a multifaceted reality. Critics of sport should not be totally suspicious of it, nor should an estimation of its positive aspects be naive. In addition, we need to distinguish which agents and organizations in sport have concrete responsibility in particular situations. In fact, not only participants or athletes have responsibility but also many other people, such as families, coaches and assistants, doctors, managers, spectators and persons connected with sports in other sectors, including sports scientists, political and business leaders and media representatives.

Spectators and supporters who participate in sporting activities directly or through the media have their own shared responsibility in sporting events. They can show that their respect is for players on both sides in the contest and express their disapproval of unsporting behavior. Fair play is also due to spectators who support the opposing team. Any kind of disparagement or violence is to be condemned and those responsible for the sport must do all they can to counter it. There are models of how violence in the sports environment can be addressed. For example, some professional football clubs in Europe and elsewhere train volunteers who work with fans to counter unsporting behavior and even fan violence that has all too often been a part of football matches in recent years. Responsibility here cannot be offloaded from sport to other institutions.

Many people actively practice sports in the natural environment. Sporting activity does not leave this environment intact, however. It has an impact, in some cases for the long term. So athletes and persons sponsoring sports events have an added responsibility which is the task of treating creation with the utmost respect. Again this responsibility lies on many shoulders. Not only does every person have to consider what ecological costs can be related to their sport. But those who sponsor major sporting events must also consider whether or not they have found a sustainable format with respect to the environment.

Moreover, in sports in which animals are involved, attention must be paid to ensure that they are treated in a morally appropriate way and not as mere objects.

The Church emphasizes the responsibility of each person in the sporting world and appeals to each one’s conscience to engage in the promotion of humane and fair sport as much as possible. However, it would not be fair to put the burden of responsibility for good and fair sport only on individual athletes. We must pay attention as well to social structures that affect how we think and act. “These are the sets of institutions and practices which people find already existing or which they create, on the national and international level, and which orientate or organize economic, social and political life.”[61] Such structures can influence action in such a way that it is difficult to remain faithful to the internal goods and values of sport. However, these structures are not destiny. “They always depend on the responsibility of human beings, who can alter them, and not upon an alleged determinism of history.”[62] Therefore, they remain within the scope of our responsibility. The social importance of various sports organizations and institutions at regional, national and international levels is considerable and so too is their moral responsibility. They must serve the internal goods of sport and the good of the human person.

4.3 Four specific challenging developments

There are four developments that the Church sees as particularly serious challenges for sport in our time that this document seeks to address. They can be understood to be the result of an unrestrained orientation towards success and the enormous economic and political interests emanating from sporting competitions. The more the various agents involved in sporting events – athletes, spectators, the media, business persons or politicians – insist on ever greater performances or winning at all costs, then the more there is excessive pressure on sportspeople and the more they seek for ways to enhance performance that are morally dubious.

The debasement of the body
While participation in sport can be a positive way of experiencing one’s embodiment, it can also be a context in which the human body is reduced to the status of an object or is experienced solely in material terms. As one American football player commented after his career was over, “I realized, paradoxically, how cut off and removed I was from my body. I knew my body more thoroughly than most men are ever able to, but I had used it and thought of it as a machine, a thing that had to be well-oiled, well-fed, and well-taken care of, to do a specific job.”[63] When young people are formed in their bodies in this way, they run the risk of becoming alienated from their own affectivity, which compromises their capacity for intimacy, an important developmental task for young adults.[64] This negatively impacts their ability to be in a physically and emotionally intimate relationship, which is one of the gifts and graces of married life.

Parents, coaches, and societies are often involved in automating athletes in order to guarantee success and satisfy hopes of medals, records, scholarships, lucrative advertising contracts and wealth. Aberrations of this kind can be seen in highly competitive children’s sports. It is becoming increasingly common for a young person to be put into the hands of parents, coaches and managers who are only interested in the unilateral specialization of a single talent. Because the young person’s body is not capable of bearing year-round training in one sport, however, such early specialization all too often results in overuse injuries. In the case of elite women’s gymnastics, the ideal body type has changed over the years to a thin, prepubescent body. And this has led in some contexts to the training of very young girls every day of the week for excessive numbers of hours. Girls in these situations too frequently develop a concern with being thin that leads to eating disorders in percentages far higher than in the general population of girls and women. This example points to the importance of the role of parents of young athletes in all sports. Parents have a responsibility of showing children that they are loved for who they are, not for their successes, appearance or physical abilities.

Sports that inevitably cause serious harm to the human body cannot be ethically justified. In cases where we are only recently learning about the harmful effects of a particular sport to the body, including damage to the brain, it is important for persons from all segments of society to make decisions regarding these sports that place the dignity of the human person and his or her well-being first.

Doping
The issue of doping affects the fundamental understanding of sport. And unfortunately today, it is practiced by individual athletes as well as teams and even nation states. Doping raises a series of difficult moral issues because it does not correspond with the values of health and fair play. It is also a good example of how a “winning at all costs” mentality corrupts sports by leading to the violation of its constitutive rules. In the process the “play frame” is broken and the internal goods of sports which are dependent on acceptance of the rules, are lost. In such cases, more important than a sports person’s skills or training is the power of those who try to increase their capabilities with all possible and imaginable means. The body of the sportsperson is degraded to becoming an object that demonstrates medical effectiveness.

In some sports that use mechanical means (cycling, motorsports, Formula one) the fair play is deteriorated by adopting mechanical fraud or doping. This fraud can be done individually by the athlete, but also in a broader group, with the help of mechanical assistants and urged by sponsors or even manipulated on a larger scale.

To combat the dangers of physical and mechanical doping and to support fair play in sporting competitions, it is not enough to appeal only to the individual morals of the athletes. The problem of doping cannot be assigned only to the individual sportsperson, no matter how much that individual is to blame. This is a wider problem. It is the responsibility of sports organizations to create effective rules and basic institutional conditions that support and reward individual sportspeople for their responsibility and reduce any encouragement to resort to doping. In the globalized world of sport, effective and coordinated international efforts are needed. Others who exercise significant influence in sports today such as the media and financial and political agents, must also be involved.

Spectators too must consider whether their ever increasing expectations and longing for spectacular excesses during sport events drive the sporting actors to dope physically or to use mechanical doping.

Corruption
No less than doping, corruption can ruin sport. It is used to exploit the sense of sporting competition of players and spectators who are deliberately cheated and deceived. Corruption does not just concern a single sporting event as it can spread to sporting policies. Decisions pertaining to sports are then made by external actors for financial or political interests. Equally reprehensible is any kind of bribery in relation to sports betting. If countless sportspeople and sports enthusiasts are deceived only so that a few can enrich themselves shamelessly, this too threatens the integrity of sport. As in the case of doping, the individuals involved must be warned about this as well as sports organizations which must have their own transparent and effective rules in place to prevent their values being eroded. Sport must not appear to be a space without rights in which the moral standards of loyal and human coexistence do not apply.

Spectators
Spectators during sport activities and games watch and support together as one body of fans. This common feeling across ages, sex, race, religious belief, is a wonderful source of joy, and beauty. The fans are one and the same community when their team wins, but also in the face of loss and defeat. They are behind their players and respect both the players and the fans of the other team and the referees within a reciprocal fair play. These are moments, events and behavior that make us aware of the joy, the strength and the meaning of harmonious sport. Still, the role of spectators in sports can be ambiguous. In some cases, spectators despise the opposing players and their supporters or the referees. This behavior can deteriorate into violence, either vocally (by singing hateful songs) or physically. Fights between competing fans appear and violate the fair play that always should reign during sport events. An exaggerated identification with an athlete or a team can also exacerbate already existing tensions between different cultural, national or religious groups. Sometimes a fan can use a sport event to spread racism, or extremist ideologies. Spectators that do not respect athletes also at times attack them physically or continually insult or denigrate them. Such disrespect also sometimes happens toward athletes belonging to the spectators’ own team in the event of poor performance. Teams, conferences and leagues, whether in schools, at the elite level or in professional sports, have a responsibility to ensure that spectator behavior respects the dignity of all persons participating in or attending sporting events.

Chapter 5: The Church as a key protagonist

The document has so far sought to assess and evaluate sports, its significance and its various dimensions viewed within the framework of a Christian understanding of the person and a just society. While the immense opportunities and possibilities of sports were evaluated, the dangers, threats and challenges it poses were also considered.

The Church as the people of God is connected to and is genuinely interested in sport as a contemporary human reality. Naturally, the Church feels called to do everything possible within its immediate sphere of influence to ensure that sport is carried out in a humane and reasonable manner.

“The pastoral care of sport is a necessary moment and an integral part of the ordinary pastoral care of the community. The first and specific purpose of the Church in the sports field is manifested as a commitment to give meaning, value and perspective to the practice of sport as a human, personal and social fact.”[65]

5.1 The Church is at home in sport

As already highlighted in the first chapter, the Church has had a fruitful relationship with modern sport, deciding from early in the twentieth century to live in this environment, involving itself in an active and proactive way.

A responsible presence
The Church does not avoid the co-responsibility for development of sport and its fate. Because of this, the Church desires to enter into dialogue with different sports organizations and governing bodies to advocate for the humanization of contemporary sports. She actively seeks to improve sports practices, systems and procedures through collaborative partnerships with sports organizations. The Church can offer a moral vision in the context of malpractices like doping, corruption, spectator violence and the rampant commercialization that can erode the spirit of sports.

The Church has an organized and institutional presence in the world of sport that allows her to promote a Christian vision of sport, through various forms at various levels. Within its own organizational structures, the Holy See has different bodies interested in the sporting phenomenon which follow and promote sport from an institutional, pastoral and cultural point of view.

In several countries, national Episcopal Conferences work in close relationship with national and international sport associations that promote sport. In some countries, ecclesiastical sports clubs and associations have existed for over one hundred years and are today very much involved in local and national sporting events. These organizations can in turn connect, network and form larger sporting bodies on a national and international level. In addition to the apostolate of many lay people, many priests are involved in amateur sports groups of parishes, in sport associations or serve as chaplains in professional clubs or at the Olympic Games.

An outgoing Church
Sport is a context in which to concretely experience the invitation to be an outgoing Church, not to build walls and borders, but squares and field hospitals.

More than many other platforms, sport brings together the downtrodden, the marginalized, the immigrant, the native, the rich, the powerful and the poor around a shared interest and at times in a common space. For the Church, any such reality presents itself as an invitation to encounter people from many different backgrounds and in very different life circumstances. While the Church welcomes everyone to itself, she also goes out into the world. As Pope Francis says, “the way of the Church, is precisely to leave her four walls behind and to go out in search of those who are distant, those on the 'outskirts' of life. […] Not only to welcome and reintegrate with evangelical courage all those who knock at our door, but to go out and to seek, fearlessly and without prejudice, those who are distant, freely sharing what we ourselves freely received.”[66]

A modern Courtyard of the Gentiles
In several parts of the world there already exists a tradition of opening up the physical premises of Churches themselves for youth – who often come together in the context of sports and games. In today’s culturally diverse environment, such a space becomes one of the conduits that facilitate harmonious interactions across communities, cultures and religions. As has already been mentioned, the Church sees great value in such interactions that can foster a sense of the unity of the human family. Such a space can also make possible, in the words of Pope Benedict XVI, a dialogue with those “to whom God is unknown and who nevertheless do not want to be left merely godless, but rather to draw near to him, albeit as the Unknown.”[67] He speaks of the Church’s mission to such people: “I think that today, too, the Church should open a sort of ‘Courtyard of the Gentiles’ in which people might in some way latch onto God, without knowing him and before gaining access to his mystery, at whose service the inner life of the Church stands.”[68]

The Church thus perceives a spectrum of possibilities that come into play in the context of the contemporary reality of sports. These are especially relevant as they are in tune with the larger mission of the Church.

5.2 Sport is at home in the Church

The sport vision of the Magisterium has been concretized in a pastoral proposal that is active through sport, which essentially takes the form of an educational commitment to the person who in turn generates a social commitment to the community.

Sport as an educational experience of humanization
The human person who is created in the image and likeness of God is more important than sport. The person does not exist to serve sport, but rather sport should serve the human person in his or her integral development.

As has been mentioned, the person is a unity of body, soul and spirit, this means that the embodied experiences of play and sport necessarily also involve and impact young people at the level of soul and spirit. For this reason, they can be a part of the education of the whole person. Pope Francis has encouraged viewing play and sport as a part of a holistic education which addresses the head, the heart and the hands, or what one is thinking, feeling and doing. According to the Holy Father, formal education in our time has become too narrowly associated with an “intellectual technicality and the language of the head”.[69] He encourages us to open ourselves up to accept forms of non-formal education, such as sport. As he puts it, closed in the rigid exclusivity of formal education “there is no humanism, and where there is no humanism, Christ cannot enter!” [70]

Sport and Catholic education
How can the Church begin to integrate physical activity or sports into its own fundamental framework? How can the Church’s vision of sports permeate into the Bishop’s Conferences, Dioceses and Parishes? This should perhaps begin with the visible establishment of an apostolate for sports. Such an apostolate will be a concrete manifestation of the Church’s commitment to the human person in sport and will also equip the different organs of the Church to directly initiate sports related activities.

Since the origins of Christianity, sport has emerged as an effective metaphor of the Christian life: the Apostle Saint Paul did not hesitate to include sport among human values, which served him as a point of support and reference for dialogue with the people of his time. There are possibilities of introducing sports, games and other playful activities in order to lead young persons toward a deeper understanding of the scriptures, Church teachings or sacraments.

When sport is lived in a way that respects the dignity of the person and is free from economic, media or political exploitation, it can become a model for all areas of life. “When it is like this,” as Pope Francis said, “sport transcends the level of pure physicality and takes us into the arena of the spirit and even of mystery.” [71] To educate in a Christian way is to form people in human values in the whole of reality, which includes transcendence. The profound meaning of sport is that it can educate to the fullness of life and an openness to the experience of transcendence.

Sport is also a way to introduce young people to the cardinal virtues of fortitude, temperance, prudence and justice and facilitate their growth in them. In the field of physical education, St. John Bosco, who was just a youth chaplain in Turin in 1847, was probably the first Catholic educator to have recognized the importance of movement, play and sport for the holistic development of the personality of young people. For Don Bosco, educating through sport means to cultivate the personal accompaniment of the young person as well as mutual respect, even in competition.

Sport to create a culture of encounter and peace
In a world that is rife with questions about migration, nationalism and individual identity, more and more people are struggling to coexist with those who are culturally different or hold belief systems different from their own. Borders, perceptions and boundaries are constantly being drawn and redrawn. In this context, we must remember that sports are one of the few realities today that have transcended the boundaries of religion and culture. The call of the universal Church to work toward the unity of the human family takes on a special significance when seen in the context of sports. In this sense, the very idea of being ‘Catholic’ goes hand in hand with what is best in the spirit of sports. In the world of sports, the Church can play a significant role by helping to build bridges, open doors and promote common causes – permeating societies like ‘leaven’.

Sport as work of mercy
Sport can also become a powerful medium by making itself present to persons who are marginalized and underprivileged. There are many international sport governing bodies, private institutions and nonprofit organizations that promote and use sports as a positive tool of engagement among youth and teens who live in environments susceptible to gang violence, drug abuse and trafficking. Christian communities around the world are already involved in initiatives that use sport practices, training and events as relevant tools to draw youth away from drugs and violence.

Sport to create a culture of inclusion
Because there are human goods associated with sports, all who desire to participate should be able to do so. This is especially true for poor or displaced children, physically or intellectually disabled persons, the homeless and refugees. Moreover, in some parts of the world, girls and women are denied the right to participate in sports and thus cannot experience the joy and benefits of such activities. Everyone can be enriched by the increased opportunity for all to participate in sport. Elite level athletes, for example, are reminded when watching athletes with disabilities play what sport is really about: the joy of participation and competition with respect for one’s opponent and oneself. Such examples help to reorient everyone toward the humanizing potential of sport.[72]

The development of Paralympics and the Special Olympics is a visible sign of how sport can be a great opportunity for inclusion, and is capable of giving meaning to life and being a sign of hope. So too the creation of the first Refugee Olympic Team in 2016 as well as the development of the Homeless World Cup are important ways the awareness of the common good that sport fosters is being extended so that persons who are displaced or experiencing the hardships associated with poverty also have the opportunity to participate.

5.3 Environments of sport pastoral ministry

The Church's commitment to sport is to ensure that sport always remains an experience capable of giving meaning and value to people's lives, at whatever level it is promoted or practiced, in any place or environment where it is organized. Sport must always be aimed at the integral formation of the person, improving social conditions, and the building of interpersonal relationships. This is why the pastoral care of sport is fitting in many environments and can be promoted in many contexts.

Parents as first teachers
Parents are often the first teachers of faith and of sport for their children. If parents are not the ones directly teaching their children how to throw a baseball, they at least play the role of signing them up for recreational sports teams, encouraging them to try out for a competitive team, or transporting them to their practices and matches. They are often in the crowd cheering for their athlete on the court or field. These examples show us how sports are often a source of bonding between a parent and child. This bond allows parents to educate their children about virtues and the human values inherent to sports. If sport runs the risk of being the occasion to divide a family and to diminish the sanctity of Sunday as a holy day to uphold, it also can help integrate a family with other families in the celebration of Sunday, not only in the liturgy but in the life of the community. This does not mean that sport matches should not take place on Sundays, but rather, such events must not excuse families from attending Mass and should also promote the life of the family within the community.

Parishes (and oratories or youth centers)
As Pope Francis has said, “It’s beautiful when a parish has a sports club and something is missing without one.”[73] However a sports club in a parish needs to be consistent with the faith commitments of the parish and anchored in an educational and pastoral project. The parish sports clubs also provide an opportunity for youth to encounter one another at the diocesan or national level through friendly competitions. In addition, parishes could and should promote sport activities not only for youth but also to their elderly members.

Any genuine human reality is definitely bound to be reflected within the Church. The Church should always be abreast of the sporting world, reading the signs of times in the field of sports. Priests should be encouraged to be reasonably knowledgeable about contemporary sports realities and trends, especially as they affect youth and to link sports with faith in homilies when it makes sense.

Schools and universities
Schools and universities are ideal places to promote an understanding of sport aimed at education, inclusion and human promotion. Parents and families play an important role, in dialogue with teachers and school management, in shaping school sports activities in such a way that they will lead to the integral development of students. Universities in many countries have also taken on the task of studying sport. Courses and research programs seek to educate, form and train the next group of coaches, sport managers, sport scientists and administrators. This context presents a wonderful opportunity for the Church to dialogue with those who have a specific responsibility to educate present and future sport leaders as they help develop sport in a way that serves the human person and the building of a just society.

Amateur sports clubs and associations
Coaches and sports managers have great influence over their athletes, so a pastoral and educational action requires an alliance with them. While recognizing the specific nature of the work carried out by clubs and sports associations, it is important to seek a dialogue with them, particularly in terms of pedagogical and cultural planning.

Professional sport
Elite level and professional sport is an international reality that encompasses players, spectators/fans, sporting organizations, media, marketing organizations and even governments. It is a phenomenon of great communicative scope, able to deeply influence not only youth and amateur sport, but the lifestyle of a whole society.

For these reasons, the Church must continue to improve the development of relevant competencies and to form trained sports chaplains or counselors to aid in the pastoral and spiritual care of coaches and athletes participating in international sporting events such as the Olympic Games or the World Cup.

The Church should develop appropriate pastoral plans for the accompaniment of players and athletes, many of whom hold considerable influence in the sporting world and the world at large. A part of this accompaniment should be to help these athletes to stay in touch with the intrinsic meaning of their participation in sport. “This professional dimension must never push aside the initial vocation of an athlete or team: be amateurs. When an athlete, even a professional one, cultivates this dimension of being an ‘amateur’[74], society benefits and that person strengthens the common good with the values of generosity, camaraderie and beauty.”[75] The Church should accompany these athletes on their personal journey, supporting them in understanding and enhancing their responsibility to be heralds of humanity.

The pastoral accompaniment and spiritual care must extend beyond the active sporting life of an individual. The world has seen many top players and athletes, who at the end of their careers experience emptiness and depression, at times spiraling down to a life dependent on alcohol or drugs. A consistent accompaniment plan can help such people to explore their identity, perhaps for the first time, outside of sports. In the most fundamental sense, their identity and worth come from being created in the image and likeness of God, who continues to call them, albeit in new ways. Pastoral care with athletes after their careers are over, then, needs to include helping them discern how they will use their talents and gifts into the future.

Today, spectators form a very relevant part of the sporting professional environment. Spread around the world, fan clubs, online platforms and merchandising revolve around spectators. Supporters and fans often experience sports passion in absolute terms, which leads to excesses and deviations. The Church, along with leaders of other religious traditions, can help to remind people to keep sport in perspective. While play and sport are good and meant to be pursued with passion and enjoyed, they are not the most important thing in life.

Media as a bridge
The media is one major conversation partner for the Church when it comes to sports. It is the media – especially social media – that shapes the image of sports in the eyes of much of the public. Thus the Church with its immensely active social media platforms can play an important part in reaching out to the world of spectators and opinion makers in sports.

It is imperative that the Church responds in a meaningful way to sporting events and issues. In fact, the faithful are seldom aware that the Church accepts and perceives sports in a positive way. Such responses will go a long way in helping the younger generation feel connected to the Church.

Specialized sciences
The Church should also be in dialogue with those working in the fields of sports science and medicine. In conversation with them, the Church can gain vast knowledge on the contemporary realities of sports, so that her judgments are competent and accurate. Above all, however, these joint conversations should explore how to shape sporting practice and its surroundings in such a way that they correspond to, or come closer to, a humanized body-culture. The Church’s conversation with other sciences, such as the life sciences, cultural or social sciences can also offer significant insights into sports and the ways in which they can become a beneficial lifelong activity.

The new places of sport
There are also fitness centers and parks, where it is possible to come across youth, adults and elderly people interested in a culture of well-being and open to a humanized holistic interpretation of life, of unity between body, soul and spirit.

Beyond traditional sporting places, attention must also be paid to non-formal places were people, especially young people who reject organized and codified contexts, practice new kinds of street sports.

The risk of these environments is that the sport is practiced in "solitariness", favoring individualism, where there is no educational or social purpose. Moreover, it is now essential to take an active dialogue with sports media and e-sports.

5.4 Take care of sport pastoral workers

There is no pastoral care of sport without an educational strategy. This involves an active role of all those who have chosen, in various ways, to provide their service to the Church through sport. Sport needs educators and not simply service providers. Pastoral care through sport cannot be improvised, but requires people trained and motivated to rediscover the meaning of sport in an educational context and get involved in the service of a Christian vision of sport.

Sport educators
When it comes to sports, coaches, referees, teachers and managers play a significant role in the attitudes of players or athletes. A relevant spiritual/pastoral training plan for them will thus play a key role in humanizing sports. In fact, most of them are constantly seeking the best, most holistic and unique plan for their players.

The Church needs to open a dialogue with sports training agencies, collaborating with them or promoting complementary training paths on pastoral aspects of sport. The pastoral plan can involve materials, one-on-one interactions and highly specialized workshops for sports coaches that will involve guidance on a spiritual/ecclesial level, empowering them to be witnesses, “to proclaim Jesus Christ by one’s words and actions, that is, to make oneself an instrument of his presence and action in the world.”[76]

Family and parents
Dialogue with the family, particularly with parents, becomes an essential aspect in the promotion of an organic and continuous pastoral care especially aimed at children and young people. It is important for families to know and share educational and pastoral goals. This does not mean that the sport proposal should be a confessional proposal, but it certainly cannot be a neutral proposal from the point of view of values. It is therefore essential to create moments of meeting and discussion with parents, to make them aware of the objectives of the training offered, to share educational priorities with them, to make them aware of a conscious participation, respecting the roles of coaches and sport managers.

Volunteers
The world of sport has grown and developed thanks to the strategic contribution of volunteers. Volunteers play a fundamental role that goes beyond the sphere of technical and organizational skills. They keep alive, through their choices and their testimony, a culture of gift and a style of gratuitousness; they help sport to remain service-oriented for others, not only focused on the economic and bureaucratic dimension. These people need an accompaniment that helps them grow, affirms their motivations and integrates them harmoniously into the organizational fabric of sport.

Priests and consecrated
The pastoral presence of priests and consecrated people in the realm of sports must demonstrate their role of facilitating the educational purpose of sport and of spiritually accompanying the athletes. This role cannot be articulated in abstract "intellectual" terms detached from daily life. The world of sport is a welcoming world, but it calls for pastoral leaders to have a focused and respectful presence and awareness of the dynamics, roles and specific skills necessary for sport.

It is important that the pastoral care of sport be included in the formation of candidates for the priesthood and that they have the opportunity to practice sport while in the seminary. In many seminaries around the world they are already using “best practices” of sports in their colleges, sometimes in a well-organized way to evangelize.

5.5 Some fundamental elements for pastoral planning through sport

The beauty of sport at the service of education
Sport to be a pastoral good must be promoted well. Sport has its rules, its specificity, its beauty and we are called to promote sport by making the most of technical and organizational quality. However, the beauty of the sportive gesture, the quality of technical teaching and organizational efficiency are not ends in themselves.

Sport generates strong passions and emotions, but the task of a pastoral action is not to stop at the emotional level, but to produce a long lasting effect, capable of being incisive and lasting in everyday life. The pastoral task of sport is to welcome, accompany, guide and give reasons for hope and trust. It is a path which does not end in an event, but requires continuity and must make an impact on daily life.

Sport to rebuild educational pact
“It is possible to change the world only if we change education.” [77] To have a concrete impact, a project of pastoral care of sport must be a network project with local educational agencies, starting with families, schools and public institutions. If we want to influence the educational process, it is not enough to delegate the educational responsibility to people who work in silos with no relation to each other. “We need to combine everyone’s efforts for education. To harmoniously reform the educational pact, for only in this way — if all those in charge of the education of our children and young people work together — can education change.”[78] In this enterprise the Church should work closely and respectfully with the competent authorities to bring to fruition her vision of a sport culture that serves the human person who is a beloved creature made in God’s own image and likeness.

Sport at the service of humanity
St. John Paul II pointed out the "Relativity of sport with respect to the primacy of the human person, so that the subsidiary value of sport is emphasized in God's creative project. Therefore, sport should also be seen in the dynamics of service, and not in that of profit. If one keeps present the humanization objectives, one cannot help but feel the indispensable task of transforming sport more and more into an instrument of human elevation toward the supernatural goal to which it is called."[79]

This means that a pastoral plan has to give primacy to the human person, who has an admirable unity of body, soul and spirit. Sport must be promoted and practiced with the highest respect for the person and oriented towards his or her integral development. The athlete cannot be reduced to a mere tool to be used to achieve sports results which today are at times associated with significant economic and political ends.

Play as the basis of sport
Sport is a sub-category of game and playing is the basis of sport, at every level. As Pope Francis put it, “It is important that sports remain a game!Only by remaining a game will it do good for the body and spirit.” [80] It is especially important that sport remain a game for young people in educational contexts. Reflecting on the direction education should take today, Pope Francis said, “we must discover the depth of the person, the fundamental health, the capacity for lightheartedness, the creative capacity for play. The Book of Wisdom says that God was playful, the Wisdom of God was playful. Rediscover play as a learning experience, as an educational experience, so that education will no longer be merely information, but creativity at play. Rediscover this playful aspect which enables us to grow in creativity and in joint work.” [81]

Teamwork against individualism
It has been emphasized throughout this document that while participating in sport people “taste the beauty of teamwork, which is so important in life.”[82] To belong to a sports club means to reject every form of individualism, selfishness and isolation and gives “an opportunity to encounter and be with others, to help one another, to compete in mutual esteem and to grow in brotherhood.”[83] The sporting experience naturally fosters the dynamics of friendship and cohabitation, which when cultivated and valued can go beyond the boundaries of sports fields and arenas and become an opportunity for meaningful and lasting relationships.

Sport for all
Sport is empathic and brings together people from all walks of life, generating a culture of encounter. It has to reject a throwaway culture and has to be open, welcoming and inclusive. Sport should also allow the integration of diversity of abilities. “Everyone gets to play, not just the best, with the advantages and the limitations that each has, indeed, focusing on the disadvantaged, as Jesus did.” [84] In this way, "sport becomes an authentic service to the growth of the community."[85]

An ecological vision of sport
The era we are experiencing is not simply an era of changes, but it is the change of an era, a change accelerated by technological and digital revolutions. The young people who are growing up today are profoundly influenced by these revolutions, and sport itself is impacted by them. The presence of e-Sports (electronic sports) and new forms of doping, which are dependent upon technological and medical innovations, are merely the tip of the iceberg of a phenomenon that is more deeply permeating sport.

While the technological and digital revolutions have brought many benefits to humanity and it is right to celebrate these, the current dominant technological paradigm also has negative impacts. According to Pope Francis, these are evident in a number of symptoms, “such as environmental degradation, anxiety, a loss of the purpose of life and of community living.” [86]

Sport in this context can be counter-cultural in that it provides young people with the opportunity for face to face encounters with other youth, who at times have very different backgrounds from their own. While playing on a team, they learn how to deal with conflict with one another in a direct way, while engaging in an activity that means a great deal to them. They also have the opportunity to play against young people from other parts of their community, country or the world and so expand their range of human contacts. Such experiences can help young people to realize that they are a part of something larger than themselves and be a part of what gives meaning and purpose to their lives.

Conclusive Remarks

Sport is one context in which many young people and others from all cultures and religious traditions learn how to give the very best of themselves. These kinds of experiences can serve as a “signal of transcendence.” [87] This document has shown how the experiences people have while participating in sport –of joy, encounter with others different from themselves and the building up of community, growth in the virtues and in self-transcendence –can also teach us something about the human person and his or her destiny.

In his talk to the Italian Sports Center in 2014, Pope Francis encouraged his listeners and encourages us today to give the very best of ourselves, not only in sport, but in the rest of our lives as well: “As sportsmen, I invite you not only to play, like you already do, but there is something more:challenge yourselfin the game of life like you are in the game of sports. Challenge yourself in the quest for good, in both Church and society, without fear, with courage and enthusiasm. Get involved with others and with God; Don’t settle for a mediocre “tie”, give it your best, spend your life on what really matters and lasts forever.” [88]

___________________

[1] Gaudium et pes, 1.
[2]
Francis, Address to the Italian Tennis Federation, 8 May 2015.
[3]
Cf. D. Vanysacker, The Catholic Church and Sport. A burgeoning territory within historical Research! Revue d'histoire ecclésiastique. Louvain Journal of Church History 108 (2013), 344-356.
[4]
John Paul II, Homily in the occasion of the Jubilee of the Redeemer,12 April 1984.
[5]
Francis, Address to members of the European Olympic Committee, 23 November 2013.
[6]
In a US context according to J. Stuart Weir, sport chaplaincy in professional sports began with Christian ministry to NFL players as early as the mid-1960s. In addition, he writes that John Jackson was the first chaplain officially appointed to an English professional football club in March of 1962. J. Stuart Weir, "Sports Chaplaincy: A Global Overview" in: Sports Chaplaincy: Trends, Issues and Debates. Ed. by A. Parker, N.J. Watson and J.B. White. London 2016.
[7]
Pius XII, Address to Italian Sportsmen, 20 May 1945.
[8] Paul VI, Address to the members of the International Olympic Committee, 28 April 1966.
[9]
John Paul II, Address to the participants in the National Convention of the Italian Episcopal Conference, 25 November, 1989.
[10]
Cf. P. Kelly SJ, Catholic perspectives on sports. From Medieval to modern times, Mahwah, NJ 2012.
[11]
Cf. A. Stelitano, A.M. Dieguez & Q. Bortolato, I Papi e lo sport, 4-5.
[12]
Conferenza Episcopale Italiana, Sport e Vita cristiana, n.32.
[13]
Ibid. n. 11.
[14]
John Paul II, Homily in the occasion of the Jubilee of the Redeemer, 12 April 1984.
[15]
P. Gummert, “Sport”, in: Brill’s New Pauly. Ed. by H. Cancik and H. Schneider, English Edition by: Christine F. Salazar, Classical Tradition volumes.
[16]
John Paul II, Homily on the occasion of the Jubilee of Sports People, 29 October 2000.
[17]
Cf. P. Kelly, Catholic Perspectives on Sports: From Medieval to Modern Times, Mahwah, NJ 2012.
[18]
W. Behringer, Kulturgeschichte des Sports: Vom antiken Olympia bis ins 21. Jahrhundert, München 2011, 198-238.
[19]
Ibid., 257.
[20]
Cf. N. Müller, “Die olympische Devise ‘citius, altius, fortius’ und ihr Urheber Henri Didon”, in: Wissenschaftliche Kommission des Arbeitskreises Kirche und Sport (ed.), Forum Kirche und Sport 2, Düsseldorf 1996, 7-27.
[21]
Cf. D. Vanysacker, “The Attitude of the Holy See Toward Sport During the Interwar Period (1919–39)”, in Catholic Historical Review 101 (2015) 4, 794-808; see also D. Vanysacker, “La position du Saint-Siège sur la gymnastique féminine dans l’Allemagne de L’entre-deux-guerres (1927-1928) à partir de quelques témoignages tirés des archives des nonciatures de Munich et Berlin” to appear in Miscellanea Pagano.
[22]
Cf. C. Hübenthal, “Morality and Beauty: Sport at the Service of the Human Person”, in Sport and Christianity: A Sign of the Times in the Light of Faith, ed. by K. Lixey, C. Hübenthal, D. Mieth & N. Müller, Washington DC 2012, 61-78.
[23]
Cf. H. Reid, Introduction to the Philosophy of Sport, Lanham, MA 2010, 180-185.
[24]
Francis, Evangelii gaudium nn. 234,236.
[25]
In a similar vein, the sport historian Allen Guttmann applied binary distinctions to define sport. He starts from the general category play, and then goes on by determining sport as organized play (= games), competitive games (= contests), physical contests (= sports). See A. Guttmann, A Whole New Ball Game: An Interpretation of American Sports, Chapel Hill - London 1988.
[26]
John Paul II, Address to the Italian and Argentine National Soccer Teams, 25 May 1979.
[27]
Idem, Address to the Italian National Olympic Committee, 20 December 1984.
[28]
Idem, Address to the managers and athletes of the Italian soccer team of Milan, 12 May 1979.
[29]
Idem, Address to the international convention on the theme: “During the time of the jubilee: the face and soul of sport”, 29 October 2000.
[30]
Cf. Mt 7:13-14.
[31]
Acquired by Pierre de Coubertin, founder of the Modern Olympic Games at the end of the XIX century.
[32]
Francis, Address to participants of the IV Meeting promoted by Scholas Occurrentes, 5 February 2015.
[33]
John Paul II, Address to the Mexican national soccer team, 3 February 1984.
[34]
Benedict XVI, Address to the members of the Austrian Alpine Ski team, 6 October 2007.
[35]
John Paul II, Address to members of the fifa, 11 December 2000.
[36]
Francis, Address to members of the sports associations for the 70th Anniversary of the foundation of the CSI (Italian Sports Center), 7 June 2014.
[37]
Cf. J. Parry, S. Robinson, N. Watson and M. Nesti, Sport and Spirituality: An introduction, London 2007.
[38]
John Paul II, Homily on the occasion of the Jubilee of sports people, 29 October 2000.
[39]
John Paul II, Address to the delegates of the Italian mountain climbing club, 26 April 1986.
[40]
Cf. J. Pieper, About Love, Chicago, 1974.
[41]
Francis, Evangelii gaudium, n.1.
[42]
John Paul II, Address to athletes of the Athletics world championships in Rome, 2 September 1987.
[43]
Guadium et spes, n. 61
[44]
John Paul II, Address to athletes of the Athletics world championships in Rome, 2 September 1987.
[45]
1Cor 12:21-27.
[46]
John Paul II, Address to a delegation of “Real Madrid Club de Futbol” soccer team, 16 September 2002.
[47]
Francis, Evangelii gaudium, n. 59.
[48]
Benedict XVI, Ángelus, 8 July 2007.
[49]
Cf. Compedium of the social doctrine of the Church, n. 194.
[50]
John Paul II, Address to a delegation of “Futbol Club Barcelona” soccer team, 14 May 1999.
[51]
Francis, Address to the Italian Tennis Federation. Paul VI Hall, 8 May 2015.
[52]
John Paul II, Address to a delegation of “A.S. Roma” soccer team, 30 November 2000.
[53]
Francis, Address to members of the European Olympic Committee, 23 November 2013.
[54]
Francis, Amoris laetitia, 267.
[55]
Guadium et spes, 12.
[56]
Cf. H. Gumbrecht, In Praise of Athletic Beauty, Cambridge 2006.
[57]
Guadium et spes, n. 9.
[58]
Thomas Aquinas, Summa Theologica, Part 1, Question 1, Article 8, Response to Objection 2.
[59]
Francis, Address to the Fiorentina and Napoli soccer teams and to a delegation of the Italian Soccer Federation and of the Serie A League, 2 May 2014.
[60]
Francis, Address to members of the European Olympic Committee, 23 November 2013.
[61]
Congregation for the Doctrine of Faith, Instruction on Christian freedom and liberation “The truth makes us free”, 22 March 1986.
[62]
Ibid.
[63]
Cf. D. Meggysey, Out of Their League, Berkeley, CA 1970, p. 231.
[64]
Cf. E. Erikson, Identity and the Life Cycle, New York 1980.
[65]
Conferenza Episcopale Italiana, “Sport e Vita Cristiana”, n. 43.
[66]
Francis, Homily at mass with the new Cardinals, 15 February 2015.
[67]
Benedict XVI, Address to the Roman Curia, 21 December 2009.
[68]
Ibid.
[69]
Francis, Address to the participants of the World Congress “Education today and tomorrow: A Passion that is renewed”. Paul VI Hall, 21 November 2015.
[70]
Ibid.
[71]
Francis, Address to participants of the Conference “Sport at the Service of Humanity”, 5 October 2016.
[72]
Cf. N.J. Watson & A. Parker (Ed.), Sports, Religion, and Disability. New York, 2015.
[73]
Francis, Address to members of the sports associations for the 70th Anniversary of the foundation of the CSI (Italian Sports Center), 7 June 2014.
[74]
Amateur is intended here as an athlete who participates out of love for the sport, and not only for the money.
[75]
Francis, Address to a delegation of the National soccer teams of Argentina and Italy, 13 August 2013.
[76]
Congregation for the Doctrine of Faith, Doctrinal Note on some aspects of Evangelization, n. 2, 3 December 2007.
[77]
Francis, Address to participants of the IV Meeting promoted by Scholas Occurrentes, 5 February 2015.
[78]
Ibid.
[79]
John Paul II, Address to the participants in the National Convention of the Italian Episcopal Conference. 25 November, 1989.
[80]
Francis, Address to members of the sports associations for the 70th Anniversary of the foundation of the CSI (Italian Sports Center), 7 June 2014.
[81]
Francis, Address to participants of the IV Meeting promoted by Scholas Occurrentes, 5 February 2015.
[82]
Francis, Address to members of the sports associations for the 70th Anniversary of the foundation of the CSI (Italian Sports Center), 7 June 2014.
[83]
Ibid.
[84]
Ibid.
[85]
John Paul II, Address to a delegation of “Juventus” soccer team, 23 March 1991.
[86]
Francis, Laudato si’ nn. 107, 108, 110.
[87]
Cf. P.L. Berger, A Rumour of Angels: Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, New York 1969.
[88]
Francis, Address to members of the sports associations for the 70th Anniversary of the foundation of the CSI (Italian Sports Center), 7 June 2014

[00856-EN.01] [Original text: English]

Testo in lingua spagnola

Dar lo mejor de uno mismo

Documento sobre la perspectiva cristiana
del deporte y la persona humana

Capítulo 1 Motivos y propósito

Dar lo mejor de uno mismo
Dar lo mejor de uno es un tema fundamental en el deporte, ya que los atletas se esfuerzan individual y colectivamente para lograr sus objetivos en el juego. Cuando una persona da lo mejor de sí misma, experimenta la alegría del deber cumplido. Todos quisiéramos poder decir un día, con San Pablo: “He peleado hasta el fin el buen combate, he concluido mi carrera, he conservado la fe”. (2Tim 4,7). Este documento pretende ayudar al lector a entender la relación entre dar lo mejor de uno mismo en el deporte y a vivir la fe cristiana en todos los aspectos de nuestra vida.

1.1 Motivo de este documento

La Iglesia, como Pueblo de Dios, tiene una profunda y rica experiencia de humanidad. Con gran humildad, quiere compartir su experiencia y ponerla al servicio de la humanidad. La Iglesia se acerca al mundo del deporte porque desea contribuir a la construcción de un deporte que sea cada vez más auténtico y más humano.

De hecho, “nada hay verdaderamente humano que no encuentre eco”[1] en los corazones de los seguidores de Cristo. El deporte es universal y ha alcanzado un nuevo nivel de importancia en nuestro tiempo y también, por eso, encuentra un eco en el corazón del Pueblo de Dios.

La Iglesia entiende a la persona humana como una unidad de cuerpo, alma y espíritu, y busca evitar cualquier tipo de reduccionismo en el deporte que rebaje la dignidad humana. “La Iglesia se interesa por el deporte porque le interesa el hombre, todo el hombre y reconoce que la actividad deportiva incide en la formación de la persona, en sus relaciones, en su espiritualidad”. [2]

Este documento pretende ser una carta de presentación de los puntos de vista de la Santa Sede y de la Iglesia Católica en lo referente al deporte. En la forma como se ha escrito la historia del deporte se ha llegado a pensar que la Iglesia Católica ha tenido un punto de vista negativo sobre el deporte y su impacto, especialmente durante la Edad Media y durante los periodos más tempranos de la Edad Moderna, por las posturas negativas de algunos católicos hacia el cuerpo. Esta tendencia negativa, sin embargo, se basa en una mala interpretación de la postura católica hacia el cuerpo durante estos periodos, y olvida la influencia positiva de las tradiciones educativas, teológicas y espirituales, católicas referentes al deporte como un aspecto más de la cultura.[3]

“La postura cristiana hacia el deporte, así como hacia otras expresiones de las facultades naturales del hombre, como la ciencia, el aprendizaje, el trabajo, el arte, el amor, y los compromisos sociales y políticos, no es una postura de rechazo o huida, sino de respeto y estima, aun cuando los corrija y los eleve: en una palabra, una postura de redención.”[4] Una postura de redención que se presenta en el deporte cuando la primacía de la dignidad de la persona es respetada y el deporte está al servicio de la persona humana en lo que a su desarrollo integral se refiere. Como apunta el Papa Francisco, “El vínculo entre la Iglesia y el mundo del deporte es una maravillosa realidad que se ha fortalecido a lo largo del tiempo, por lo que la Comunidad Eclesial ve en el deporte un instrumento poderoso para el crecimiento integral de la persona humana. Comprometerse en el deporte, de hecho, nos lleva a mirar más allá de nosotros mismos y de nuestros propios intereses, de una manera sana; entrena el espíritu de sacrificio y, si se organiza bien, promueve la lealtad en las relaciones interpersonales, la amistad, y el respeto a las normas”. [5]

La Iglesia Católica dirige este documento a toda la gente de buena voluntad. En particular, la Iglesia está interesada en dialogar con todas las personas y las organizaciones que han estado desarrollando –y desarrollan –programas para defender aquellos valores humanos que son inherentes a la práctica del deporte.

Lo dirige también a todos los fieles católicos, empezando por los obispos y sacerdotes, pero especialmente a los laicos, quienes están más en contacto con el deporte como una realidad de vida. El objetivo del documento es que hable a todos aquellos que aman y valoran el deporte, ya sean jugadores, profesores, entrenadores, padres y a todos aquellos para los cuales el deporte es tanto un trabajo como una vocación. Nos gustaría extender estos pensamientos a nuestros hermanos y hermanas en la fe que han evangelizado y promocionando los valores cristianos en el deporte durante más de 50 años.[6]

¿Cómo podría la Iglesia no estar interesada?
La Iglesia ha motivado y promovido siempre la belleza en el arte, la música y otras áreas de la actividad humana a lo largo de su historia. La razón última es que la belleza es algo que proviene de Dios, y la percepción de la misma es algo inherente a todo ser humano en cuanto criatura amada. El deporte nos ofrece la oportunidad de participar en momentos bellos, o de presenciarlos. En este sentido, el deporte tiene el potencial de recordarnos que la belleza es una de las muchas maneras de encontrar a Dios.

La universalidad de la experiencia de los deportes, su fuerza simbólica y comunicativa, y su gran potencial educativo son muy evidentes a día de hoy. El deporte es un fenómeno de la civilización que reside tan plenamente en la cultura contemporánea y empapa los estilos de vida de tanta gente y sus elecciones, que podríamos preguntarnos con Pio XII: “¿Cómo no va a estar la Iglesia interesada en el deporte?”[7]

Pío XII y Pablo VI abrieron vigorosamente la puerta del diálogo entre la Iglesia y el mundo del deporte en el siglo XX, promocionando los aspectos que eran comunes al deporte y la vida cristiana y uniendo los ideales del movimiento olímpico con los ideales católicos: “Esfuerzo físico, cualidades morales, amor a la paz: en estos tres puntos, esperamos haberos mostrado, que el diálogo que la Iglesia tiene con el mundo del deporte es sincero y cordial. Nuestro deseo es que sea cada vez más grande y más fructífero”. [8]

La necesidad del cuidado pastoral en el deporte: una tarea esencialmente educativa.
El diálogo entre Iglesia y deporte ha producido y sigue produciendo una propuesta polifacética para el cuidado pastoral, especialmente en colegios, parroquias y asociaciones católicas. San Juan Pablo II apoyó este proceso, por un lado, desde el Magisterio, y por otro abriendo por primera vez en la Santa Sede una oficina dedicada a la relación entre la Iglesia y el deporte.

“La Iglesia debe estar en primera fila en esta área para elaborar una pastoral específica adaptada a las necesidades de los atletas y especialmente para promover un deporte que pueda crear las condiciones de una vida rica en esperanza”. [9] La Iglesia no sólo incentiva la práctica del deporte, sino que quiere estar en el deporte, considerado como un moderno “Patio de los Gentiles” y el areópago donde es anunciada la Buena Noticia.

El Magisterio de la Iglesia se refiere continuamente a la necesidad de promover “un deporte para la persona” que sea capaz de dar un significado a la vida y desarrollar plenamente a la persona en lo moral, social, ético, espiritual y religioso. La relación de la Iglesia con el deporte, toma la forma de una variada y extensa presencia pastoral inspirada por el interés de la Iglesia en la persona humana.

1.2 La Iglesia y el deporte hasta la actualidad

La Iglesia ha estado en constante diálogo con el mundo del deporte desde su existencia. Son bien conocidas las metáforas utilizadas por San Pablo para explicar la fe y la vida cristiana a los gentiles. En la época medieval, los laicos católicos organizaban juegos y deportes durante las fiestas, que representaban buena parte del año, así como los domingos. Estos juegos encontraron apoyo teológico en los escritos de Santo Tomás de Aquino cuando argumentó que puede existir "una virtud en el juego" porque la virtud tiene que ver con la moderación. Una persona virtuosa, por esto mismo, no debería estar trabajando todo el tiempo, sino que también necesita tiempo para el juego y el ocio. Los humanistas del Renacimiento y los primeros jesuitas pusieron en práctica el concepto de virtud de Santo Tomás de Aquino al decidir que los alumnos necesitaban tiempo para jugar y recrearse durante el transcurso de la jornada escolar. Esta fue la razón original para la inclusión del juego y el deporte en las instituciones educativas en el mundo occidental. [10]

Además, ya desde el comienzo de la Edad Moderna, la Iglesia ha mostrado interés en este fenómeno, ya que aprecia su potencial educativo a la vez que comparte muchos valores con el deporte. La Iglesia ha promovido activamente el desarrollo del deporte a través de formas organizadas y estructuradas.

El deporte en el mundo moderno surge en el contexto de la revolución industrial, cuyo terreno social, político y económicamente fértil, dio al deporte los medios para avanzar en todo el mundo. El deporte es el resultado de la modernidad y, al mismo tiempo, se ha convertido en un "catalizador" de la modernidad. Por otro lado, en nuestros días, el deporte está experimentando profundos cambios y presiones para hacer realidad esos cambios. Nuestra esperanza es que los expertos del deporte no solo "gestionen" el cambio, sino que lo hagan tratando de comprender y mantener firmes los principios tan queridos por el deporte antiguo y moderno: la educación y la promoción humana.

En 1904, Pío X abrió las puertas del Vaticano al deporte organizando un evento de gimnasia juvenil. Las crónicas de esa época no ocultan su asombro ante este gesto. Se cuenta que, en respuesta a la pregunta de un desconcertado sacerdote de la curia, “¿Dónde vamos a terminar?” Pío X respondió: “¡Querido mío, en el Paraíso!” [11]

Pero sin duda alguna, San Juan Pablo II puso el compromiso y el diálogo con el deporte en su más alto nivel de importancia con respecto a la jerarquía de la Iglesia Católica. Después del Jubileo del año 2000, donde predicó frente a 80,000 jóvenes atletas en el Estadio Olímpico de Roma, decidió crear la oficina de Iglesia y Deporte, que desde 2004 ha estado estudiando y promoviendo una visión cristiana del deporte que enfatiza su importancia para construir una sociedad más humana, pacífica y justa, así como para la evangelización.

No un deporte cristiano sino una visión cristiana del deporte

Incluso si las federaciones deportivas nacionales o internacionales se declararon en su origen como “de inspiración católica”, el objetivo no era crear un deporte "cristiano" que fuera diferente, separado o con un desarrollo alternativo, sino ofrecer una visión del deporte basada en una comprensión cristiana de la persona y de una sociedad justa.

Este nuevo enfoque, ha madurado rápidamente. En uno de sus documentos sobre la pastoral del deporte, la Conferencia Episcopal Italiana dice que, "si no se tiene por objetivo la existencia de un deporte cristiano, es completamente legítimo tener una visión cristiana del deporte que no solo le dé valores éticos universalmente compartidos, sino que desarrolle su propia perspectiva, que es innovadora y que se pone al servicio del deporte mismo y de la persona y de la sociedad”. [12]

“Sin socavar e invalidar de ninguna manera la naturaleza específica del deporte, el patrimonio de la fe cristiana ayuda a que esta actividad esté libre de ambigüedades y desviaciones, lo que facilita su plena realización”. [13] El cristianismo, por lo tanto, no es una "marca de calidad ética" del deporte, o una etiqueta yuxtapuesta pero externa a ella. El cristianismo se propone como un valor agregado que puede ayudar a dar plenitud a la experiencia deportiva.

1.3 Propósito del documento

La Iglesia valora el deporte en sí mismo, como un campo de la actividad humana donde virtudes como la sobriedad, humildad, valentía y paciencia, pueden encontrarse y fomentar la belleza, la bondad, la verdad, y donde puede testimoniarse la alegría. Este tipo de experiencias pueden ser vividas por personas de todas las naciones y comunidades de todo el mundo, independientemente de su edad, del nivel social o nivel deportivo. Es esta dimensión la que hace del deporte un fenómeno global verdaderamente moderno y, por lo tanto, algo en lo que la Iglesia está apasionadamente interesada.

Por lo tanto, la Iglesia quiere elevar su voz al servicio del deporte. La Iglesia se siente corresponsable del deporte y de la salvaguardia de las situaciones que lo amenazan todos los días, en particular del engaño, las manipulaciones y el abuso comercial.

“El deporte es la alegría de vivir, de jugar, de divertirse y, como tal, debe ser valorado y quizás redimido, hoy, por los excesos del tecnicismo y el profesionalismo a cualquier precio, a través de la recuperación de su gratuidad, su capacidad de estrechar los lazos de amistad, fomentar el diálogo y la apertura de uno hacia el otro, como una expresión de la riqueza del ser, mucho más válida y apreciable que el tener, y por lo tanto muy por encima de las duras leyes de producción y consumo y cualquier otra consideración puramente utilitaria y hedonista de la vida.”[14] A este nivel, el diálogo y la colaboración entre la Iglesia y el deporte, será siempre rentable y dará muchos frutos.

Además, la Iglesia desea estar al servicio de todos los que trabajan en el deporte, ya sea en puestos remunerados o, como la gran mayoría de los que participan en el deporte, como voluntarios, funcionarios, entrenadores, profesores, dirigentes, padres, etc., y de los propios atletas.

Habiendo articulado las motivaciones y el propósito de diálogo entre la Iglesia y los deportes en este primer capítulo, el documento explora en el capítulo 2 la realidad del deporte desde sus orígenes hasta sus contextos modernos. Al hacerlo, se configura una definición de “deporte” y se refleja la relevancia de éste en y para el mundo. A continuación, el capítulo 3, profundiza en una comprensión antropológica del deporte y su importancia, específicamente para la persona humana, como una unidad de cuerpo, alma y espíritu. Además, el capítulo trata cómo el deporte se acerca a nuestra búsqueda del significado último de la vida, y promueve la libertad y la creatividad humanas. La experiencia del deporte implica la justicia, el sacrificio, la alegría, la armonía, el coraje, la igualdad, el respeto y la solidaridad en esta búsqueda de sentido. El significado último de la comprensión cristiana es la felicidad máxima que se encuentra en la experiencia del amor y la misericordia de Dios que todo lo abarca, tal como se realiza en una relación con Jesucristo en el Espíritu que tiene lugar y se vive en la comunidad de fe.

En el capítulo 4, el documento explora algunos desafíos específicos para la promoción de un deporte humano y justo, que incluye la degradación del cuerpo, el dopaje, la corrupción y la influencia, a veces negativa, de los espectadores. La Iglesia reconoce su responsabilidad compartida con los líderes deportivos a la hora de denunciar las desviaciones y el comportamiento poco ético y para dirigir el deporte de una manera que promueva el desarrollo humano. Finalmente, en el capítulo 5, el documento presenta una visión general de los esfuerzos continuos de la Iglesia para contribuir a la humanización de los deportes en el mundo moderno. El deporte en sus diversos contextos, como en el ámbito profesional o en el aficionado, puede servir –y lo hace –como una herramienta efectiva para la educación y la formación en valores humanos.

Ciertamente, hay más temas relacionados con las posibilidades y desafíos del deporte que no se tratan en este documento. Pero este texto no pretende ser un resumen exhaustivo de las teorías y realidades que afectan al deporte, sino que busca articular la comprensión de la Iglesia sobre el fenómeno deportivo y su relación con la fe.

Capítulo 2: El fenómeno del deporte

El deporte es un fenómeno universal. Allí donde los seres humanos viven juntos, disfrutan jugando, disfrutan perfeccionando sus habilidades físicas o compitiendo entre ellos. Probablemente, a lo largo de la historia y en todos los lugares del mundo, las personas han practicado lo que hoy en día llamamos deportes. Con este trasfondo, no sería un error tomar el deporte como un tipo de constante antropológica. El término “deporte” como tal, por supuesto, es mucho más reciente. Tiene su raíz en el término del francés antiguo desporter o se desporter – el cual proviene de la palabra latina de(s)portare – que significa entretenerse uno mismo. Pero, es en la Edad Moderna donde se acuñó la abreviación sport, y desde entonces, el término se ha utilizado para describir la variedad de actividades que fascinan a tantas personas, ya sean atletas o espectadores.[15]

Como ya se ha mencionado, con este documento la Iglesia quiere alzar la voz al servicio del deporte y de forma paralela arrojar luz sobre la importancia antropológica del deporte, el reto que afronta, y las oportunidades pastorales que ofrece. No obstante, antes de que esto se produzca, será útil adquirir un conocimiento más cercano con el este fenómeno como tal. Será bueno conocer así, por ejemplo, como adquiere el deporte su forma actual o cuáles son sus características principales. Además, será bueno tomar nota de las diversas relaciones con las distintas sociedades de las que forma parte.

2.1 La génesis del deporte moderno

Posiblemente todas las culturas históricas han desarrollado actividades lúdicas, físicas y competitivas las cuales hoy podrían llamarse deporte. El deporte, por tanto, ha existido a lo largo de toda la historia de la humanidad. Y sin embargo fue el Papa Juan Pablo II quien designó el deporte como un “fenómeno típico de la Era Moderna […] “un signo de los tiempos que corren” capaz de interpretar las nuevas necesidades y expectativas de la humanidad.” El deporte, decía, “se ha propagado hasta el último rincón del mundo, trascendiendo las diferencias entre las culturas y las naciones”. [16] Lo que el Papa quiso claramente subrayar fue el hecho de que el deporte, a pesar de su historia inmemorial ha sufrido un cambio radical durante los dos últimos siglos. En tiempos pasados, el deporte estaba exclusivamente determinado por las culturas particulares a las que pertenecía. El deporte moderno es, en cambio, compatible con casi todos los escenarios culturales y ha superado así las viejas limitaciones de cultura y nación. Por supuesto, aún existen formas de deporte local que disfrutan a día de hoy de una popularidad creciente, pero junto a ellas existe también un tipo de deporte global el cual –como una lengua global –puede ser comprendida por casi todos los seres humanos. Así que la pregunta es: ¿Cómo llegó a ser el deporte un fenómeno global?

Ya en los siglos dieciséis y diecisiete, muchas – aunque no todas[17] – las actividades deportivas en occidente se desligaron de los contextos religiosos y culturales a los que habían pertenecido anteriormente. Por supuesto, esto no significa que se haya convertido en un fenómeno desligado. Sea como sea, en ese periodo podemos observar el inicio de una institucionalización, profesionalización y comercialización del deporte.[18] La creciente soberanía del deporte junto con la adquisición de los ideales pedagógicos de la Grecia Antigua iniciaron un desarrollo durante el cual las actividades físicas se veían más y más como una parte crucial de la educación holística. Una larga fila de educadores progresistas – desde John Amos Comenius (1590-1670) a través del fundador del movimiento filantrópico John Bernhard Basedow (1724-1790) hasta Thomas Arnold (1795-1842) – tomaron esta idea holística y la tradujeron al currículo educativo el cual puso especial énfasis en el entrenamiento físico.

En términos generales, el deporte moderno bebe de dos fuentes principalmente, que son, por un lado, los juegos y competiciones que se iniciaron en los colegios públicos ingleses en la primera mitad del siglo diecinueve y, por otro lado, los ejercicios y deportes que emergieron del filantropismo (un movimiento de reforma educativa) y que fueron desarrollado posteriormente los educadores suecos. En referencia a la primera tradición, se debe mencionar que los juegos antiguos, competiciones y actividades de ocio, fueron incorporados en los programas educativos de los colegios públicos ingleses. Siendo una parte central de la educación pública, el deporte se expandió gradualmente por todas las clases y los estratos sociales dentro de la sociedad británica. Cuando Gran Bretaña se convirtió en una potencial mundial, el sistema educativo se transfirió a todas las partes del imperio británico. De todos modos, hay que mencionar, que también existieron formas de resistencia locales contra este proceso como, por ejemplo, la Asociación Atlética Gaélica en Irlanda.

Algunos años antes, había surgido ya el filantropismo. Este tuvo, como ya se ha mencionado previamente, un impacto en la reforma educativa del sistema educativo público en Gran Bretaña. Por otro lado, desarrolló también sus propias dinámicas en el continente europeo y en Escandinavia. Originalmente, el filantropismo era un ideal pedagógico que abogaba por una educación holística. Tal educación, no obstante, no sólo incluía actividades físicas como la gimnasia, sino que buscaba también promover el reconocimiento de la igualdad humana y la formación en virtudes democráticas. Esta idea surgió en Suecia donde los gimnastas formaron parte del sistema educativo. Del mismo modo, sirvió como medio para la educación militar, estética o sanitaria. La importancia del sistema sueco podía verse en el hecho de que había tenido una influencia considerable en el desarrollo del deporte de la mujer.[19]

A finales del siglo XIX, Pierre de Coubertin, unió las diferentes tradiciones y las convirtió el ideal olímpico. Lo que Coubertin tenía en mente era un programa pedagógico global para educar a los jóvenes del mundo. Sus metas principales eran la paz, la democracia, el entendimiento internacional y la perfección humana. Para propagar el ideal olímpico, Coubertin fundó (o revitalizó) los Juegos Olímpicos, un evento cuatrienal donde se darían cita los jóvenes del mundo. El objetivo original de los Juegos Olímpicos, no obstante, no era solo una competición atlética sino una celebración de la belleza y la nobleza humanas. El lema olímpico citius, altius, fortius, (más rápido, más alto, más fuerte) – el cual, por cierto, había tomado del dominico Henri Didon[20] – no se refería solo a la excelencia física sino también a la excelencia humana en general. Por esta razón, la exhibición de las artes, la música, y la poesía, eran vistas también como una parte esencial de los Juegos. Se ha de mencionar, de manera crítica, que para Coubertin el olimpismo era una religión del mundo, llamándola “religio athletae”. Y como podemos comprobar fácilmente desde la ceremonia inaugural plagada de ritos hasta la ceremonia de entrega de premios o la ceremonia de clausura, la actual representación de los juegos recoge su naturaleza religiosa.

Los primeros Juegos Olímpicos de la edad moderna tuvieron lugar en Atenas en 1896, aunque había habido Juego Olímpicos nacionales en Grecia, Inglaterra y Alemania antes. Pero solo la iniciativa de Coubertin, que perseguía un reconocimiento internacional, fue la que resultó exitosa. Desde entonces los deportes Olímpicos han hecho progresos sin precedentes. Desde 1900, las mujeres tenían la posibilidad de participar en los Juegos Olímpicos. Otro elemento para explicar el éxito del deporte, por supuesto, fue la proximidad de los medios de comunicación en la primera mitad del siglo XX. Mediante el cine, la radio o la televisión, los grandes eventos deportivos fueron fácilmente retransmitidos a lo largo de muchos países y posteriormente a nivel mundial. Gracias a los medios de comunicación e internet, el deporte es hoy un fenómeno global al cual la mayoría de países y personas del mundo tienen un acceso básico.

Aunque, en la mayoría de los casos, el deporte no reclama ser una religión o tener una conexión intrínseca con otros logros humanos como el arte, la música, o la poesía, corre el peligro de ser utilizado con propósitos ideológicos. Esto tiene que ver con el hecho de que, en el deporte, el cuerpo humano se esfuerza por llegar a la perfección. En particular, los grandes eventos deportivos como los Juegos Olímpicos o los campeonatos del mundo, presentan cuerpos humanos realizando grandes actuaciones frente a una audiencia global. Sin embargo, un cuerpo humano de alto rendimiento, es un signo de interpretación múltiple al que se le puede atribuir una amplia gama de significados diferentes. Por lo tanto, el deporte – y en concreto el deporte de élite – se utiliza en muchas ocasiones para comunicar mensajes políticos, comerciales o ideológicos.[21] Por un lado, esta interpretabilidad múltiple explica el atractivo global del deporte, pero por el otro, pone al descubierto los peligros relacionados con esta actividad. El deporte en general, es un signo altamente expresivo, pero a la vez un signo altamente indeterminado que no puede servir para su propia interpretación. Por lo tanto, debe ser interpretado por otros y estas interpretaciones pueden ser ideológicas o incluso amorales e inhumanas.[22]

De acuerdo con algunos estudiosos, el deporte se utiliza con propósitos ideológicos cuando el campo de juego queda inclinado hacia Occidente y hacia la riqueza, y cuando el deporte refuerza las estructuras de poder existentes o promulga los valores culturales de la élite.[23] Las reflexiones del Papa Francisco sobre la globalización, tienen mucho que aportar a nuestra consideración de este tipo de asuntos en el deporte mundial. En referencia a una tensión innata que existe entre la globalización y la localización, el Papa Francisco escribe en Evangelii Gaudium: “Hace falta prestar atención a lo global para no caer en una mezquindad cotidiana. Al mismo tiempo, no conviene perder de vista lo local, que nos hace caminar con los pies sobre la tierra. [...] El modelo no es la esfera [...] donde cada punto es equidistante del centro y no hay diferencias entre unos y otros. El modelo es el poliedro, que refleja la confluencia de todas las parcialidades que en él conservan su originalidad. Tanto la acción pastoral como la acción política procuran recoger en ese poliedro lo mejor de cada uno”. [24] Respecto a los eventos deportivos a nivel mundial, como los Juegos Olímpicos, si estuvieran representados más países no occidentales, en lo relativo a la sede de los juegos así como en el origen de los deportes practicados y en su representación en el coi, sería incluso más exitoso su organización y gestión siendo realmente un evento global y reuniendo lo mejor de cada país.

2.2 ¿Qué es el deporte?

Durante mucho tiempo, filósofos y académicos del deporte han intentado dar una definición idónea del deporte. No se trata de una tarea sencilla, ya que, hasta ahora, no se ha llegado a un acuerdo para enunciar un axioma generalmente aceptado. Además, se debe tener en cuenta que los deportes están sujeto a cambios históricos. Lo que consideramos como deporte a día de hoy, no tiene porqué ser visto como deporte mañana, y viceversa. Sin embargo, estas dificultades no impiden que podamos enunciar algunas características que habitualmente atribuimos al deporte.

En primer lugar, el concepto de deporte se asocia con el cuerpo humano en movimiento. Por supuesto, existen actividades que muchas veces se toman como deporte, pero apenas conllevan movimiento corporal. Pero, en general, el deporte se identifica con individuos o grupos de seres humanos que mueven su cuerpo ejercitando sus músculos.

El segundo lugar cabe resaltar que el deporte es una actividad lúdica. Esto significa que no se trata solo de una actividad dirigida a alcanzar un propósito externo, sino que tiene un propósito en sí mismo. Algunos propósitos internos son, por ejemplo, perfeccionar un gesto particular, sobrepasar los propios logros o los logros de otros, o jugar en equipo para ganar una competición. Seguramente, el deporte moderno, y en particular el deporte profesional, sirve también a propósitos externos como, por ejemplo, obtener el reconocimiento para un país, mostrar la supremacía de un sistema político o ganar dinero. Y aunque el propósito externo domina o incluso elimina el propósito interno, dejaríamos de llamarlo juego para llamarlo simplemente trabajo o profesión. Podría decirse incluso que las actuaciones de los atletas profesionales nunca alcanzarían el más alto nivel si condujeren su trabajo sin una actitud lúdica.

En tercer lugar, las participaciones deportivas están sujetas a ciertas reglas. El propósito intrínseco de la actividad deportiva no debe ser logrado por todos los medios sino cumpliendo las reglas del juego. Habitualmente, algunas reglas están para dificultar la consecución de la meta. En una competición de natación, por ejemplo, los nadadores no pueden cubrir una distancia de cien metros usando una embarcación a motor o corriendo por el borde lateral de la piscina, sino que tienen que nadar en el agua sin herramientas y empleando un estilo particular como el crol o la mariposa. Por supuesto, las reglas pueden disponer diferentes niveles de rigidez. Un atleta amateur que sale a correr tres veces a la semana una distancia concreta, se pondrá el listón en no correr por debajo de ese tiempo, mientras que un corredor profesional está regulado por un código de numerosas reglas y leyes cuyo cumplimiento, además, está monitorizado por árbitros especializados y por un equipamiento técnico. En definitiva, el deporte sin reglas es difícil de concebir.

Un cuarto aspecto del deporte es su carácter competitivo. Una vez más, podríamos poner el ejemplo de un deportista amateur que solo entrena esporádicamente y por mera diversión. Presumiblemente este atleta no está involucrado en una competición. Pero esto no es del todo cierto. Incluso este atleta puede competir consigo mismo mejorando la calidad del ejercicio, luchando por cubrir una distancia concreta en un tiempo determinado, o correr, nadar o escalar con un tiempo fijo y así sucesivamente. En el resto de los casos, el elemento competitivo del deporte está incluso más desarrollado lo que nos lleva a decir que esa competitividad es una característica indispensable del deporte.

El componente final está relacionado con los anteriores. Si el deporte es realmente una competición regulada por unas normas concretas, la igualdad de oportunidades tiene que estar garantizada. No tendría sentido tener dos o más competidores, ya sean individuales o colectivos, cuyo punto de partida fuese exageradamente desigual. Esta es la razón por la que en las competiciones deportivas se haga habitualmente una distinción por sexos, niveles, edad, peso, grados de discapacidad y demás.

Resumiendo estos cinco rasgos, podríamos decir que los deportes son movimientos corporales, de agentes individuales o colectivos que, en coherencia con unas reglas de juego particulares, llevan a cabo actuaciones, en condiciones de igualdad, se comparan con actuaciones similares de otros en una competición. Como ya se ha dicho, esta definición no muestra toda la riqueza que contiene el concepto de deporte.[25] No obstante, será suficiente para nuestro propósito.

Pero aún hay más. Como ya hemos visto, el deporte no es solo una actividad en sí misma, sino que también tiene una parte externa. Después de todo, los que no participan pueden enterarse de los deportes, observarlos, evaluarlos, o incluso estar a gusto o molestos con él, y pueden interpretarlo de formas muy diferentes. Como se indica arriba, el cuerpo humano en movimiento es una señal que da lugar a muchas interpretaciones. Tras haber destapado los aspectos lúdicos, reglamentarios y competitivos del deporte, esta significación múltiple debe ser explicada un poco más en profundidad. En cierto sentido, la competición deportiva puede ser comprendida como una narración que cuenta la historia de un concurso entre dos o más grupos que compiten entre ellos por un objeto artificial sin tener razones reales para esta competición. De acuerdo con las reglas específicas del juego, ambos grupos se esfuerzan por la excelencia. Independientemente de sus motivaciones subjetivas, los participantes ponen en práctica formas estéticas y artísticas que son comprensibles para otros y pueden, por tanto, ser activamente comprendidas por ellos. Como con muchas otras obras de arte, esta historia no tiene un contenido distinto y es por este motivo está abierta a la diversidad e incluso a atribuciones contrarias de significado.

Para concluir con estas reflexiones, podemos afirmar que, por un lado, el deporte contiene en sí, un mundo propio en el sentido en que exhibe el carácter de una obra que, en términos ideales, no persigue fines externos. Por otro lado, este mundo encapsulado tiene también un exterior en el que se presenta a sí mismo a los forasteros con la forma de una historia altamente expresiva que sin embargo no tiene un contenido específico y a la que se le pueden atribuir diferentes significados. Una vez más, es esta múltiple interpretación la que hace al deporte tan atractivo para tantas personas de todo el mundo. Al mismo tiempo esta variedad significativa hace que el deporte sea más propenso a una manipulación externa de carácter ideológico.

2.3 Los Contextos del deporte

Pero eso no es todo lo que se puede decir sobre el deporte, porque el deporte nunca existe sin un contexto. En primer lugar, tenemos que pensar en la integración institucional de los deportes en la sociedad. Esto comienza, por ejemplo, con un grupo de niños, cuando se reúnen por la tarde en el patio trasero para jugar al fútbol o al baloncesto. Aquí, el encuentro como tal, así como el tiempo y el lugar en particular, señalan ya un tipo de institución inicial. A medida que acudimos a formas más avanzadas de deporte, nos encontramos con programas de entrenamiento, con la coordinación de las competiciones, la gestión de los terrenos de juego y su mantenimiento, el transporte de los atletas y los equipos deportivos, el compromiso de los árbitros, la documentación de los partidos y sus resultados, etc. Y en un nivel aún mayor, vemos que debe establecer una jurisdicción deportiva, ejecutar programas de monitoreo de dopaje y organizar grandes eventos deportivos. Esta es la tarea de las organizaciones deportivas como clubes o asociaciones nacionales e internacionales. En general, podríamos llamar a estas formas organizativas de deporte, el sistema deportivo.

Ahora bien, es evidente que el sistema deportivo no puede generar los recursos necesarios por sus propios medios. Para facilitar las tareas que acabamos de mencionar, el sistema deportivo necesita benefactores externos, por ejemplo, el trabajo de los voluntarios, la financiación pública o donantes privados, pero sobre todo los clientes, que están dispuestos a comprar entradas, artículos de merchandising o adquirir los paquetes de programación en televisión. Solo de esta manera, el sistema deportivo es capaz de generar los recursos requeridos. Esta dependencia estructural del sistema deportivo, explica por qué este sistema tiene que dar a conocer constantemente el atractivo del deporte a los agentes externos. El sistema deportivo, en otras palabras, tiene que preocuparse por dar una apariencia de deporte que motive a los benefactores potenciales a hacer sus contribuciones para mantener o incluso impulsar el sistema. Esto, sin embargo, implica presentar el deporte de una manera que se ajuste a los diversos intereses de los posibles benefactores y así, el deporte se convierte en una especie de producto que promete satisfacer los intereses de varios individuos, grupos e instituciones. Es por eso que el mismo sistema deportivo está disponible de manera fácil y rápida para servir a intereses ideológicos, políticos o económicos de otros, ya que de lo contrario no sería capaz de generar los recursos que necesita para sobrevivir.

Dado que el deporte, como hemos visto, es una historia expresiva con poco contenido al que se pueden atribuir varios significados, el sistema deportivo en general demuestra ser muy exitoso en generar recursos externos porque los benefactores potenciales pueden usar el deporte para comunicar sus mensajes particulares. Esto se puede comprobar, por ejemplo, viendo los acuerdos de patrocinio que los atletas y las grandes organizaciones deportivas establecen con empresas comerciales y la industria publicitaria. En este caso, se podría decir que el deporte sirve como un vehículo para transmitir mensajes económicos.

La dependencia estructural del sistema deportivo que acabamos de describir no tiene que ser necesariamente negativa, ya que el deporte puede servir para muchos propósitos que son éticamente aceptables e incluso verdaderamente humanos. Si los políticos, por ejemplo, están dispuestos a invertir dinero público en el sistema deportivo porque esto permite mejorar la salud de la población o la educación integral de niños y jóvenes, entonces no está mal que el sistema deportivo presente un deporte que sirve a ese fin. Pero, esta dependencia estructural del sistema deportivo conlleva también muchos peligros. Si, por ejemplo, se pueden generar una mayor cantidad de recursos haciendo que el sistema deportivo dependa del sistema económico o de los sistemas ideológicos, entonces el riesgo para hacer exactamente esto y solo esto serámuy alto, incluso si los propósitos son éticamente dudosos o inhumanos, es decir, contrarios al deporte. De esto se hablará con más detalle en el cuarto capítulo.

Capítulo 3: El sentido del deporte para el ser humano

3.1 Cuerpo, alma y espíritu

Aunque es común en las investigaciones de tipo histórico caracterizar las actitudes católicas sobre el cuerpo como esencialmente negativas, en realidad la teología católica y las tradiciones espirituales han insistido que el mundo material (y todo lo que existe) es bueno, puesto que ha sido creado por Dios y que la persona es una unidad de cuerpo, alma y espíritu. De hecho, los primeros teólogos medievales pasaron mucho tiempo criticando a agnósticos y maniqueos precisamente porque estos grupos asociaban el mundo material y el cuerpo humano con el mal. Una de las quejas de los autores cristianos de aquella época era que, los agnósticos y los maniqueos no incluían las escrituras judías como parte de las escrituras cristianas y, por lo tanto, no aceptaban el relato del Génesis que describe a Dios creando el mundo y los seres humanos calificándolos de “muy buenos”. Al contrario, estos grupos elaboraron relatos mitológicos sobre el origen del mundo material, que lo asociaban con la “caída” o un “principio maligno”.

Consideraban el mundo material y el cuerpo humano como antagónicos frente a lo verdaderamente espiritual. En 1979, Juan Pablo II habló a una delegación de futbolistas italianos y argentinos sobre estas controversias: “Merece la pena recordar que ya en los primeros siglos los pensadores cristianos se opusieron resolutivamente a ciertas ideologías, entonces de moda, a las que caracterizaba una clara devaluación de lo físico debido a una mal entendida exaltación del espíritu. Sobre la base de datos bíblicos, estos pensadores afirmaron con fuerza lo contrario, una visión de unión del ser humano”. [26]

Esta visión unificada del ser humano ha sido expresada ya en la Sagrada Escritura y por diversos teólogos como la unidad de “cuerpo, alma y espíritu” o bien de “cuerpo y alma”. Esta comprensión unitaria de la persona humana fue consecuente con la formación de la actitud cristiana frente al deporte. Según Juan Pablo II, la Iglesia tiene en estima al deporte porque ésta valora “todo cuanto contribuye constructivamente al desarrollo armónico e integral del hombre, alma y cuerpo. En consecuencia, alienta cuanto tiende a adiestrar, desarrollar y fortificar el cuerpo humano con objeto de que éste se preste mejor a alcanzar la madurez personal”. [27]

La comprensión de la persona humana como una unidad es también el fundamento en el que se apoya la Iglesia para resaltar en sus enseñanzas la dimensión espiritual en el deporte. De hecho, Juan Pablo II describe el deporte como “una forma de gimnasia del cuerpo y del espíritu”. [28] Como él mismo expresó “la actividad deportiva, además de destacar las ricas posibilidades físicas del hombre, también pone de relieve sus capacidades intelectuales y espirituales. No es mera potencia física y eficiencia muscular; también tiene un alma y debe mostrar su rostro integral”. [29]

3.2 Creatividad, libertad y reglas

La libertad es el regalo que Dios nos hace en el que nos revela la grandeza de la naturaleza humana. Creados a imagen y semejanza de Dios, hombre y mujer están llamados a participar en la creación divina. Pero la libertad conlleva responsabilidad, ya que las decisiones libres de cada ser humano impactan en las relacionas de uno mismo, en las de la comunidad y, en algunos casos, en las de toda la creación.

Hoy en día, muchas personas creen que libertad es hacer lo que uno quiere, sin ningún límite. Ese punto de vista disocia la libertad y la responsabilidad y puede incluso hacer olvidar las consecuencias de los actos humanos. Sin embargo, el deporte nos recuerda que ser verdaderamente libres es también ser responsables.

La tecnología permite hoy a gente de todo el mundo tener a su disposición muchas cosas con una facilidad sorprendente. En este contexto, es fácil para una persona perder de vista la necesidad del esfuerzo y el sacrificio para conseguir alcanzar sus metas. Pero en el deporte, quien no desarrolla estas virtudes tampoco podrá perseverar en la práctica del deporte y no alcanzará ninguna meta que se proponga. Aquí, la comprensión cristiana de libertad es aplicable al deporte en cuanto que la libertad permite a los humanos realizar elecciones y sacrificios adecuados incluso cuando se les exige pasar por la “puerta estrecha”. [30]

Además, en la “cultura de usar y tirar” que el Papa Francisco denuncia a menudo, los compromisos duraderos con frecuencia nos asustan. A este respecto el deporte nos ayuda a mejorar enseñándonos que vale la pena comprometerse con desafíos a largo plazo. El entrenamiento y los esfuerzos constantes por mejorar valen la pena, ya que los bienes más altos solo pueden ser alcanzados cuando las personas buscan esos bienes sin huir de las incertidumbres y desafíos que se presentan. Además, superar dificultades como las lesiones y resistir a la tentación de hacer trampa en un juego ayuda a fortalecer el propio carácter a través de la perseverancia y autocontrol.

El lema del Comité Olímpico Internacional, “citius, altius, fortius” (“más rápido, más alto, más fuerte”)[31] evoca este ideal de constancia. En cierto sentido, la vida cristiana se parece más a un maratón que a un corto sprint, en el que hay muchas etapas, algunas muy difíciles de superar.

Y aun así, ¿por qué la gente corre maratones? Porque en cierta medida el atleta se divierte con la superación de ese desafío. Ir mejorando paso a paso, kilómetro a kilómetro, despierta un sentido de satisfacción que provoca una alegría en la persona que lo ejercita. San Gregorio Nacianceno y otros padres de la iglesia pensaban en la vida cristiana como en un juego. También el Papa Francisco ha hablado sobre este tema en los mismos términos, conectando la categoría del juego con la alegría cristiana.[32]

Cada persona hace uso de los talentos que ha recibido en la realidad diaria en la que vive, que puede incluir el deporte. Considerando las normas y reglamentos de cada deporte unidas a las estrategias de juego que definen los entrenadores, cada atleta se desarrolla personalmente al mismo tiempo que lucha, desde su libertad y con su creatividad, por alcanzar las metas fijadas dentro de los parámetros establecidos. De esa manera, los deportes son un testimonio de justicia porque requieren obediencia a las reglas. Y para asegurar dicha justicia hay árbitros, jueces, comisarios y, en los años recientes, ayudas tecnológicas. Sin reglas, el sentido del juego y la competición se perdería. En el fútbol, por ejemplo, si la pelota no cruza por completo la línea de meta, no es gol. Un insignificante milímetro marca una enorme diferencia. De alguna forma, esa regla nos ayuda a entender que la justicia no es algo meramente subjetivo, sino que tiene una dimensión objetiva, incluso bajo la forma de un juego.

Al contrario de lo que uno puede pensar, en el deporte las reglas no limitan la creatividad humana, sino que la estimulan. Para alcanzar sus objetivos dentro de las normas establecidas, el atleta tiene que ser muy creativo. Tiene que buscar sorprender a su rival con un nuevo o inesperado truco o estrategia. Por esta razón, los atletas creativos están altamente valorados.

Algo análogo pasa con la libertad. Las reglas establecidas, que de por sí son el resultado de la creatividad de los que fundaron cada deporte, se convierten en objetivas según su observancia. Esa objetividad no anula la subjetividad del atleta, sino que le ayuda a desarrollarla libremente cuando practica ese deporte. Las reglas son claras y están definidas, el atleta se hace más libre y más creativo cuando las observa.

Los seres humanos crean reglas, y posteriormente se ponen de acuerdo para seguir esas reglas que fundamentan los diversos deportes. Estas reglas distinguen los deportes de otras actividades de la vida cotidiana. Algunos académicos han observado que una de las características que constituyen las reglas del deporte es que tienen una lógica gratuita. Como fue mencionado en el último capítulo, cada deporte tiene unos objetivos. En el golf, por ejemplo, la meta es meter la bola en el hoyo con el menor número posible de golpes a lo largo de dieciocho hoyos. Aun así, las reglas del golf prohíben la forma más eficiente de hacer esto, como ir andando y dejando caer la bola en cada agujero. Gratuitamente, introducen desafíos y obstáculos que hacen que sea más difícil alcanzar el objetivo. Cada golfista tiene que usar un palo de golf, empezar a una cierta distancia del hoyo, y evitar estanques y búnkeres de arena. Los participantes aceptan las reglas que constituyen el golf porque disfrutan de formar parte del juego y de intentar superar los desafíos que propone. Nuestros deportes no tienen por qué existir, los inventamos y participamos libremente en ellos porque disfrutamos haciéndolo. En este sentido, los deportes se encuentran en el ámbito de lo gratuito.

El deporte, pues, parte desde las bases de la colaboración y de la aceptación de las reglas que lo constituyen. Hay muchas maneras en las que los participantes necesitan colaborar entre ellos para hacer posible un evento deportivo. En efecto, la colaboración precede y es la base de la competición. En este sentido, las dinámicas del deporte son contrarias a las de la guerra, que tiene lugar cuando la gente cree que la colaboración ya no es posible y cuando hay una falta de acuerdo en reglas fundamentales. En el deporte, el competidor está participando en un concurso gobernado por reglas, no contra un enemigo que debe ser aniquilado. Por eso, es el oponente el que saca lo mejor de un atleta, y así la experiencia puede entonces ser muy divertida y atractiva. La palabra competición alude a esta experiencia, ya que la palabra viene de dos raíces latinas “com” – con y “petere” esforzarse o buscar. Los competidores “se esfuerzan o buscan juntos” la excelencia. Los muchos ejemplos de atletas dándose la mano y abrazándose o incluso socializando o compartiendo una comida después de una intensa pugna tiene mucho que enseñarnos a este respecto.

Podemos comprobar así que practicar deportes ayuda al ser humano a crecer, porque se siente capaz de crear un ambiente que combina libertad y responsabilidad, creatividad y respeto por la reglas, entretenimiento y seriedad. Este ambiente se genera a través de la colaboración y el acompañamiento mutuo en el desarrollo de los talentos individuales.

Juego Limpio (Fair play)
En las últimas décadas, ha habido una mayor conciencia de la necesidad de fair play en el deporte, es decir, que el juego sea limpio. Los atletas honran el juego limpio cuando no sólo obedecen las reglas formales, sino también observan la justicia con sus oponentes para que todos los competidores puedan participar libremente en el juego. Una cosa es cumplir las reglas del juego para evitar ser reprendido por un árbitro o descalificado, y otra ser considerado y respetuoso con el oponente y con su libertad, independientemente de cualquier ventaja proporcionada por las reglas. Esta forma de actuar incluye evitar el uso de estrategias, como el dopaje, para tener una ventaja ilícita sobre el competidor. La actividad deportiva “debe ser ocasión ineludible para practicar las virtudes humanas y cristianas de solidaridad, lealtad, buen comportamiento y respeto a los demás, a los que hay que ver como competidores y no como meros adversarios o rivales.”[33]. De esta manera, los deportes pueden fijar metas más altas, más allá de la victoria, encaminadas al desarrollo de la persona en una comunidad de compañeros de equipo y de competidores.

El fair play permite que los deportes se conviertan en un medio de educación para toda la sociedad de los valores y las virtudes como la perseverancia, la justicia y la cortesía, por nombrar algunos que señala el Papa Benedicto XVI. “Ustedes, queridos atletas, cargan con la responsabilidad, no menos importante, de dar testimonio de estas actitudes y convicciones y de encarnarlas más allá de la actividad deportiva, como en la familia, la cultura y la religión. Al hacerlo, serán de gran ayuda para los demás, especialmente para los jóvenes, que están inmersos en una sociedad en rápido desarrollo donde hay una pérdida generalizada de valores y una desorientación cada vez mayor.”[34]

En este sentido, los atletas tienen la misión de ser “educadores también, ya que el deporte puede inculcar de manera altamente efectiva valores como la lealtad, la amistad y el espíritu de equipo”[35]

3.3 Individualismo y equipo

Algo muy típico del mundo de los deportes es la armoniosa relación entre el individuo y el equipo. En los deportes de equipo, como el fútbol, el rugby, voleibol y baloncesto, entre otros, esta realidad se ve claramente. Pero incluso en los deportes individuales como el tenis o la natación siempre hay alguna forma de trabajo en equipo.

En nuestros días podemos ver muchas manifestaciones de individualismo. Los objetivos individuales de un atleta parecen prevalecer sobre los del bien común del equipo.

El Papa Francisco, hablando a los jóvenes con motivo del 70º aniversario del Centro Sportivo Italiano dijo: “Os deseo también que sintáis el gusto, la belleza del juego de equipo, que es muy importante para la vida. No al individualismo: No a desarrollar el juego para sí mismos. En mi tierra, cuando un jugador hace esto, le decimos: «Pero, ¡este quiere comerse la pelota!». No, esto es individualismo: no os comáis la pelota, desarrollad el juego de equipo, de équipe. Pertenecer a una sociedad deportiva quiere decir rechazar toda forma de egoísmo y de aislamiento, es la ocasión para encontrarse y estar con los demás, para ayudarse mutuamente, para competir en la estima recíproca y crecer en la fraternidad.” [36]

Cada miembro es único y contribuye de modo particular al equipo. El individuo no se difumina en el conjunto, porque cada uno es valorado en su especialidad. Todos ellos tienen una importancia que hace al equipo más fuerte. Un gran equipo está siempre hecho de grandes individuos que no juegan solos, sino juntos. Un equipo de fútbol, por ejemplo, puede estar formado por los mejores centrocampistas del mundo, pero no será un gran equipo si no tiene un portero, defensores, atacantes e incluso un buen entrenador o un fisioterapista, etc. En los deportes, los dones y talentos de cada persona en particular se ponen al servicio del equipo.

3.4 Sacrificio

Las personas que practican deporte están muy familiarizadas con el sacrificio. No importa cuál sea el nivel o el tipo de actividad que realicen, en equipo o individualmente: el deportista debe someterse a la disciplina y la concentración en la tarea que tiene entre manos si quiere aprender y adquirir las habilidades necesarias. Para lograr esto a menudo hace falta que la persona siga un programa reglado y estructurado. Esto se realiza mejor cuando el deportista acepta qué tendrá que tomar un camino que implica cierto nivel de dificultad, negación personal y humildad. Aprender y mejorar en un deporte implica siempre un encuentro con la derrota, la negación de sí mismo y el desafío.

El atleta profesional experimenta a menudo estos desafíos psicológicos, físicos y espirituales como parte de su carrera deportiva; y es incluso más impresionante cuándo atletas de menor nivel o incluso de nivel aficionado se preparan para someterse a estas exigencias, aunque a una menor intensidad, para llegar a ser mejores en algo que aman.[37] El aficionado que entrena para preparar una media maratón benéfica, el golfista con un hándicap alto tratando de desarrollar un mejor swing, o el jugador de “fútbol caminando” que intenta anotar más para el equipo, entienden a través de sus experiencias vividas que estos pequeños sacrificios tienen sentido si se realizan por amor al deporte. Aunque se dirigía a los deportistas olímpicos, Juan Pablo II hacía mención al valor del sacrificio en el deporte por parte de todos los atletas, sin importar su nivel: “En las recientes Olimpíadas de Sydney hemos admirado las hazañas de grandes atletas, que, para alcanzar esos resultados, se sacrificaron durante años, día a día. Esta es la lógica del deporte, especialmente del deporte olímpico; y es también la lógica de la vida: sin sacrificio no se obtienen resultados importantes, y tampoco auténticas satisfacciones”.[38] Estos encuentros con el sacrificio en el deporte pueden ayudar a los atletas a formar su carácter de un modo particular. Pueden desarrollar las virtudes de la valentía y la humildad, la perseverancia y la fortaleza.

La experiencia común del sacrificio en el deporte puede ayudar también a los creyentes a entender más plenamente su vocación de hijos de Dios. Mantener una vida de oración, una vida sacramental rica, y trabajando por el bien común, va acompañado frecuentemente de muchos obstáculos y dificultades. Intentamos superar estos desafíos mediante nuestra constancia y autodisciplina, como una gracia que viene de Dios. “Una estricta disciplina y auto-control, prudencia, espíritu de sacrificio y dedicación”[39] según San Juan Pablo II, representan las cualidades espirituales psicológicas y físicas de muchos deportistas. Las exigencias mentales y físicas y los desafíos del deporte pueden ayudar a fortalecer el espíritu y a tomar conciencia de uno mismo. Un aspecto católico del valor antropológico del deporte y del sacrificio se basa en el mundo cotidiano de los deportistas. Ellos saben a través de su experiencia vivida que el sacrificio y el sufrimiento tienen una naturaleza potencialmente transformadora.

Podemos decir entonces que el sacrificio es un término familiar y bien utilizado en el mundo real del deporte. La Iglesia también utiliza esta palabra, y a menudo de una manera muy directa y en un sentido muy claro. Ella sabe que el amor a Dios y al prójimo a menudo conlleva un coste para nosotros. Como cristianos debemos aceptar los sacrificios y sufrimientos que recibamos, grandes o pequeños, y alentados por la gracia de Dios en nuestras vidas, esforzarnos para hacer realidad el reino de Dios en la tierra y en el mundo que vendrá. Desde esta perspectiva es más fácil entender lo que San Pablo tenía en mente cuando pidió que nos preparamos para "luchar la buena batalla" (Tim 6, 12). Todos los sacrificios nobles qué hacemos son importantes, incluso aquellos que pueden parecer insignificantes como por el deporte.

3.5 Alegría

Desde la publicación de la carta internacional de la Educación Física, la actividad física y el deporte en 1978, el deporte se ha convertido en un derecho para todos, no solo para los jóvenes con salud y en forma. Más allá de si éste es practicado por niños, personas mayores, o personas con discapacidad, éste proporciona alegría a todos aquellos que libremente participan en él, a todos los niveles.

Los atletas principiantes sufren las frustraciones y a veces la vergüenza de sus repetidos fracasos en la lucha por conseguir destacar en una actividad. A niveles más altos, los deportistas a menudo se preparan para superar con disciplina programas muy estrictos. La alegría para todos aquellos que practican el deporte a menudo emerge junto con las dificultades y complicados desafíos. También podemos ver en todo el mundo cómo mucha gente participa en actividades deportivas simplemente por el hecho disfrutar la sensación de su cuerpo en movimiento, la oportunidad de socializar con otros, de aprender nuevas habilidades, o por el simple hecho de sentirse parte de un grupo. La alegría en estos contextos es la consecuencia de hacer algo que amamos o que disfrutamos. Vemos que a fin de cuentas la alegría es un don, y que siempre está basada en el amor, como una fórmula que se aplica a todos los estándares del deporte.[40] Está relación entre la alegría y el amor en el deporte tiene mucho que enseñarnos sobre la relación entre Dios, amor y alegría en nuestras vidas espirituales.

La gran mayoría de las personas no practica deporte con el fin de obtener dinero o fama. Sin embargo, para el atleta comprometido, los momentos de alegría se encuentran generalmente junto con el sufrimiento o los sacrificios de un tipo u otro y después de un gran esfuerzo mental y físico. Esto nos enseña que la alegría verdadera, profunda y duradera a menudo surge cuando nos comprometemos sin reservas con algo que amamos. Este amor puede dirigirse al acto deportivo mismo, o hacia los otros miembros de un equipo a medida que las relaciones se encauzan hacia la búsqueda de un objetivo común. Si la alegría relacionada con el amor al deporte y a los compañeros de equipo es una realidad que los psicólogos deportivos asocian con nuestras mejores actuaciones y algo que hace que los jugadores vuelvan una y otra vez para participar, puede ser una ocasión donde el entrenador incentive la relación entre la práctica deportiva y la práctica de la fe.

Es importante recordar a este respecto la parábola del tesoro enterrado en el campo para ilustrar cómo es el reino de Dios. Jesús enfatiza que el hombre que descubre el tesoro está “lleno de alegría” y vende todo lo que tiene para comprar ese campo (Mt 13,44). Así también, nuestro seguimiento de Jesús y el anuncio de que el reino de Dios está cerca surge de la alegría de haber experimentado el amor abundante y la misericordia de Dios que caracteriza este reino. Cuando sigamos a Jesús y trabajemos para la construcción del reino de Dios, encontraremos dificultades y adversidades, e incluso seremos invitados a cargar con la cruz. Pero las pruebas y el sufrimiento no pueden extinguir esta alegría. Ni siquiera la muerte puede hacerlo. Después de decirle a sus discípulos que, como el Padre le amó, así les ha amado Él, y a permanecer en su amor, Jesús les dice que él dijo estas cosas “para que mi alegría esté en vosotros, y vuestra alegría sea plena” (Jn 15,11). Mientras se acercaba más a su propio sufrimiento y muerte, les dijo: “También vosotros estáis tristes ahora, pero volveré a veros y se alegrará vuestro corazón y vuestra alegría nadie os la podrá quitar” (Jn 16,22).

“La alegría del Evangelio llena el corazón y la vida entera de los que se encuentran con Jesús”[41]. El Papa Francisco subraya la centralidad de la alegría en la vida del creyente, qué es un don a compartir con todos. De la misma manera, deporte solo tiene sentido cuándo promueve un espacio de alegría común. No es una cuestión de negar los sacrificios y dolores que provocan el entrenamiento y la práctica deportiva, pero al final el deporte está llamado a estimular la alegría en aquellos que lo practican e incluso en los aficionados que con pasión presencian un deporte en todo el mundo.

3.6 Armonía

El armonioso desarrollo de la persona tiene que estar siempre entre las prioridades de todos los que tienen responsabilidad en el deporte, ya sean entrenadores, directivos o educadores. Esta palabra, armonía, se refiere al equilibrio y el bienestar y es esencial para experimentar la verdadera felicidad. Sin embargo, existen en el mundo todavía muchas fuerzas que tientan a las personas a abandonar esta importante virtud en favor de una perspectiva parcial y desequilibrada. Basta mencionar como ejemplos preocupantes la sobre-comercialización de algunos deportes y la excesiva dependencia de soluciones científicas en algunos de ellos que dejan de lado las implicaciones éticas. Cuando en el deporte se utilizan métodos en los que el cuerpo humano está visto como un simple objeto material o la persona como un accesorio, corremos el riesgo te provocar un gran daño a las personas y a las comunidades.

Por otro lado, el desarrollo armonioso de la persona en su dimensión física, social y espiritual ha sido reconocido como una contribución al bienestar psicológico y a la prosperidad de la humanidad. Estamos empezando a contemplar desarrollos positivos en algunos lugares donde “muchas personas sienten la necesidad de encontrar formas apropiadas de ejercicio que ayuden a recuperar un equilibrio saludable de mente y cuerpo”. [42] En relación a esto, en los últimos años muchas formas nuevas de deporte y diferentes concepciones de competición han comenzado a aparecer como respuesta a la necesidad existencial de una mayor armonía entre el cuerpo y la mente. También el Concilio Vaticano II señaló que, en relación a la construcción de comunidades en armonía, el deporte puede “promover relaciones fraternas entre los hombres de todas las clases, naciones y razas”. [43]

A menudo, en ambientes donde la gente ya no viene considerada como una criatura amada de Dios, se pasa por alto la importancia de la formación espiritual de las personas. La armonía implica un equilibrio, y esto a su vez se relaciona con el conjunto del ser humano, con su vida moral, física, social y psicológica. El deporte es uno de los ambientes más efectivos dentro del cual las personas pueden desarrollarse de manera integral.

Paradójicamente, al participar en lo que a nivel superficial parecen actividades puramente físicas como el deporte, podemos crecer en nuestro conocimiento de lo espiritual. Descuidar este aspecto de nuestro ser, socava nuestro crecimiento, nuestra salud y nuestra felicidad. La tendencia a ignorar lo espiritual, o reducirlo a lo meramente psicológico (que es una característica tan frecuente en algunas partes del mundo de hoy), es común hoy en día y puede ser perjudicial, especialmente para los jóvenes y para aquellos que carecen de educación religiosa y espiritual. La Iglesia en su sabiduría nos ofrece una visión muy necesaria y convincente a este respecto. Se nos pide que vivamos el deporte en y con el Espíritu, ya que como dijo San Juan Pablo II “Sois verdaderos atletas cuando os preparáis con constancia asumiendo las dimensiones espirituales de la persona, para un desarrollo armonioso de todos los talentos humanos”. [44]

3.7 Valentía

La Iglesia, siguiendo a Santo Tomás de Aquino, nos enseña que la valentía representa un punto medio entre la cobardía y la temeridad. Esto es así porque para ser valiente es necesario que hagamos lo que es bueno, lo correcto, y no lo que es más fácil o conveniente.

El concepto del valor también se puede entender como una elección personal. No podemos hacer que alguien sea valiente, aunque los entrenadores, educadores y otros pueden desarrollar la capacidad para ser valientes en aquellos con quienes trabajan. De hecho, podríamos argumentar que el coraje se ve con más frecuencia antes, durante y después de una y otra derrota. Para seguir adelante cuando las probabilidades están en contra de uno mismo o del equipo, para tratar de hacer lo correcto, moral y físicamente cuando está sufriendo una dura derrota, para mantener el grupo unido como un equipo cuando se les considera mediocres: todas estas ocasiones pueden ofrecer una evidencia categórica de que el deporte está repleto de momentos de gran valentía.

3.8 Igualdad y respeto

Cada ser humano ha sido creado a imagen y semejanza de Dios y tiene el derecho de guiar su vida con dignidad y de ser tratado con respeto. Todos tenemos el mismo derecho de experimentar y llenarnos de las múltiples dimensiones de la cultura y del deporte. Todos tenemos el mismo derecho a promover nuestras capacidades individuales, así como ver respetadas nuestras propias limitaciones.

Esta igualdad de derecho para cada persona no significa, sin embargo, uniformidad o similitud. Al contrario: significa el respeto por la multiplicidad y la diversidad de la vida humana respecto al sexo, edad, formación cultural o tradiciones. Esto se aplica de igual modo al deporte. Es comprensible que hay diferencias específicas sobre la edad a la hora de establecer categorías de rendimiento deportivo o que en la mayoría de las disciplinas deportivas los hombres y las mujeres no compitan entre sí. Las personas cuyas capacidades físicas básicas se desvían notablemente de la capacidad promedio esperada, (debido, por ejemplo, a algún tipo de impedimento), deben ser juzgadas y evaluadas de manera diferente.

Con toda la atención en la multiplicidad de condiciones, talentos y habilidades, las diferentes categorías de rendimiento no deben conducir a rangos ocultos o jerarquías de clasificaciones o incluso a la delimitación hermética entre diferentes grupos humanos. Esto destruye el sentimiento de la unidad básica de la familia humana. Lo que el apóstol San Pablo pide para la comunidad cristiana como un reflejo del cuerpo de Jesucristo debe también experimentarse en el deporte: “Y el ojo no puede decir a la mano: No te necesito; ni tampoco la cabeza a los pies: No os necesito. Por el contrario, la verdad es que los miembros del cuerpo que parecen ser los más débiles, son los más necesarios; […] Y si un miembro sufre, todos los miembros sufren con él; y si un miembro es honrado, todos los miembros se regocijan con él. Ahora bien, vosotros sois el cuerpo de Cristo, y cada uno individualmente un miembro de él”. [45]

El deporte es una actividad que puede y debe promover la igualdad entre seres humanos. “La Iglesia considera el deporte como un instrumento de educación cuando fomenta elevados ideales humanos y espirituales; cuando forma de manera integral a los jóvenes en valores como la lealtad, la perseverancia, la amistad, la solidaridad y la paz”. [46] El deporte es un área de nuestra sociedad que promueve el encuentro de toda la humanidad, y puede superar barreras socioeconómicas, raciales, culturales y religiosas.

Todas las personas son iguales porque todas están hechas a imagen y semejanza de Dios. Somos todos hermanos y hermanas que provienen del mismo Creador. Pero nuestro mundo todavía se enfrenta a desigualdades incrustadas, y es tarea de los cristianos afrontar esta realidad. El deporte es un espacio donde los cristianos pueden buscar la promoción de la igualdad porque “sin igualdad de oportunidades, las diversas formas de agresión y de guerra encontrarán un caldo de cultivo que tarde o temprano provocará su explosión”. [47]

Existen muchos ejemplos de cómo el deporte crea vínculos de unión en la sociedad e igualdad entre las personas. Muchos deportes populares realizan campañas contra el racismo y promueven la paz, la solidaridad y la inclusión. “el deporte puede unirnos en un espíritu de amistad entre pueblos y culturas. De hecho, los deportes son una señal de que la paz es posible”. [48]

3.9 Solidaridad

El mensaje de la Iglesia sobre la solidaridad nos muestra que existe un estrecho lazo entre la solidaridad y el bien común, entre solidaridad y el destino universal de los bienes, entre solidaridad y la igualdad entre los pueblos, entre solidaridad y la paz en el mundo.[49]

La solidaridad dentro de un equipo deportivo se refiere a la unidad que se puede desarrollar entre los compañeros de equipo mientras luchan juntos por el mismo objetivo. Tal experiencia proporciona a todos los participantes la sensación de atención y estima personal. La solidaridad en el sentido cristiano, sin embargo, va más allá de los miembros del propio equipo. Incluso puede incluir un oponente cuando están en el suelo y ya no puede levantarse sin ayuda. Aquí, se requiere el apoyo y la solidaridad que ya no se pregunta si la derrota del otro es su propia culpa o el resultado de una desafortunada secuencia de eventos.

Los atletas, especialmente los de mayor renombre, tienen una inexcusable responsabilidad social. Es importante que estos atletas adquieran una mayor conciencia de su papel con respecto a la solidaridad, que debe notarse en la sociedad: “Vosotros, los jugadores sois exponentes de una actividad deportiva, que cada fin de semana congrega a tanta gente en los estadios y a la que los medios de comunicación social dedican grandes espacios. Por eso mismo, tenéis una responsabilidad especial”. [50]

El Papa Francisco invita claramente a los atletas a involucrarse “con los demás y con Dios, dando lo mejor de uno mismo, gastando la vida por lo que realmente vale y dura para siempre. Poned vuestros talentos al servicio del encuentro entre personas, de la amistad y de la inclusión”. [51]

San Juan Pablo II exhortaba a las personas vinculadas al deporte a “favorecer la construcción de un mundo más fraterno y solidario, contribuyendo a la superación de situaciones de incomprensión recíproca entre personas y pueblos”. [52]

El deporte siempre debe ir de la mano de la solidaridad, porque la actividad deportiva está llamada a irradiar los valores más sublimes de la sociedad, especialmente la promoción de la unidad de los pueblos, razas, religiones y culturas, ayudando a superar muchas divisiones que nuestro mundo hoy todavía experimenta.[53]

3.10 El deporte revela la búsqueda por su sentido ultimo

El deporte pone de manifiesto la tensión entre la fuerza y la debilidad, experiencias inherentes a la existencia humana. El deporte es un ámbito dentro del cual los seres humanos pueden vivir de forma auténtica sus talentos y su creatividad, pero al mismo tiempo experimentar sus limitaciones y finitud, ya que el éxito no está en absoluto garantizado.

Como se menciona al comienzo del capítulo, el deporte es al mismo tiempo un vínculo que puede revelar la verdad de la libertad humana. “La libertad –dice el Papa Francisco –es algo grandioso, pero podemos echarla a perder”. [54] El deporte respeta la libertad humana porque dentro de los límites de un conjunto específico de reglas, no impide la creatividad, sino que la fomenta. Por lo tanto, la experiencia de ser uno mismo no se pierde.

La relación intrínseca entre la libertad individual y la aceptación de las reglas también muestra que la persona está dirigida hacia una comunidad de personas. De hecho, la persona nunca es una entidad aislada sino “un ser social, y a menos que se relacione con otros no puede vivir ni desarrollar su potencial”. [55] Los deportes de equipo por ejemplo, o la presencia de espectadores, revelan la relación entre los individuos y la comunidad. Tampoco en los deportes individuales se pueden practicar sin las contribuciones de muchos otros. El deporte puede servir como un paradigma que ilustra cómo la persona puede llegar a ser él mismo a través de la experiencia de la comunidad.

Finalmente, en el contexto del mundo moderno, el deporte es quizás el ejemplo más llamativo de la unidad de cuerpo y alma. Hay que resaltar que, una interpretación unilateral de las experiencias mencionadas anteriormente conduce a una noción falsa del ser humano. Concentrarse únicamente en la fuerza, por ejemplo, podría sugerir que los seres humanos son seres autosuficientes. Un concepto unilateral de libertad implica la idea de un yo irresponsable que solo puede seguir sus propias reglas. Del mismo modo, un énfasis demasiado fuerte en la comunidad conduce a una subestimación de la dignidad del individuo. Y, por último, descuidar la unidad del cuerpo y el alma da como resultado una actitud que, o bien deja de lado por completo al cuerpo o fomenta un materialismo mundano. Por lo tanto, todas las dimensiones deben tenerse en cuenta para comprender qué constituye realmente el ser humano.

En resumen, podríamos decir que, en el deporte, los seres humanos experimentan de forma particular la tensión entre la fuerza y la debilidad, la libertad de someterse a unas reglas generales que constituyen una práctica común, la individualidad dirigida a la comunidad y la unidad del cuerpo y el alma. Además, a través del deporte, los seres humanos pueden experimentar la belleza. Como señaló acertadamente Hans Urs von Balthasar, la facultad estética del ser humano es también una característica decisiva que estimula la búsqueda del sentido último.[56] Si se aplica una visión antropológica tan integral, el deporte puede ser visto como un campo extraordinario donde el ser humano experimenta algunas verdades significativas acerca de sí mismo en la búsqueda del sentido último.

El sentido último desde un punto de vista cristiano
Los seres humanos encuentran su verdad más profunda sobre quiénes son en la imagen y semejanza de Dios, ya que así es como nos creó (Génesis 1,27). Aunque es cierto que el deporte encarna la búsqueda de un cierto tipo de felicidad, que el Concilio Vaticano II caracterizó como “una plena liberación de la humanidad; una en la que [las personas y los grupos sociales] ponen a su servicio las inmensas posibilidades que les ofrece el mundo actual”, [57] también es cierto que fuimos creados para una felicidad que es aún mayor. Esta felicidad es posible gracias al regalo gratuito de la gracia de Dios. Es importante enfatizar que la gracia de Dios no destruye lo humano, sino que "perfecciona la naturaleza"[58] o nos eleva a la comunión con Dios, que es el Padre, Hijo y Espíritu Santo, y nos lleva a la comunión de unos con otros.

Una de las formas importantes en que podemos experimentar la gracia de Dios es en su misericordia. Como el Papa Francisco ha insistido a lo largo de su pontificado, y especialmente en el Año de la Misericordia, Dios nunca se cansa de perdonarnos. Dios nos ama incondicionalmente. Incluso cuando cometemos errores o cometemos pecados, Dios es paciente con nosotros y siempre nos ofrece su perdón y una segunda oportunidad. El perdón de Dios, al igual que nuestro perdón mutuo, provoca la sanación y la recuperación de la imagen y semejanza de Dios en nosotros. Como dijo San Pablo en su carta a los Colosenses: “No os mintáis unos a otros. Despojaos del hombre viejo con sus obras, y revestíos del hombre nuevo, que se va renovando hasta alcanzar un conocimiento perfecto, según la imagen de su Creador” (Col 3,10). Y también a los Corintios: “Todos nosotros, que con el rostro descubierto reflejamos como en un espejo la gloria del Señor, nos vamos transformando en esa misma imagen cada vez más gloriosos: así es como actúa el Señor, que es el Espíritu” (2 Cor 3:18). Si el proceso de redención significa que estamos siendo renovados y transformados a imagen y semejanza de Dios, que es Padre, Hijo y Espíritu Santo, esto significa comprender que somos fundamentalmente seres relacionales y estamos hechos para la comunión con Dios y con los demás.

Capítulo 4: Desafíos a la luz del Evangelio

4.1 Un deporte humano y justo

Ya hemos mencionado anteriormente el significado de las dimensiones del deporte, así como su lugar en la búsqueda del bien y de la verdad. Sin embargo, como cualquier otra realidad humana, el deporte puede volverse en contra de la dignidad y los derechos de la persona. Consecuentemente, la Iglesia alza la voz cuando ve amenazada esta dignidad y la verdadera felicidad.

Promoción de los valores humanos del deporte
Los avances actuales en el deporte deben juzgarse de acuerdo a si proceden de un reconocimiento de la dignidad de la persona y si muestran un respeto adecuado por los demás, por las criaturas y por el medio ambiente. Además, la Iglesia reconoce la importancia de la alegría de la propia participación en el deporte y la coexistencia leal de los seres humanos. Cuando las reglas del deporte se acuerdan a nivel internacional, los atletas de diferentes culturas, naciones y religiones tienen la posibilidad de sentir una experiencia compartida de sana competición y de alegría, que permite ayudar a fomentar la unidad de la familia humana.

Participando del deporte, las personas pueden experimentar lo corpóreo de nuestra existencia de una manera elemental y positiva. Jugando en equipo, aprenden también a superar el individualismo y a tomar conciencia de su pertenencia a algo más grande que sí mismos.

Crítica a los enfoques erróneos
Desde esta perspectiva, hay una serie de fenómenos y construcciones que se deben juzgar con espíritu crítico. La Doctrina Social de la Iglesia nos recuerda siempre que las personas involucradas en la política, la economía o la ciencia deben preguntarse si sus actos están o no al servicio de la persona humana y la justicia. Las personas relacionadas con las actividades deportivas deben enfrentarse igualmente a esta misma pregunta.

La calidad de las experiencias que se viven en los deportes es la base de su fuerza atractiva. No obstante, es, al mismo tiempo, susceptible de desviarse hacia políticas y prácticas que no están al servicio de la persona. Esto atañe tanto a los participantes como al público. La gran importancia del deporte, para muchos, puede degradarse como vehículo de otros intereses: propósitos políticos y demostraciones de poder, búsqueda ciega del beneficio económico, o autoafirmaciones nacionalistas. Así se amenaza tanto la autonomía del deporte como sus bondades intrínsecas. Los intereses, que han dejado de ser deportivos para convertirse más bien en intereses políticos, económicos o mediáticos, comienzan a imperar en la dinámica del deporte e incluso en la experiencia de los mismos atletas. El deporte es parte integrante de una compleja sociedad, que tiene muchos sectores, y en la cual el deporte participa; pero, por otro lado, debe tener cuidado para no poner su autonomía en peligro. Hablando a una delegación de equipos de fútbol italianos profesionales, el Papa Francisco recordaba la alegría de los días en que iba al estadio con su familia y del aire de celebración de aquellos días. Dijo a jugadores y dirigentes: “Espero que el fútbol, y cualquier otro deporte muy popular, pueda recuperar la dimensión de la fiesta. Hoy el fútbol se mueve en un ambiente de negocios, por la publicidad y la televisión. Pero el factor económico no debe prevalecer sobre el deportivo, porque puede contaminarlo todo, tanto a nivel internacional como nacional o local”. [59]

Cuando se practica deporte con una actitud de "ganar a toda costa", este se ve seriamente amenazado. Fijarse solamente en el éxito deportivo, ya sea por motivos personales,políticos o económicos, deja los derechos y el bienestar de los participantes reducidos a aspectos marginales. Respecto al propio cuerpo, un deseo del ascenso a cualquier precio determina el comportamiento y tiene graves consecuencias. El criterio que prevalece sobre el resto ya no es la dignidad de la persona, sino más bien su eficiencia, y esto puede acarrear riesgos para la propia salud o la de los compañeros. La dignidad y los derechos de la persona nunca pueden verse subordinados a otros intereses arbitrarios. Los atletas tampoco pueden convertirse en una suerte de mercancía. Tal y como el Papa Francisco expresó a miembros del Comité Olímpico Europeo: “Cuando el deporte viene considerado únicamente en conformidad a los parámetros económicos o de persecución de la victoria a toda costa, se corre el peligro de reducir a los atletas a una mera mercancía lucrativa. Los mismos atletas entran en un mecanismo que los arrastra, pierden el verdadero sentido de su actividad, esa alegría de jugar que les atraía de niños y que les empujó a hacer tantos sacrificios para convertirse en campeones”. [60]

Los derechos fundamentales para la libertad y una vida digna deben protegerse en el mundo del deporte. Esto afecta sobre todo a los pobres y débiles, especialmente a los niños, que tienen el derecho de ser protegidos en su integridad corporal. Los hechos de abusos de niños, ya sean físicos, sexuales o emocionales, por parte de sus entrenadores u otros adultos, son una afrenta directa a la persona joven, que ha sido creada a imagen y semejanza de Dios, y se deben condenar de manera tajante.

Los atletas, además, tienen el derecho de asociar sus intereses y representarlos de manera conjunta. Como ciudadanos, no se les puede privar del derecho de expresarse libremente según su conciencia. Deben ser tratados como personas, con todos sus derechos correspondientes. En el deporte, no se debe aceptar nunca ningún tipo de discriminación debida a origen social, nacionalidad, sexo, raza, etnia, constitución física o religión.

Pero incluso más allá de la inmediatez delevento deportivo, el deporte es responsable de lo que ocurre en su entorno. Hay mucha gente que se ve afectada por la preparación y celebración de grandes eventos deportivos, y sus condiciones de vida e intereses legítimos deben respetarse.

4.2 Responsabilidad compartida para un deporte

El deporte es una realidad polifacética. Ni los críticos del deporte deberían sospechar tanto del mismo, ni sus aspectos positivos deben contemplarse ingenuamente. Es más, debemos distinguir qué agentes y organizaciones del deporte tienen responsabilidades concretas en cada caso particular. De hecho, la responsabilidad no recae sólo en los atletas o participantes, sino también en muchas otras personas como sus familias, los entrenadores y ayudantes, médicos, dirigentes, espectadores y muchos más actores conectados con el deporte a través de otras áreas, como los investigadores científicos del deporte, los líderes políticos y empresariales o los representantes de los medios.

Los espectadores y los aficionados que participan de las actividades deportivas directamente o a través de los medios de comunicación tienen su propia parte de esta responsabilidad en los eventos deportivos. Pueden mostrar que respetan a los jugadores de ambas partes de la contienda y expresar su desaprobación ante el comportamiento antideportivo porque el juego limpio se debe mostrar también a los aficionados del equipo rival. Cualquier clase de desprecio o violencia se debe condenar, y los responsables del deporte deben hacer todo lo posible para luchar contra ello. Hay modelos acerca de cómo se puede tratar la violencia en ambientes deportivos. Por ejemplo, algunos equipos profesionales, en Europa y otros lugares, forman voluntarios que trabajan entre los aficionados contrarrestando comportamientos antideportivos e incluso sofocando la violencia de los hinchas, que demasiadas veces ha formado parte de los partidos de fútbol estos últimos años. El deporte no puede descargar esta responsabilidad hacia otras instituciones.

Mucha gente practica deporte en la naturaleza. No obstante, la actividad deportiva no mantiene intacto este entorno. En algunos casos tiene un impacto, a largo plazo. Así pues, tanto los atletas como los patrocinadores del deporte tienen una responsabilidad añadida, que es la tarea de tratar la creación con el mayor respeto. Otra vez, esta responsabilidad recae sobre varios hombros. No solo debe considerar cada persona el coste ecológico que se puede asociar a su deporte, sino que aquellos que promueven los grandes eventos deportivos deben también valorar si han encontrado o no un formato sostenible que respete el medio ambiente.

Aún más, en aquellos deportes en los que hay animales involucrados, se debe prestar atención para asegurar un trato moralmente adecuado de los mismos, no solamente como meros objetos.

La Iglesia reitera la responsabilidad de cada persona en el mundo del deporte e invoca la conciencia de cada uno para comprometerse en el desarrollo de un deporte lo más justo y humano posible. Sin embargo, no sería justo poner toda la carga de responsabilidad sobre los hombros de los atletas individuales. También se debe prestar atención a las estructuras sociales que afectan a cómo pensamos y actuamos. “Estos criterios permiten también juzgar el valor de las estructuras, las cuales son el conjunto de instituciones y de realizaciones prácticas que los hombres encuentran ya existentes o que crean, en el plano nacional e internacional, y que orientan u organizan la vida económica, social y política”. [61] Dichas estructuras pueden influir en determinadas acciones, de tal manera que resulta difícil permanecer fieles a los beneficios y valores internacionales del deporte. Pero estas estructuras no conforman el destino. “Éstas dependen siempre de la responsabilidad del hombre, que puede modificarlas, y no de un pretendido determinismo de la historia”. [62] Por lo tanto, quedan dentro del área de nuestra responsabilidad. La importancia social de algunas instituciones y organizaciones deportivas a nivel regional, nacional e internacional es considerable, y también lo es por tanto su responsabilidad moral. Todo debe estar al servicio de los bienes intrínsecos del deporte y de la persona.

4.3 Cuatro desafíos específicos en crecimiento

Hay cuatro desafíos que la Iglesia estima particularmente en nuestros días y que este documento quiere mencionar. Pueden entenderse como el resultado de una búsqueda desenfrenada de éxito y de la ingente cantidad de intereses económicos que se mueven en las competiciones deportivas. Cuantos más agentes diferentes involucrados en los eventos deportivos –atletas, espectadores, medios, empresarios –insisten en presenciar, cada vez, mejores actuaciones o en ganar a toda costa, más intensa se hace la presión ejercida sobre los deportistas y más buscan ellos formas de aumentar el rendimiento que son moralmente dudosas.

La degradación del cuerpo
Así como la práctica deportiva puede ser una forma positiva de experimentar la propia corporeidad, como se mencionó anteriormente, también puede ser un contexto en el que el cuerpo humano queda reducido al estatus de objeto o es utilizado como una simple máquina. Como comentó un jugador de fútbol americano una vez terminada su carrera “paradójicamente, me percaté de lo separado que estaba de mi cuerpo. Lo conocía más a fondo de lo que muchos hombres pueden llegar a hacerlo nunca, pero lo había usado como si fuera una máquina y había pensado en él como tal, cómo algo que tenía que estar bien engrasado, bien alimentado y cuidado para realizar una tarea específica.”[63] Cuando los jóvenes se forman de esta manera, corren el riesgo de vender su propia afectividad, lo que compromete su capacidad del sentido de intimidad, una importante tarea de desarrollo para los jóvenes adultos.[64] Esto tiene un impacto negativo en su habilidad para establecer una relación íntima física y emocional, que es uno de los dones y gracias de la vida matrimonial.

Los padres, los entrenadores y las sociedades a menudo fabrican atletas para garantizar el éxito y satisfacer esperanzas de medallas, récords, lucrativos contratos publicitarios y riqueza. Es posible ver este tipo de aberraciones en la alta competición de deportes infantiles. Cada vez es más corriente que una persona joven se vea en manos de padres, entrenadores y representantes cuyo único interés es la especialización unilateral de un solo talento. Sin embargo –como el cuerpo joven de una persona no puede soportar pasar todo el año entrenando un deporte –esta especialización temprana conduce con demasiada frecuencia a lesiones por exceso de entrenamiento. En el caso de las gimnastas de élite, el canon del cuerpo ideal ha cambiado con el paso de los años hasta quedarse en el de una delgada pre púber. En muchos ambientes, esto ha llevado a que muchas chicas se entrenen durante muchas horas todos los días de la semana y algunas de las que se encuentran en esta situación, desarrollan una obsesión por perder peso que ha producido trastornos alimenticios entre las gimnastas en proporciones mucho más elevadas que la población femenina general. Este ejemplo señala la importancia del papel de los padres de los atletas jóvenes en todos los deportes. Los padres tienen la responsabilidad de mostrar a los niños que son amados por lo que son, no por sus éxitos, su apariencia o sus habilidades físicas.

No se pueden justificar éticamente aquellos deportes que inevitablemente causan daños serios en el cuerpo humano. En los casos en los que se haya tenido conocimiento acerca de los efectos nocivos para el cuerpo de un deporte, incluyendo daños cerebrales, es importante que las personas de todos los sectores de la sociedad tomen decisiones que pongan la dignidad de la persona y su bienestar en primer lugar.

El dopaje
La cuestión del dopaje afecta al fundamento mismo del deporte. Y, desafortunadamente, hoy en día lo practican tanto atletas individuales como equipos o incluso estados. Del dopaje nacen una serie de problemas morales, ya que se corresponde con los valores de salud y juego limpio. También es un buen ejemplo de cómo la mentalidad de "ganar a toda costa" corrompe el deporte violando las reglas que lo constituyen. Durante el proceso, se rompe el "marco del juego" y los bienes propios del deporte, que dependen del respeto hacia las reglas. En estos casos, más importante que las capacidades deportivas de una persona o el entrenamiento es el poder de aquellos que intentan incrementar sus capacidades por todos los medios posibles e imaginables. El cuerpo del atleta se degrada convirtiéndose en un objeto que demuestra la eficacia médico-científica.

En algunos deportes en los que se usan medios mecánicos (ciclismo, deportes de motor, Fórmula 1), el fair play se deteriora al adoptar fraude o dopaje mecánico. Este fraude puede ser hecho individualmente por el deportista, pero también en un grupo más amplio, con la ayuda de asistentes mecánicos e impulsado por patrocinadores o incluso manipulado a una mayor escala.

Para combatir los peligros del doping físico y mecánico y para apoyar el fair play en las competiciones deportivas, no es suficiente con apelar solamente a la moral y la ética de los atletas. El problema del doping no puede ser individualizado, sin importar la culpa que tiene dicha persona. Existe un problema mucho más grande. Es responsabilidad de las organizaciones internacionales crear reglas efectivas y condiciones básicas a nivel institucional que respalden y recompensen a los atletas individualmente por su responsabilidad y reduzcan cualquier incentivo para recurrir al dopaje. En el mundo globalizado del deporte, se necesitan esfuerzos coordinados y efectivos. Otros agentes que ejercen una influencia significativa en el deporte en la actualidad, como los medios de comunicación y los estamentos políticos y financieros, deben estar igualmente involucrados.

Los espectadores también tienen que considerar si sus cada vez más altas expectativas y su anhelo de un mayor espectáculo durante los eventos deportivos, llevan a los deportistas a doparse físicamente o a utilizar el dopaje mecánico.

La corrupción
En igual medida que el dopaje, la corrupción también puede arruinar el deporte. Se usa para explotar el sentido de competencia deportiva de jugadores y espectadores que son engañados deliberadamente y decepcionados. La corrupción no se refiere solo a los eventos deportivos, ya que puede extenderse a las políticas deportivas. Las decisiones relativas a los deportes son tomadas por agentes externos que a menudo tienen intereses financieros o políticos. Igualmente reprensible es cualquier tipo de soborno en relación con las apuestas deportivas. Si muchos deportistas y entusiastas del deporte son engañados solo para que unos pocos puedan enriquecerse descaradamente, esto también amenaza la integridad del deporte. Como en el caso del dopaje, se debe advertir a las personas involucradas sobre este hecho, así como alentar a las organizaciones deportivas a tener sus propias reglas transparentes y efectivas para evitar que sus valores se vean erosionados. El deporte no debe parecer un espacio sin derechos en el que no se apliquen los estándares morales de coexistencia leal y humana.

Los aficionados y espectadores
Los espectadores durante los eventos deportivos, animan y apoyan juntos como un único cuerpo. Este sentimiento común que va más allá de la edad, el sexo, la raza y las creencias religiosas es una maravillosa fuente de alegría y belleza. Los aficionados son uno y representan la totalidad de la comunidad cuando su equipo gana, pero también frente a la derrota. Están siempre con sus jugadores y respetan tanto a los integrantes como a los aficionados del otro equipo y a los árbitros en un recíproco fair play. Estos son momentos, ocasiones y comportamientos que nos hacen ser conscientes de la alegría, la fuerza y el sentido armonioso del deporte. Aun así, el papel de los espectadores en el deporte puede ser ambiguo. En algunos casos, los espectadores desprecian a los oponentes o a los árbitros. Este comportamiento puede deteriorarse y transformarse en violencia, ya sea vocalmente (al cantar canciones odiosas o insultar) o físicamente. Las peleas entre las aficiones rivales violan el fair play que siempre debería reinar durante los eventos deportivos. Una identificación exagerada con un atleta o un equipo también puede exacerbar tensiones ya existentes entre diferentes grupos culturales, nacionales o religiosos. A veces un aficionado puede llegar a usar un evento deportivo para propagar el racismo o ideologías extremistas. Incluso, los aficionados que no respetan a los atletas, también a veces los atacan físicamente o continuamente los insultan o los denigran. Esta falta de respeto a veces ocurre hacia los miembros del propio equipo cuando realizan una actuación mejorable. Los equipos, las federaciones y ligas, ya sea en las escuelas, a nivel de élite o en deportes profesionales, tienen la responsabilidad de garantizar que el comportamiento del espectador respete la dignidad de todas las personas que participan o asisten a eventos deportivos.

Capítulo 5: La Iglesia como principal protagonista

Hasta aquí, el documento ha buscado formas de enfocar y evaluar el deporte, su significación y sus diferentes dimensiones dentro del marco de un entendimiento cristiano de una sociedad justa y de la persona. Al tiempo que se han evaluado las inmensas oportunidades y posibilidades del deporte, se han considerado también los peligros, amenazas y desafíos.

La Iglesia, como Pueblo de Dios, está genuinamente conectada e interesada en el deporte como realidad humana contemporánea. Naturalmente, la Iglesia se siente llamada a hacer todo lo posible dentro de su ámbito de influencia para asegurar que el deporte se realice de forma humana y razonable.

“El cuidado pastoral del deporte es un momento necesario y parte integral del cuidado pastoral ordinario de la comunidad. El propósito primero y específico de la Iglesia en el campo del deporte se manifiesta en un compromiso de dar sentido, valor y perspectiva a la práctica del deporte como hecho social humano y personal.” [65]

5.1 En el deporte, la Iglesia está en su casa

Como ya se ha recalcado en el primer capítulo, la Iglesia ha tenido una relación fructífera con el deporte moderno involucrándose de forma activa y proactiva desde principios del siglo XX.

Una presencia responsable
La Iglesia es consciente de la corresponsabilidad del desarrollo y destino del deporte. Por lo tanto, desea establecer un diálogo con las diferentes organizaciones deportivas y sus órganos de gobierno para abogar por la humanización de los deportes de hoy. Busca activamente la mejora de las prácticas, sistemas y procedimientos deportivos, a través de asociaciones que colaboran con las organizaciones del deporte. La Iglesia puede ofrecer una visión moral en el contexto de las malas prácticas, como son el dopaje, la corrupción, la violencia entre el público y la feroz comercialización, que pueden desvirtuar el espíritu deportivo.

La Iglesia tiene tal presencia organizativa e institucional en el mundo del deporte que le permite promover una visión cristiana del deporte, de varias maneras y a diferentes niveles. La Santa Sede, dentro de sus propias estructuras internas, tiene diferentes organismos que se interesan en el fenómeno del deporte, que siguen y promueven el deporte desde un punto de vista institucional, pastoral y cultural.

En varios países, las conferencias episcopales trabajan en estrecha colaboración con asociaciones nacionales e internacionales que fomentan el deporte. En ciertos países, las asociaciones y clubes deportivos eclesiales existen desde hace más de cien años y hoy siguen muy involucradas en eventos deportivos locales y nacionales. Estas organizaciones en ocasiones forman redes y constituyen organismos deportivos de mayor tamaño a nivel nacional e internacional. Por último, además del apostolado de muchos laicos, hay muchos sacerdotes que se implican en grupos deportivos aficionados de parroquias, en asociaciones deportivas, o son capellanes en clubes profesionales o en los Juegos Olímpicos.

Una Iglesia que sale al encuentro
El deporte es un ámbito en el que se experimenta de forma muy concreta la invitación a ser una Iglesia que sale al encuentro, no a construir muros y fronteras, sino puentes y “hospitales de campaña”.

Más que muchas otras plataformas, el deporte reúne a los oprimidos y poderosos, los marginados, los inmigrantes y los nativos, los ricos y los pobres, en torno a un interés compartido y, en ocasiones, en un espacio común. Para la Iglesia, cualquier realidad presenta en sí misma una invitación al encuentro con otras personas de diferentes procedencias y con circunstancias vitales muy diferentes. A la vez que la Iglesia da la bienvenida a todo el que acude a ella, también sale al mundo. Como dice el Papa Francisco “el camino de la Iglesia es precisamente el de salir del propio recinto para ir a buscar a los lejanos en las “periferias” esenciales de la existencia; no sólo acoger e integrar, con valor evangélico, a aquellos que llaman a la puerta, sino salir, ir a buscar, sin prejuicios y sin miedos, a los lejanos, manifestándoles gratuitamente aquello que también nosotros hemos recibido gratuitamente.” [66]

Un moderno Patio de los Gentiles
En algunas zonas del mundo, existe la tradición de abrir las instalaciones físicas de las propias iglesias para los jóvenes -que se reúnen para jugar y hacer deporte. En el diverso entorno cultural actual, este espacio se convierte en uno de los canales que facilita la interacción armoniosa entre comunidades, culturas y religiones. Como ya se ha mencionado, la Iglesia ve un gran valor en estas interacciones que pueden fomentar un sentido de unidad de la familia humana. Este espacio puede posibilitar también, en palabras de Benedicto XVI, “un diálogo con aquellos para quienes la religión es algo extraño, para quienes Dios es desconocido y que, a pesar de eso, no quisieran estar simplemente sin Dios, sino acercarse a él al menos como Desconocido”.[67] Habla de la misión de la de la Iglesia con estas personas: “creo que la Iglesia debería abrir también hoy una especie de “Patio de los Gentiles” donde los hombres puedan entrar en contacto de alguna manera con Dios sin conocerlo y antes de que hayan encontrado el acceso a su misterio, a cuyo servicio está la vida interna de la Iglesia.”[68]

Así, la Iglesia percibe que hay un abanico de posibilidades que tienen un papel en la realidad contemporánea del deporte. Son especialmente relevantes en cuanto a que están alineados con la misión superior de la Iglesia.

5.2 En la Iglesia, el deporte está en su casa

La visión del Magisterio sobre el deporte se ha concretado en una propuesta pastoral activa, lo que esencialmente se traduce en un compromiso educativo hacia la persona, que a su vez genera un compromiso social hacia la comunidad.

El deporte como experiencia educativa de humanización
La persona, creada a imagen y semejanza de Dios, es más importante que el deporte. La existencia de la persona no está al servicio del deporte, sino que el deporte debe servir a la persona en su desarrollo integral.

Como se ha mencionado con anterioridad, la persona es una unidad de cuerpo, alma y espíritu. Esto significa que las experiencias corporales de juego y deporte están íntimamente relacionadas con el alma y el espíritu de la gente, y tienen un impacto directo en ellos. Por este motivo, pueden ser parte de la educación integral de la persona. El Papa Francisco ha fomentado la visión del juego y el deporte como parte de una educación holística dirigida a la mente, el corazón y las manos, o a lo que uno piensa, siente y hace. De acuerdo con el Santo Padre, la educación formal de nuestro tiempo se ha visto estrechamente ligada a la “tecnicidad intelectual y el lenguaje de la cabeza”.[69] El Papa nos anima a abrirnos la posibilidad a aceptar formas de educación no formal, como el deporte. Tal como se formula, encerrados a veces en la rígida exclusividad de la educación formal “no hay humanismo, y donde no hay humanismo, ¡Cristo no puede entrar!” [70]

El deporte y la educación católica
¿Cómo puede empezar la Iglesia a integrar la actividad física o el deporte en su propio marco de trabajo fundamental? ¿Cómo puede permear la visión de la Iglesia en el deporte en las conferencias episcopales, en las diócesis y en las parroquias? Quizá se debería comenzar con el establecimiento de un apostolado visible para los deportes. Tal apostolado será una manifestación concreta del compromiso de la Iglesia hacia la persona en el deporte, y asimismo dará herramientas a los diferentes organismos de la Iglesia para emprender directamente actividades relacionadas con el deporte.

Desde el origen de la Cristiandad, el deporte apareció como metáfora efectiva de la vida cristiana: el apóstol San Pablo no dudó en incluir el deporte entre los valores humanos, lo que le sirvió como punto de apoyo y referencia en el diálogo con la gente de su época. Hoy en día podemos introducir en el deporte, los juegos y otras actividades lúdicas para llevar a los jóvenes a un entendimiento más profundo de las escrituras, las enseñanzas de la Iglesia o los sacramentos.

Cuando se vive el deporte de manera respetuosa con la dignidad de la persona y está libre de explotación económica, mediática o política, se convierte en un modelo para todo en la vida. “Cuando es así,” como dice el Papa Francisco, “el deporte trasciende el ámbito de lo puramente físico y nos lleva al ámbito del espíritu y hasta del misterio. te trasciende el nivel de la pura física y nos lleva al campo del espíritu, incluso del misterio”[71]. Educar cristianamente es llevar a las personas a los valores humanos en la realidad completa, y uno de esos valores es la trascendencia. Este es el profundo significado del deporte: puede educar en la plenitud de la vida y la apertura a la experiencia de la trascendencia.

El deporte también es camino que presenta a los jóvenes las virtudes cardinales de la fortaleza, templanza, prudencia y justicia; y facilita su crecimiento en las mismas. En el campo de la educación física, San Juan Bosco, entonces solo un capellán juvenil de Turín, seguramente fue, desde 1847, el primer educador católico en haber reconocido lo importante que es el movimiento, el juego y el deporte para el desarrollo holístico de la personalidad de los jóvenes. La educación en el deporte significa para Don Bosco cultivar el acompañamiento personal del joven y el respeto mutuo, también en la competición.

El deporte para crear una cultura de encuentro y paz
En un mundo repleto de cuestiones como la migración, el nacionalismo y la identidad individual, la humanidad se esfuerza cada vez más en coexistir con aquellos que son culturalmente diferentes o tienen sistemas de creencias diferentes de los propios. Las fronteras, las percepciones y los límites están constantemente redibujándose. En este sentido, debemos recordar que el deporte es una de las pocas realidades que a día de hoy ha trascendido las fronteras de la religión o la cultura. La vocación de la Iglesia universal de trabajar en busca de la unidad de la familia humana adquiere una significación especial desde el punto de vista del deporte. En este sentido, la idea de ser “católico” va de la mano de lo mejor del espíritu deportivo. En el mundo del deporte, la Iglesia puede tener un papel significativo ayudando a construir puentes, abrir puertas y apoyar causas comunes -permeando la sociedad como “levadura”.

El deporte como obra de misericordia
El deporte puede también erigirse como una potente herramienta cuando se hace presente entre las personas marginadas y sin privilegios. Hay muchos organismos de gobierno del deporte a nivel internacional, así como instituciones privadas y organizaciones sin ánimo de lucro que fomentan y emplean el deporte como un medio positivo de cohesión entre los jóvenes y adolescentes que viven en ambientes susceptibles de violencia de bandas, consumo y tráfico de drogas. Las comunidades cristianas de todo el mundo están involucradas a menudo en iniciativas que se sirven de la práctica deportiva y los eventos deportivos como mecanismos relevantes que alejan a la juventud de las drogas y la violencia.

El deporte para crear una cultura de inclusión
Puesto que hay aspectos positivos de carácter humanos asociados al deporte, cualquiera que lo desee participar debería ser capaz de hacerlo. Esto se hace especialmente patente en niños pobres o desplazados, en las personas con discapacidad física o intelectual y en personas sin techo o refugiados. Más aun, en ciertas partes del mundo, a las niñas y mujeres se les niega el derecho de practicar deportes, por lo que no pueden participar de sus beneficios. Todo el mundo puede enriquecerse al crecer la participación. A los atletas de élite, entre otros, ver jugar a atletas con discapacidades, les recuerda de qué trata verdaderamente el deporte: de la alegría de la participación y la competición contra el oponente y contra uno mismo. Tales ejemplos son una ayuda para reorientarnos hacia el potencial humanizador del deporte.[72]

La creación de los Juegos Paralímpicos o los Special Olympics son un signo visible de cómo el deporte puede ser una gran oportunidad de inclusión, y es capaz de dar significado a la vida y ser un signo de esperanza. También lo es la constitución del primer Equipo Olímpico de Refugiados en 2016, así como el desarrollo de la “Homeless Cup” (Copa Mundial de los sin techo) por poner un ejemplo; son iniciativas importantes a través de las cuales la conciencia del bien común que el deporte fomenta, se propaga de tal manera que las personas desplazadas o que experimentan las dificultades asociadas con la pobreza tienen oportunidad de participar.

5.3 Lugares para la pastoral del deporte

El compromiso de la Iglesia con el deporte es asegurarse que el deporte siempre permanezca como una experiencia capaz de dar significado y valor a la vida de las personas, a cualquier nivel al que sea promovido o practicado, en cualquier lugar o entorno en el que se organice. El deporte siempre debe apuntar a la formación integral de la persona, mejorando las condiciones sociales, y a la construcción de relaciones interpersonales. Por esto, la pastoral del deporte está encajando en muchos ambientes y se puede promover en muchos contextos diversos.

Los padres como primeros educadores
Habitualmente, los padres son los primeros educadores en la fe y en el deporte para sus hijos. Si los padres no son quienes enseñan directamente a sus hijos cómo lanzar una bola de béisbol, o no enseñan a su hijo a nadar o a montar en bicicleta, al menos tienen el papel de estimularles a participar en un deporte, compartir aficiones o asistir juntos a eventos deportivos o incluso llevándoles a los entrenamientos y partidos. A menudo los padres se encuentran entre la multitud, animando a su atleta en la cancha o en el campo. Estos ejemplos nos enseñan cómo el deporte es una fuente primaria de vinculación entre padres e hijos. Esta vinculación permite a los padres educar a los hijos en las virtudes y en los valores humanos intrínsecos al deporte. Si el deporte corre el riesgo de ser el motivo para dividir a una familia y disminuir la santificación del domingo como un día para celebrar, también puede ayudar a integrar a una familia con otras familias en la celebración del domingo, no solo en la liturgia, sino en la vida de la comunidad. Por eso, no significa que los eventos deportivos no deban realizarse en domingo, sino que dichos eventos no deben excusar a las familias de asistir a Misa y también deben promover la vida de familia dentro de la comunidad.

Parroquias (y oratorios o centros juveniles)
Como el Papa Francisco ha dicho, “es hermoso cuando en la parroquia hay un grupo deportivo, y si no hay un grupo deportivo en la parroquia, falta algo”.[73] No obstante, un club deportivo de parroquia debe ser coherente con el compromiso de fe de la parroquia y tener su raíz en un proyecto educativo y pastoral. El club deportivo de la parroquia puede generar ocasiones de encuentro entre los jóvenes de la misma diócesis o del mismo país a través de competiciones amistosas.

Toda realidad genuinamente humana está definitivamente encaminada a verse reflejada dentro de la Iglesia. La Iglesia debe siempre estar al tanto del mundo del deporte, leyendo los signos de la época en este campo. Se debería animar a los sacerdotes a tener un conocimiento razonable acerca de las realidades y tendencias deportivas contemporáneas, especialmente acerca de aquellas que afectan a la juventud, y a vincular el deporte y la fe en las homilías cuando esto tenga sentido. Además, las parroquias pueden y deben ofrecer actividades deportivas no solo para los jóvenes sino también para los adultos y mayores.

Colegios y universidades
Los colegios y las universidades son lugares ideales para incentivar un entendimiento del deporte que este orientado a la educación, la inclusión y el progreso humano. Los padres y las familias tienen un papel importante, en diálogo con los profesores y la dirección del colegio, en el modo de promover a las actividades deportivas, para que éstas lleven al desarrollo integral de los estudiantes. Las universidades de muchos países también han asumido la tarea del estudio del deporte. Hay cursos y programas de investigación que buscan educar, formar y entrenar a los futuros entrenadores, dirigentes del deporte, y científicos y administradores deportivos. Este campo, presenta una oportunidad maravillosa para la Iglesia de dialogar con aquellos que tienen una responsabilidad específica en educar a los líderes actuales y futuros del deporte, para que contribuyan al desarrollo del deporte respetando la dignidad de la persona y la construcción de una sociedad más justa.

Asociaciones amateur y clubes deportivos
Los entrenadores y dirigentes tienen una gran influencia en sus atletas, por lo que la acción pastoral y educativa requiere una alianza con ellos. A la vez que se reconoce la naturaleza específica del trabajo que las asociaciones y clubes de aficionados llevan a cabo, es importante buscar un diálogo con estas, especialmente en lo que a planes pedagógicos formativos y culturales se refiere.

Deporte profesional
El nivel de deporte profesional y de élite es una realidad internacional que abarca a jugadores, espectadores, hinchas, organizaciones deportivas, medios, agencias de publicidad e incluso gobiernos. Es un fenómeno con un gran espectro comunicativo, capaz de influenciar profundamente no sólo a la juventud sino también el estilo de vida de toda una sociedad. Por estos motivos, la Iglesia debe seguir mejorando el desarrollo de competencias relevantes y formando capellanes deportivos preparados, o laicos que ayuden en la labor pastoral y espiritual de entrenadores y atletas que participan en eventos deportivos como los Juegos Olímpicos o la Copa del Mundo.

La Iglesia debe desarrollar un plan pastoral adecuado para el acompañamiento de jugadores y atletas, muchos de los cuales tienen una influencia considerable en el deporte y en el mundo entero. Parte de este acompañamiento debe ser ayudar a los atletas a permanecer en contacto con el significado intrínseco del deporte y del hecho de participar en él. "Esta dimensión profesional no debe dejar de lado la vocación inicial de un deportista o de un equipo: ser aficionado[74]. Cuando un deportista, aun siendo profesional, cultiva esta dimensión de aficionado, hace bien a la sociedad, construye el bien común a partir del valor de la gratuidad, de la camaradería, de la belleza”.[75] La Iglesia debe acompañar a estos atletas en su viaje personal, apoyándoles en el entendimiento y potenciando su responsabilidad de ser heraldos de la humanidad.

El acompañamiento pastoral y el cuidado espiritual deben ir más allá de la vida deportiva en activo de un deportista. El mundo ha visto muchos jugadores y atletas de primera clase que, al final de sus carreras, experimentan vacío y depresión, cayendo muchas veces en la dependencia del alcohol o las drogas. Por eso, un plan de acompañamiento consistente puede ayudar a estas personas a explorar su identidad, quizá por primera vez en su vida, fuera del mundo del deporte. En el sentido más fundamental, su identidad y su valor proviene del hecho de haber sido creados a imagen y semejanza de Dios, que sigue llamándoles, solo que de una manera nueva. El cuidado pastoral de los atletas una vez que ha finalizado su carrera, debe por lo tanto incorporar la ayuda necesaria para descubrir lo que harán con sus dones y talentos en el futuro.

Hoy en día, los espectadores son una parte fundamental del mundo del deporte profesional. Alrededor de los espectadores diseminados por el mundo se arremolinan los clubes de fans, las plataformas online y la técnica de mercado. Es frecuente que los hinchas y seguidores experimenten la pasión por el deporte como algo absoluto, lo que lleva a excesos y desviaciones. En ese sentido, la Iglesia, junto a los líderes de otras tradiciones religiosas, puede ayudar a recordar a la gente que mantenga la perspectiva justa con respecto al deporte. Los juegos y el deporte son buenos, hechos para vivirlos y disfrutarlos con pasión, pero no son lo más importante en la vida.

Los medios de comunicación como puente
Los medios son el principal interlocutor de la Iglesia en lo que respecta al deporte. Son los medios -especialmente en las redes sociales- los que conforman la imagen del deporte para gran parte del público. Por lo tanto, la Iglesia, con su inmensa actividad en sus plataformas de redes sociales, puede tener un alcance importantísimo en el mundo de los espectadores y líderes de opinión del deporte.

Es imperativo que la Iglesia dé respuestas con significado a los eventos y sucesos deportivos. De hecho, los fieles desean que cada vez más se oiga la voz de la Iglesia, que acepta el deporte y lo percibe como algo bueno. Estas respuestas tendrán mucho recorrido si se ayuda a las generaciones más jóvenes a sentirse conectadas a la Iglesia.

Ciencias especializadas
La Iglesia también debería dialogar con aquellos que trabajan en los campos de la ciencia y la medicina del deporte. En estos diálogos, la Iglesia puede adquirir un amplio conocimiento acerca de las realidades contemporáneas del deporte para poder emitir juicios precisos y competentes. No obstante, este diálogo debe explorar, sobre todo, cómo dar forma a la práctica del deporte y su entorno de tal manera que lleve o se acerque a una cultura del cuerpo humanizada. Las colaboraciones de la Iglesia con otras ciencias, como las ciencias de la vida, las ciencias culturales o las ciencias sociales, también pueden proporcionar puntos de vista interesantes acerca del deporte y las formas en las que éste puede ser una actividad beneficiosa durante toda la vida.

Nuevos lugares del deporte
También hay centros de fitness y parques en los que uno se puede encontrar con jóvenes, adultos y mayores, interesados en una cultura de bienestar y abiertos a una interpretación holística humanizada de la vida, de unidad entre el cuerpo, el alma y el espíritu.

Más allá de los lugares habituales de práctica de deporte, se debe prestar atención a los lugares no habituales del deporte en donde la gente, especialmente la gente joven que a menudo rechaza los códigos y contextos prestablecidos, practica nuevos deportes callejeros. El riesgo de estos ambientes, sin embargo, es que el deporte a veces se practica en solitario, fomentando el individualismo, en el que no caben propósitos sociales ni educativos. Por eso, es esencial y urgente establecer un diálogo activo con los medios de comunicación deportivos y con los deportes electrónicos o e-Sports.

5.4 El cuidado de los agentes pastorales del deporte

No puede haber una atención pastoral adecuada del deporte si no hay una estrategia educativa. Esto implica un papel activo de todos los que han elegido, cada uno a su manera, ofrecer un servicio a la Iglesia a través del deporte. El deporte necesita educadores y no simplemente proveedores de servicios. La atención pastoral a través del deporte no puede improvisarse, sino que requiere personal entrenado y motivado para redescubrir el sentido del deporte en un contexto educativo e involucrarse para lograr en su misión dar una visión cristiana del deporte.

Educadores deportivos
Cuando hablamos del deporte, los entrenadores, árbitros, profesores y dirigentes juegan un importante papel en la actitud de los jugadores y deportistas. Un ambicioso plan espiritual y pastoral enfocado a ellos permitirá que tengan un papel clave en la humanización del deporte. De hecho, la mayoría de ellos, están en constante búsqueda para lograr el mejor y más completo programa para sus jugadores.

La Iglesia debe entablar un diálogo con las academias de formación deportiva, colaborar con ellas o promover vías de formación complementarias sobre los aspectos pastorales del deporte. El plan pastoral puede incluir materiales, interacciones personales y talleres especializados para entrenadores deportivos que incluirán orientación a nivel espiritual y eclesial, lo que les permitirá ser testigos “para anunciar a Jesucristo con palabras y acciones, o sea, hacerse instrumento de su presencia y actuación en el mundo”.[76]

Familia y Padres
El diálogo con la familia, especialmente con los padres, se convierte en un aspecto esencial en la promoción de una pastoral orgánica y continua, especialmente dirigida a los niños y jóvenes. Es importante que las familias conozcan y compartan las metas educativas y pastorales. Esto no significa que la propuesta deportiva deba ser una propuesta confesional, pero ciertamente no puede ser una propuesta neutral desde el punto de vista de los valores. Por lo tanto, es esencial crear momentos de reunión y discusión con los padres, para que conozcan los objetivos de la capacitación ofrecida, para compartir las prioridades educativas con ellos, para que tomen conciencia de una participación consciente, respetando los roles de entrenadores y gerentes deportivos.

Los voluntarios
El mundo del deporte ha crecido y se ha desarrollado gracias a la estratégica colaboración de los voluntarios. Los voluntarios tienen un papel fundamental que va más allá de la dimensión técnica o la capacidad de organización. Mantienen viva, a través de sus elecciones y su testimonio, la cultura del dar y el estilo de la gratuidad; contribuyen a que el deporte permanezca orientado al servicio de los demás y no se centre solamente en el aspecto burocrático y económico. Estas personas necesitan un acompañamiento que les ayude a crecer, reafirme sus motivaciones y les integre armónicamente en el tejido organizacional del deporte.

Sacerdotes y personas consagradas
La presencia pastoral de sacerdotes y consagrados en el mundo del deporte, debe manifestar su cometido de proporcionar un propósito educativo en el deporte y un acompañamiento espiritual de los atletas. Este cometido no se puede articular en términos “intelectuales” abstractos alejados de la vida real. El mundo del deporte es un mundo acogedor, pero exhorta a los líderes de la pastoral a tener una presencia centrada y respetuosa, así como una conciencia de las dinámicas, cargos y habilidades específicas necesarias para el deporte.

Para el cuidado pastoral del deporte, es importante que se incluya esta temática en la formación de candidatos al sacerdocio y que tengan ocasión de practicar deporte mientras estén en el seminario. En muchos seminarios del mundo, utilizan “buenas prácticas” del deporte, en ocasiones de forma bien organizada para evangelizar.

5.5 Algunos elementos esenciales para la planificación de la pastoral en el deporte

La belleza del deporte al servicio de la educación
Para que el deporte sea un bien pastoral, ha de ser impulsado de forma adecuada. El deporte tiene sus reglas, su especificidad, su belleza y estamos llamados a promover el deporte aprovechando al máximo su cualidad técnica y organizativa. Sin embargo, la belleza de un gesto deportivo, la cualidad de la enseñanza técnica y de la eficiencia organizativa no son fines en sí mismos.

El deporte genera pasiones y emociones fuertes, pero la tarea de la acción pastoral no debe quedarse en el nivel emocional, sino producir un efecto a largo plazo, capaz de ser incisivo y que continúe en la vida diaria.

El deporte para reconstruir el pacto educativo
“Sólo es posible cambiar el mundo si cambiamos la educación”.[77] Para tener un impacto concreto, un proyecto de cuidado pastoral del deporte debe ser un proyecto conectado con los agentes locales involucrados en la educación, empezando por las familias, los colegios y las instituciones públicas. Si queremos influir en el proceso educativo, no es suficiente delegar la responsabilidad de la educación en gente que trabaja en compartimentos estancos que no tienen relación unos con otros. “Debemos reintegrar el esfuerzo de todos por la educación, rehacer armónicamente el pacto educativo, porque solamente así, si todos los responsables de la educación de nuestros chicos y jóvenes nos armonizamos, podrá cambiar la educación.”[78] En esta misión, la Iglesia debería trabajar cercana y respetuosamente con las autoridades competentes para que fructifique su visión de una cultura del deporte que sirve a la persona, que refleja el ser una criatura amada, hecha a imagen y semejanza de Dios.

El deporte al servicio de la humanidad
San Juan Pablo II señalaba “la relatividad del deporte respecto a la superioridad de la persona, de tal forma que el valor subsidiario del deporte quede resaltado en el proyecto creativo de Dios. Así pues, el deporte debería ser visto también en las dinámicas de servicio, y no en aquello que se beneficia. Si uno tiene presentes los objetivos de humanización, no puede evitar sentir la necesidad indispensable de la tarea de transformar el deporte cada vez más en un instrumento de elevación humana hacia la meta sobrenatural a la que está llamado.” [79]

Esto significa que, en un plan pastoral, tiene que primar la persona, que tiene una unidad de cuerpo, alma y espíritu. El deporte se debe fomentar y practicar con el más alto respeto por la persona y orientándolo a su desarrollo integral. El atleta no puede quedar reducido a una mera herramienta de la que se hace uso para lograr resultados deportivos, que se asocia en ocasiones incluso, con importantes objetivos políticos y económicos.

El juego como base del deporte
El deporte es una subcategoría del juego y jugar es la base del deporte a todos los niveles. Tal y como lo expresa el Papa Francisco, "Es importante, queridos muchachos, que el deporte siga siendo un juego. Sólo si es un juego, hará bien al cuerpo y al espíritu."[80] Es especialmente importante que el deporte siga siendo un juego para los jóvenes en el medio educativo. Reflexionando acerca del rumbo que debería tomar la educación de hoy en día, el Papa Francisco dijo que “hay que ir a buscar lo fundacional de la persona, la sanidad fundacional, la capacidad lúdica, la capacidad creativa del juego. El libro de la Sabiduría dice que Dios jugaba, la sabiduría de Dios jugaba. Redescubrir el juego como camino educativo, como expresión educativa. Entonces, ya la educación no es meramente información; es creatividad en el juego, esa dimensión lúdica que nos hace crecer en la creatividad y en el trabajo en conjunto”.[81]

Trabajo en equipo contra el individualismo
Se ha hecho hincapié en este documento en que participando del deporte, las personas “saborean la belleza del trabajo en equipo, que es tan importante en la vida.”[82] Pertenecer a un club deportivo implica rechazar cualquier forma de individualismo, egoísmo y aislamiento, y aporta “una oportunidad de encuentro y compañía con los demás, de ayudarse unos a otros, de competir con mutua estima y crecer en fraternidad.”[83] La experiencia deportiva fomenta de manera natural las dinámicas de la amistad y la convivencia, que cuando se cultivan y valoran pueden ir más allá de los límites de los campos y estadios y llegar a ser oportunidad de relaciones sólidas y duraderas.

Deporte para todos
El deporte es empático, y reúne gente de todo tipo, generando una cultura de encuentro. Debe rechazar la cultura del descarte y ha de ser abierto, inclusivo y acogedor. El deporte también debe posibilitar la integración de la diversidad de habilidades. “Por favor, que todos jueguen, no sólo los mejores, sino todos, con los talentos y los límites que cada uno tiene, más aún, privilegiando a los más desfavorecidos, como hacía Jesús”.[84] De este modo “la actividad deportiva se convierte en un auténtico servicio a la comunidad.”[85]

Una visión ecológica del deporte
Los tiempos que vivimos no son únicamente tiempos de cambio, sino que se trata de un cambio de era, un cambio acelerado por las revoluciones tecnológica y digital. Los jóvenes que crecen hoy se ven profundamente afectados por estas revoluciones, y el deporte también acusa su impacto. La presencia de los e-Sports (deportes electrónicos) y de nuevas formas de dopaje, que dependen de innovaciones tecnológicas y médicas, son sólo la punta del iceberg de un fenómeno que está permeando en el deporte a un nivel más profundo.

Así como las revoluciones tecnológica y digital han supuesto muchos beneficios para la humanidad que es bueno celebrarlas, el paradigma tecnológico actual también tiene efectos negativos. De acuerdo con el Papa Francisco, estos se hacen evidentes en un cierto número de síntomas, “como la degradación del ambiente, la angustia, la pérdida del sentido de la vida y de la convivencia”.[86]

Ante este panorama, el deporte puede resultar revolucionario, en cuanto a que ofrece a los jóvenes la oportunidad de encontrarse cara a cara con otros jóvenes que, en ocasiones tienen orígenes muy distintos unos de otros. Jugando en un equipo, aprenden cómo abordar los conflictos de unos con otros de una forma muy directa, mientras comparten una actividad que significa mucho para ellos. También tienen la oportunidad de jugar contra gente de otras zonas de su comunidad, de su país o del mundo, y así de expandir su horizonte de contacto humano. Estas experiencias pueden ayudar a los jóvenes a darse cuenta de que forman parte de algo más grande que ellos mismos y ser parte de lo que da significado y propósito a sus vidas.

Conclusiones finales

El deporte es un contexto en el que muchos jóvenes y adultos de todas las culturas y tradiciones religiosas aprenden a dar lo mejor de sí mismos. Este tipo de experiencias pueden servir como una “señal de trascendencia”.[87] El documento trata de mostrar cómo a través de la práctica del deporte se puede experimentar la alegría, el encuentro con personas diferentes a ellos y la construcción de un sentido de comunidad, y cómo el crecimiento en virtudes y en auto-trascendencia pueden enseñarnos también algo acerca de la persona humana y su destino.

En su discurso al Centro Sportivo Italiano en 2014, el Papa Francisco alentó a sus participantes, y nos alienta hoy, a dar lo mejor de nosotros mismos, no solo en el deporte, sino también en el resto de nuestras vidas: “Y precisamente porque sois deportistas, os invito no sólo a jugar, como ya lo hacéis, sino también a algo más: a poneros en juego tanto en la vida como en el deporte. Poneros en juego en busca del bien, en la Iglesia y en la sociedad, sin miedo, con valentía y entusiasmo. Poneros en juego con los demás y con Dios; no contentarse con un «empate» mediocre, dar lo mejor de sí mismos, gastando la vida por lo que de verdad vale y dura para siempre”.[88]

___________________

[1] Gaudium et spes, 1.
[2]
Francisco, Discurso a la Federación italiana de tenis, 8 de mayo de 2015.
[3]
Cfr. D. Vanysacker, The Catholic Church and Sport. A burgeoning territory within historical Research! Revue d'histoire ecclésiastique, Louvain Journal of Church History 108 (2013), 344-356.
[4]
Juan Pablo II, Homilía con ocasión del Jubileo del Redentor en el estadio olímpico, 12 de abril de 1984.
[5]
Francisco, Discurso a los miembros del Comité Olímpico Europeo, 23 de noviembre de 2013.
[6]
En el contexto estadounidense, según J. Stuart Weir, la pastoral cristiana en los deportes profesionales comenzó con la atención pastoral de los jugadores de la NFL a mediados de la década de 1960. Además, afirma que John Jackson fue el primer capellán nombrado oficialmente como tal para un club de fútbol americano profesional en marzo de 1962. J. Stuart Weir, "Sports Chaplaincy: A Global Overview" in: Sports Chaplaincy: Trends, Issues and Debates. Ed. by A. Parker, N.J. Watson and J.B. White. London, 2016.
[7]
Pio XII, Discurso a una delegación de atletas italianos, 20 de mayo de 1945.
[8]
Pablo VI, Discurso a los miembros del Comité Olímpico Internacional, 28 de abril de 1966.
[9]
Juan Pablo II, Discurso a los participantes en la Asamblea Nacional de la Conferencia Episcopal Italiana, 25 de noviembre de 1989.
[10]
Cfr. P. Kelly SJ, Catholic perspectives on sports. From Medieval to modern times, Nahwah, NJ 2012.
[11]
Cfr. A. Stelitano, A. M. Dieguez, Q. Bortolato. I Papi e lo sport, 4-5.
[12]
Conferencia Episcopal Italiana, Sport e Vita cristiana n. 32.
[13]
Ibídem n. 11.
[14]
Juan Pablo II, Homilía con ocasión del Jubileo del Redentor en el estadio olímpico, 12 de abril de 1984.
[15]
P. Gummert, “Sport”. In: Brill’s New Pauly. Ed. by H. Cancik and H. Schneider, English Edition by: C.F. Salazar, Classical Tradition volumes edited.
[16]
Juan pablo II, Homilía con ocasión del Jubileo de los deportistas, 29 de octubre de 2000.
[17]
Cfr. P. Kelly, Catholic Perspectives on Sports: From Medieval to Modern Times, Nahwah, NJ 2012.
[18]
W. Behringer, Kulturgeschichte des Sports: Vom antiken Olympia bis ins 21. Jahrhundert, München 2011, 198-238.
[19]
Ibidem, 257.
[20]
Cfr. N. Müller, “Die olympische Devise ‘citius, altius, fortius’ und ihr Urheber Henri Didon”, in: Wissenschaftliche Kommission des Arbeitskreises Kirche und Sport (ed.), Forum Kirche und Sport 2 Düsseldorf 1996, 7-27.
[21]
Cfr. D. Vanysacker, “The Attitude of the Holy See Toward Sport During the Interwar Period (1919–39)”, in Catholic Historical Review 101 (2015) 4, 794-808; see also Dries Vanysacker, “La position du Saint-Siège sur la gymnastique féminine dans l’Allemagne de L’entre-deux-guerres (1927-1928) à partir de quelques témoignages tirés des archives des nonciatures de Munich et Berlin” to appear in Miscellanea Pagano.
[22]
Cfr. C. Hübenthal, “Morality and Beauty: Sport at the Service of the Human Person”, in: K. Lixey, C. Hübenthal, D. Mieth, N. Müller, Sport and Christianity: A Sign of the Times in the Light of Faith, Washington DC 2012, 61-78.
[23]
Cfr. H. Reid, Introduction to the Philosophy of Sport, Lanham, MA 2010, 180-185.
[24]
Francisco, Evangelii gaudium nn. 234, 236.
[25]
En una línea similar, el historiador del deporte Allen Guttmann aplicó distinciones binarias para definir el deporte. Comienza desde el juego de categoría general, y luego continúa determinando el deporte como juego organizado (= juegos), juegos de competencia (= concursos), concursos físicos (= deportes). Véase A. Guttmann, A Whole New Ball Game: An Interpretation of American Sports, Chapel Hill – London 1988.
[26]
Juan Pablo II, Discurso a los equipos de fútbol de Italia y Argentina, 25 de mayo de 1979.
[27]
Ídem, Discurso al Consejo del Comité Olímpico Nacional Italiano, 20 de diciembre de 1979.
[28]
Ídem, Discurso a los dirigentes y jugadores del equipo de fútbol “A.C. Milan”, 12 de mayo de 1979.
[29]
Ídem, Discurso a los participantes en el Congreso Internacional sobre el deporte, 28 de octubre de 2000.
[30]
Cfr. Mt 7, 13-14.
[31]
Adoptado por Pierre de Coubertin, fundador de los Juegos Olímpicos de la Era moderna a finales del siglo XIX.
[32]
Francisco, Discurso a los participantes del IV encuentro organizado por Scholas Ocurrentes, 5 de febrero de 2015.
[33]
Juan Pablo II, Discurso a la selección nacional de México de fútbol, 3 de febrero de 1984.
[34]
Benedicto XVI, Discurso a los miembros de la Federación Austriaca de esquí alpino, 6 de octubre de 2007.
[35]
Juan pablo II, Discurso a los miembros de la fifa, 11 de diciembre de 2000.
[36]
Francisco, Discurso a los miembros de las asociaciones deportivas con motivo del 70° aniversario del CSI (Centro Sportivo Italiano), 7 de junio de 2014.
[37]
Cfr. J. Parry, S. Robinson, N. Watson, y N. Nesti, Sport and Spirituality: An introduction, London 2007.
[38]
Juan pablo II, Homilía con ocasión del Jubileo de los deportistas, 29 de octubre de 2000.
[39]
Juan Pablo II, Discurso a una delegación del Club Alpino Italiano, 26 de abril de 1986.
[40]
Cfr. J. Pieper, About Love, Chicago 1974.
[41]
Francisco, Evangelii gaudium, n. 1.
[42]
Juan pablo II, Discurso a los participantes en el Campeonato Mundial de Atlética, 2 de septiembre de 1987.
[43]
Gaudium et spes, n. 61.
[44]
Juan pablo II, Discurso a los participantes en el Campeonato Mundial de Atlética, 2 de septiembre de 1987.
[45]
1Cor 12, 21-27.
[46]
Juan pablo II, Discurso a una delegación del equipo “Real Madrid Club de Fútbol”, 16 de septiembre de 2002.
[47]
Francisco, Evangelii gaudium, n. 59.
[48]
Benedicto XVI, Ángelus, 8 de julio de 2007.
[49] Cfr. Compendio de la Doctrina Social de la Iglesia, 194.
[50]
Juan Pablo II, Discurso a una delegación del equipo “Fútbol Club Barcelona”, 14 de mayo de 1999.
[51]
Francisco, Discurso a la Federación italiana de tenis, 8 de mayo de 2015.
[52]
Juan Pablo II, Discurso a una delegación del equipo de fútbol “A.S. Roma”, 30 de noviembre de 2000.
[53]
Francisco, Discurso a los miembros del Comité Olímpico Europeo, 23 de noviembre de 2013.
[54]
Francisco, Amoris laetitia, n. 267.
[55]
Gaudium et spes, n. 12.
[56]
Cfr. H.U. Gumbrecht, In Praise of Athletic Beauty, Cambridge 2006.
[57]
Gaudium et spes, n. 9.
[58]
Tomas de Aquino, Suma Teológica, 1ª Parte, Cuestión 1, artículo 8, respuesta a la objeción 2.
[59]
Francisco, Discurso a los equipos del Nápoles y la Fiorentina y a una delegación de la Federación Italiana de Fútbol y de la Liga Serie A, 2 de mayo de 2014.
[60]
Ídem, Discurso a los miembros del Comité Olímpico Europeo, 23 de noviembre de 2013.
[61]
Congregación para la Doctrina de la Fe, Instrucción Libertatis Conscientia sobre la libertad y la liberación cristianas “La verdad os hará libres”, 22 de marzo de 1986.
[62]
Ibídem.
[63]
Cfr. D. Meggysey, Out of Their League, Berkeley, CA 1970, 231.
[64]
Cfr. E. Erikson, Identity and the Life Cycle, New York, NY 1980.
[65]
Conferencia Episcopal Italiana, “Sport e Vita Cristiana”, n. 43.
[66]
Francisco, Homilía con motivo de la creación de nuevos Cardenales, 15 de febrero de 2015.
[67]
Benedicto XVI, Discurso a la Curia romana, 21 de diciembre de 2009.
[68]
Ibídem.
[69]
Francisco, Discurso a los participantes en el Congreso mundial sobre “Educar hoy y mañana, una pasión que se renueva”, 21 de noviembre de 2015.
[70]
Ibídem.
[71]
Francisco, Discurso a los participantes en la conferencia “Deporte al Servicio de la Humanidad”, 5 de octubre de 2016.
[72]
N. Watson & A. Parker (Ed.), Sports, Religion, and Disability. New York 2015.
[73]
Francisco, Discurso a los miembros de las asociaciones deportivas con motivo del 70 aniversario del CSI (Centro Sportivo Italiano), 7 de junio de 2014.
[74]
Amateur en este documento se refiere a un deportista que participa por amor al deporte y no solamente por cuestiones económicas.
[75]
Francisco, Discurso a las selecciones nacionales de fútbol de Argentina e Italia, 13 de agosto de 2013.
[76]
Congregación para la Doctrina de la Fe, Nota doctrinal sobre algunos aspectos de la Evangelización, n. 2, 3 de diciembre de 2007.
[77]
Francisco, Discurso a los participantes del IV encuentro organizado por Scholas Ocurrentes, 5 de febrero de 2015.
[78]
Ibidem.
[79]
Juan Pablo II, Discurso a los participantes en la Asamblea Nacional de la Conferencia Episcopal Italiana, 25 de noviembre de 1989.
[80]
Francisco, Discurso a los miembros de las asociaciones deportivas con motivo del 70 aniversario del CSI (Centro Sportivo Italiano), 7 de junio de 2014.
[81]
Francisco, Discurso a los participantes del IV encuentro organizado por Scholas Ocurrentes, 5 de febrero de 2015.
[82]
Francisco, Discurso a los miembros de las asociaciones deportivas con motivo del 70º aniversario del CSI (Centro Sportivo Italiano), 7 de junio de 2014.
[83]
Ibídem.
[84]
Ibídem.
[85]
Juan Pablo II, Discurso a una delegación del equipo de fútbol “Juventus”. 23 de marzo de 1991.
[86]
Francisco, Laudato Si’ nn. 107, 108, 110.
[87]
Cfr. P.L. Berger, A Rumour of Angels: Modern Society and the Rediscovery of the Supernatural, New York 1969.
[88]
Francisco, Discurso a los miembros de las asociaciones deportivas con motivo del 70º aniversario del CSI (Centro Sportivo Italiano), 7 de junio de 2014.

[00856-ES.01] [Texto original: Español]

[B0401-XX.02]